Finzioni, quando è
il turno della Storia

C’è storia e Storia.
C’è la storia che si racconta ai bambini prima di dormire e c’è la Storia che i bambini studiano a scuola.
Ci sono le storie di fantasmi, di avventurieri coraggiosi, di paesi delle meraviglie, isole che non ci sono e castelli stregati e poi ci sono le storie di battaglie, di successioni al trono sanguinolente, di grandi conquiste e di scoperte mediche. Ci sono le storie inventate e poi ci sono le storie reali. C’è la storia e c’è la Storia.
Sembrerebbero due tipi di storie completamente diverse: da una parte la fiction dall’altra parte la realtà fattuale, eppure spesso e volentieri esse si possono mischiare, contorcere, unire, attorcigliare, sovrapporre.
Raccontare la Storia è sempre stato fatto dall’umanità: spesso arricchendola di aneddoti magici e sovrannaturali oppure distorcendo leggermente la verità, cambiando qualche nome di vincitore, qualche numero, qualche volte rendendo più grande qualche piccolo uomo, nonostante le licenze artistiche di qualche storiografo o autore, la Storia è sempre stata raccontata tramite storie e le storie hanno sempre tratto grande ispirazione dalla Storia. Dall’epica antica con le narrazioni di Omero e Virgilio dove la realtà si arricchiva di dèi e creature leggendarie, passando per il romanzo storico vero e proprio di Walter Scott e il realismo di alcuni testi de La Comédie Humaine di Honoré de Balzac, vi sono innumerevoli opere che dalla Storia e nella Storia ritagliano un pezzo e lo usano a loro modo e costume, per raccontare la vita di alcuni o la vita di molti.
La Storia fa ovviamente parte della cultura letteraria, è impensabile scrivere un racconto con parvenze di realismo senza incasellarlo in un tempo, anche vago, ma comunque con connessioni e legami sociologici, antropologici e culturali.
Tuttavia la domanda è sempre la stessa: ci si può veramente fidare?
Quando uno scrittore o un autore decidono di parlare di un fatto o di un personaggio storico, o anche solo di ricreare il milieu e il tempo dell’epoca, c’è sempre, di fondo, una richiesta disperata di essere creduti: una richiesta di fare un passo in più verso la fiducia e stringere ancora di più quel patto sulla sospensione dell’incredulità. Con questa invocazione il lettore non deve solo credere nella storia, ma anche presumere che sia stata realtà veritiera.

L’affidabilità dei fatti narrati
Ogni qual volta all’inizio di un film, di una serie televisiva o di un libro compare la scritta “basata su fatti realmente accaduti” uno storico viene preso dalle convulsioni (succede anche con gli studiosi di Storia e con le persone troppo saccenti). Anni e anni di studi chini su ricerche, libri, volumi polverosi a studiare nei minimi particolari un determinato contesto storico-socio-culturale e poi arriva la serie televisiva del momento che racconta sì una realtà, ma molto travisata e romanzata: i cattivi sembrano meno cattivi, quel determinato personaggio non avrebbe detto proprio quello, quell’esplosione così spettacolare non è mai avvenuta, morendo il protagonista non avrebbe mai detto una certa frase ma più probabilmente sarebbe morto urinandosi addosso. Ogni volta che qualcuno decide di raccontare una Storia che non gli appartiene completamente qualcuno soffre: famiglie, popoli, intere Nazioni.
Viene da chiedersi se la realtà storica non rischia di piegarsi troppo alle licenze artistiche e a richieste di un mercato assetato di una determinata spettacolarità, domandarsi se la conoscenza storica approfondita sta lasciando spazio a quella superficiale e wikipediana da chiacchiere con amici. Quanta fiducia, al fine, si può riporre negli artifici che raccontano la verità? Quanto forte deve essere questo patto narrativo?
Ecco poi però spuntare il germe del dubbio sulla legittimazione di tutte queste domande: è veramente così importante? Una conoscenza superficiale non è forse meglio dell’ignoranza totale? Se non si hanno i mezzi (o gli interessi) per arrivare allo studio di un qualcosa, un libro, un film o una serie televisiva che invece riescano a trasmettere le informazioni e le conoscenze non possono essere visti come soluzione? È così importante l’autenticità assoluta? La spettacolarizzazione, i dialoghi scritti a tavolino, le scene di forte intensità non rendono più facili da ricordare eventi e nomi? Si può drammatizzare la Storia per permettere di non dimenticarla?
Tutti hanno nel loro portfolio culturale Asterix e Obelix, pochi il De Bello Gallico, ancora meno sapevano chi fosse Oskar Schindler prima del film di Steven Spielberg e probabilmente il numero di persone in Europa a conoscenza di quello che successe in Colombia negli anni Ottanta si assottiglia ancora di più. Almeno prima di Narcos.

