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    La sociologia non-ovvia di Randall Collins di Antonietta De Feo e Luca Bifulco

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    La mia conclusione è che gli esseri umani, quando si trovano a compiere atti di violenza contro un’altra persona, si scontrano con una barriera creata dal confronto fisico, fatta non solo di tensione ma anche di paura. Questa barriera emotiva impedisce che ci sia effettiva violenza, oppure porta a un atto violento davvero inefficace. Ciò è dimostrato dal fatto che gli stessi poliziotti o soldati colpiscono molto bene i bersagli durante l'addestramento, ma poi mancano i bersagli, sparano più del necessario e dimostrano altri segni di grande tensione emotiva quando affrontano una vera situazione di violenza. Qual è l'origine di questa barriera emotiva? Non si può dire che essa faccia parte della cultura moderna, la quale inibirebbe la violenza. Nei documentari antropologici è possibile vedere che le persone si comportano allo stesso modo in un combattimento tribale: alcuni uomini si staccano dalla moltitudine di membri armati di una tribù e si lanciano verso il nemico, scagliano una lancia – di solito senza colpire il bersaglio – e si allontanano velocemente mentre gli altri non fanno altro che gridare. Tuttavia, queste sono le stesse persone che esprimono grande soddisfazione, supportata culturalmente, quando uno dei nemici viene ucciso. La mia conclusione è che la barriera di tensione creata dal confronto sia più profonda, ed essa è il risultato di caratteristiche di base dell’interazione reciproca tra gli esseri umani. Nel mio libro precedente, Interaction Ritual Chains (2004), dimostro attraverso dettagliate prove micro-sociologiche che quando le persone sono fisicamente vicine e focalizzano la loro attenzione sullo stesso oggetto, di solito tendono ad armonizzare ritmicamente i propri gesti. Il ritmo del discorso e dei movimenti corporali assumerà lo stesso andamento, la loro vicinanza emotiva assumerà toni più forti. Saranno coinvolti in ritmi emotivi e corporali condivisi vicendevolmente. Io lo definisco come un modello di sincronizzazione centrato su un focus ed emozioni condivise. È questa l’evoluzione di una teoria – ora supportata da recenti prove micro-empiriche – che fu formulata in origine da sociologi classici come Émile Durkheim, con la sua teoria delle cerimonie religiose, e Erving Goffman, con la sua teoria dei rituali della vita quotidiana. I rituali dell’interazione che hanno successo producono solidarietà sociale, e sono molto allettanti per gli individui perché danno loro energie emotive – fiducia, entusiasmo, sentimenti di forza.
    Possiamo dunque vedere come le due forme di interazione – i rituali dell’interazione che producono solidarietà e gli scontri violenti – siano antitetici. Naturalmente, le persone possono avere molti motivi per scontrarsi con altra gente, e possono arrabbiarsi sul serio e voler usare violenza. Ma, quando si confrontano da vicino con la controparte, seguono la tendenza umana a sincronizzarsi con l'altra persona. Per questo esse provano emozioni contraddittorie, e tendenze letteralmente contraddittorie all’interno dei loro corpi. È appunto questo auto-conflitto corporale che porta alla tensione. Siccome le persone che si trovano a scontrarsi provano entrambe più o meno lo stesso carico di tensione, quasi sempre esse evitano di lottare e cercano di porre fine al conflitto molto presto. Se guardiamo i video di simili risse – che ormai si trovano in Internet – possiamo osservare come esse siano molto brevi, e le persone dopo poco tempo trovano subito una scusa per porvi fine. Quando si tratta di uno scontro armato, nella maggior parte dei casi gli spari non colpiscono il bersaglio, anche quando si è molto vicini. È la forte tensione che porta a questo risultato. Affinché la violenza possa avere successo, c’è bisogno che la situazione sia in grado di offrire la possibilità di aggirare la barriera della tensione creata dal confronto. Nel mio libro fornisco molteplici esempi di scappatoie. La più importante tra queste sta nel trovare una vittima debole – ovvero, nella specifica situazione immediata, una vittima che sia emotivamente debole.

     


    Lei afferma, anche in un suo articolo su “Foreign Policy”, che gli attentatori suicidi, appartenenti al terrorismo islamico, provengono dalla classe media che socializza i suoi membri a condotte e disposizioni (come il self-control, l’insospettabile morfologia fisica, ecc) più idonee ad eseguire atti di violenza suicida. Ci può spiegare meglio il rapporto tra questa forma di violenza e la cultura della classe media? Le motivazioni di un attentatore suicida sono sganciate dagli interessi di classe? Se sì, fino a che punto?

     
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    Uno dei modi più insoliti per aggirare la barriera della tensione creata dal confronto è quello di far finta che non ci sia il conflitto, fino all'istante in cui la violenza si scatena. La maggior parte della violenza inizia con gesti, minacce, voci di rabbia, oppure altri modi per segnalare il pericolo. Di fatto, queste segnalazioni rappresentano principalmente un tentativo per intimorire il nemico, per far sì che egli eviti il conflitto. I kamikaze islamici seguono un altro metodo. Fingono di essere cittadini normali in una situazione abituale. Questo metodo è insolitamente efficace per arrivare allo scopo finale, cioè quello della violenza, dal momento che un kamikaze islamico arriva fino al bersaglio e non sbaglia – contrariamente a quello che succede per altri tipi di violenza. Perciò un kamikaze islamico è simile a un killer professionista – un killer a pagamento, che usa la stessa tecnica per non dare nell'occhio mantenendo uno stile di clandestina normalità, fino a quando non riesce a puntare la pistola alla testa della vittima posta a pochi centimetri di distanza.
    In tal senso, l'approccio clandestino non è tanto una parte intrinseca della cultura della classe media quanto una tecnica sofisticata che fu inventata e si è diffusa attraverso le reti sociali. Possiamo notare che il killer professionista usa una tecnica simile, sebbene non appartenga alla classe media; ma lui fa molto meglio il suo lavoro, a differenza del solito guappo della classe operaia, il quale si distingue per il suo atteggiamento che è minaccioso ma non molto efficace, dal momento che riesce solo ad impaurire gli altri. Una volta che i gruppi politici hanno compreso una simile tecnica, essi hanno capito che le persone della classe media sono le migliori per portare a termine tali atti di violenza, e più sono persone rispettate meglio è. Ecco perché le donne sono apprezzate come kamikaze. Qui non si tratta di interessi di classe, ma solo di stili di interazione di classe. La maggior parte delle persone della classe media non è ideologicamente favorevole ai kamikaze, così come non lo è per gli altri tipi di violenza (eccezion fatta forse per i film che allestiscono una rappresentazione fantasiosa della violenza). I movimenti ideologici non sono strettamente collegati agli interessi di classe, e i movimenti più efficaci – per esempio i militanti islamici – riescono facilmente a reclutare persone in ogni classe sociale.

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