“Plata o plomo?” Finzione o realtà?
Con la conclusione della terza stagione e la caduta del cartello di Cali, Narcos si presenta ancora come pomo della discordia tra storici e fan, tra colombiani e resto del mondo, tra chi ha vissuto quegli anni e chi non sapeva nemmeno che fossero esistiti.
Tralasciando tutto il carico di mitologia a bassa intensità e tutta la cultura pop generata, tralasciando i discorsi spinosi dell’emulazione e dei modelli negativi che queste serie generano (così come Gomorra e Suburra), in oggetto viene preso l’interesse verso il dato storico e storiografico: la verità, la vera verità veritiera, non è quella raccontata nella serie televisiva. Basta scorrere su internet e i risultati si accavallano, gli articoli si copiano a vicenda, si autocitano gli autori e compare sempre la lista del figlio di Escobar (scrivere su Google Juan P. Escobar è come leggere in copia carbone informazioni acchiappa click dove la voglia di rivalsa del figlio del più famoso narcotrafficante della Storia si scontra con una certa avidità mascherata dall’autopromozione del suo libro, unico apparentemente a contenere la verità). Tutti si accomunano in tante realtà che gli sceneggiatori e autori della serie hanno storpiato e usato a loro vantaggio: la madre di Escobar non era proprio una nonna così apprensiva, il colonnello Carillo non è mai stato freddato da Escobar in mezzo a una strada e così via.
Ricordiamoci, però che la verità si dice che stia sempre in mezzo.
Gli autori inseriscono riprese originali, materiali di repertorio e dove possono riproducono esattamente le scene (si confronti la scena finale della cattura di Escobar e si possono vedere come la cura del dettaglio sia stata quasi maniacale), permettendo così alla realtà di entrare di dovere nel racconto.

Gli studios utilizzano la verosimiglianza per ricreare ambienti, modi di dire, sensazioni, colori, gusti; vengono mandati persone sul campo a setacciare le giuste location, casting ricercati e azzeccati permettono di rendere ancora più veritiero il racconto. Netflix, i registi, gli autori hanno dimostrato una grande sapienza e una grande volontà di raccontare qualcosa che non era ancora stato raccontato così bene. Eppure…
Eppure tanta gente ha sofferto: i colombiani hanno rivisto gli orrori che molti avevano vissuto sulla loro pelle, gli attentati, gli omicidi, il terrore. Molti prima hanno pensato che l’accento di Wagner Moura si sentisse troppo, che la cadenza brasiliana potesse ingannare un europeo ma di sicuro non un latinoamericano, e poi che la figura di Escobar fosse diventata troppo mitica invece dell’assassino che aveva ucciso un loro parente o un loro amico. Se le cose bisogna dirle, che si dicano bene almeno, insomma. Ma l’assioma non era che, bene o male, l’importante fosse che se ne parlasse?

Una narrazione in bilico tra artificio e realtà
Raccontare una storia nella Storia per non farla sprofondare nell’oblio o per tirarla fuori dalla naftalina ha principalmente due intenti: quello commerciale e quello didattico. Quello commerciale è chiaro e se il fenomeno Narcos ha aperto o si è inserito in un filone molto ricco (basti pensare alla serie El Chapo o ai vari film sul Robin Hood di Medellìn come Pablo Escobar-El patron del mal, Escobar con Benicio del Toro o Loving Pablo con Javier Bardem e Penelope Cruz) è anche per una questione di domanda-e-offerta. Farsi affascinare dai cattivi è una richiesta di mercato che le case di produzione non possono ignorare: Breaking Bad, Sons of Anarchy, Gomorra, Romanzo Criminale sono gioielli narrativi e psicologici che hanno forte impatto sulla cultura popolare, tanto da trasformare anche i classici buoni in bad guy tormentati (Sherlock, The Shield, Preacher e, perché no, anche BoJack Horseman).
L’intento didattico invece rischia di presentarsi come un’arma a doppio taglio, rischiosa ma affascinante se non rischiosamente affascinante. “Un certo discredito della storiografia e degli storici, spesso alimentato anche da immagini letterarie negative che ne hanno fatto i complici ignari o consenzienti di poteri più o meno invisibili intenzionati a manipolare la realtà, fa spesso considerare gli scrittori e gli artisti testimoni più attendibili perché ritenuti più liberi e più disinteressati” (Martinat, 2013).
L’attendibilità passa quindi di mano e gli studiosi e storici si trovano a “sporcarsi” con la letteratura coprendo buchi e tralasciando toni polverosi e sonnolenti, poiché non in grado di rispondere alle attenzioni e agli interessi del pubblico, il quale, invece, preferisce evidentemente una spettacolarizzazione della Storia. E più facilitata e diretta trasformando il sapere in un Bignami con effetti speciali.
Tuttavia, non è da considerare un mostro divoratore questa nuova tendenza di insegnare la Storia (o almeno mostrarla) attraverso uno storytelling accurato e accattivante, anzi esso si presenta come una nuova possibilità di avvicinare il pubblico ad argomenti ignorati e mai sfiorati sui verbosi libri scolastici.

La Banda della Magliana e il piccolo schermo
Prendiamo in esempio Romanzo Criminale e tutto quello che è scaturito prima dal libro, poi dal film e infine dalla serie: i personaggi sono immaginari, eppure si rifanno a persone realmente esistite, i fatti sono ingigantiti e romanzati, eppure la banda teneva un arsenale proprio sotto il naso di chi li inseguiva, ma tutto questo se non fosse stato per De Cataldo probabilmente sarebbe passato inosservato sotto il naso annoiato di lettori assidui di giornali.
Al contrario, ora, grazie ad un lavoro artificioso sulla realtà la Banda della Magliana è una realtà italiana conosciuta anche ai più giovani e svogliati lettori. Da lì in poi sta a loro approfondire con la ricerca della verità. L’autore è come uno chef: imbandisce la tavola, prepara le portate, cura la composizione dei piatti, dosa i gusti, sceglie un buon vino per accompagnare e poi accoglie gli ospiti, li fa sedere alla sua tavola e gli offre (più o meno) il suo menu. Da lì in poi è tutto nelle papille gustative dello spettatore.
All’autore non rimane altro da fare che aspettare i giudizi. Tutto il suo lavoro avviene prima e, come un grande chef, sa che la cosa più importante sono le materie prime che devono essere genuine e di ottima qualità. E se ci si rifà ad avvenimenti storici, esse sono l’accurata ricerca e la riproduzione del contesto.
Non si lasci ancora andare l’esempio di Romanzo Criminale, anzi analizzandola si percepisce che la chiave vincente della serie è stata la perfetta ricostruzione degli anni Settanta e Ottanta. Si pensi alla musica scelta per alcune scene, non si è creato una sonorità ad hoc ma vi è stata la volontà di attingere al grande bacino musicale di quegli anni composto “da hit dell’epoca che fanno parte della nostra memoria” (Marino e Gotti, 2016), dimostrando una volontà di fare pop la narrazione e renderla più vicina. Non solo la musica aiuta questo processo di familiarizzazione con la Storia “fictionata”: le vecchie lire, le auto d’epoca, il vestiario, tutto è accurato e studiato per ricreare quei tempi e quelle sensazioni. “La serie è insomma un revival” (ibidem) che scatena la nostalgia in qualcuno e in qualcun altro la curiosità, un menù che può sfamare perché nonostante le dichiarate libertà artistiche offre la possibilità di ritornare ad un tempo passato e riviverlo per provare, o almeno cominciare, a capirlo.
Alla luce di questo bisogna porsi nuovamente la domanda se una conoscenza parziale e spettacolarizzata non è meglio dell’ignoranza completa e cieca.
Chi sarà interessato potrà continuare la sua ricerca e la sua analisi storiografica, a chi invece sarà sufficiente la serie televisiva, il film o il libro saprà almeno di cosa si parla quando leggerà notizie riguardo al traffico Stati Uniti-Messico o agli impicci di Roma Capitale, d’altronde “Chi desidera comprendere il mondo ne deve conoscere la storia, come risulta evidente a chiunque legga un quotidiano o segua un telegiornale” (Mai, 2004).

Letture
  • Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale, Einaudi, Torino, 2002.
  • Anonimo, Cosa c’è di vero in “Narcos”, 5 ottobre 2016,
  • Monica Martinat, Tra Storia e fiction. Il racconto della realtà nel mondo contemporaneo, Et al., Milano 2013.
  • Manfred Mai, Una storia del mondo, Feltrinelli Kids, Milano 2004.
  • Matteo Marino e Claudio Gotti, Il mio primo dizionario delle serie tv cult. Da Twin Peaks a Big Bang Theory, BeccoGiallo, Padova 2016.
  • Simone Vittorini, Storia facendo: narrazioni transmediali e storytelling museale per una pedagogia della Storia, Torino, 2017.
Visioni
  • Michele Placido, Romanzo Criminale, Warner Bros. Entertainment, 2006 (home video).
  • Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini, Claudio Giovannesi, Gomorra, Sky, Cattleya, Fandango, La7 e Beta Film, 2014.