Dormite sodo, stronzi!

Bernadette Carroll canta con la sua voce melliflua e tremante le sue pene d’amore, “no one knows it’s just a pose / Pretending I’m glad we’re apart / And when I cry, my eyes are dry / The tears are in my heart”.
L’amore, la vita, negli anni Quaranta quando Laughing On The Outside (Crying On The Inside) fu scritta, dovevano essere proprio così, come quei versi drammatici, eppure leggeri, di una canzoncina popolare americana.
Vorremmo pensare a questo, ai capelli biondi di Bernadette, ai suoi struggimenti davanti ad una finestra con tende di pizzo rosa, in una casa con il giardino e lo steccato bianco, in un tranquillo quartiere di una splendida cittadina americana dove mai nulla succede, ma non possiamo.
Un adolescente seduto su un letto in una stanza anonima e in penombra, con la sua voce atona, ripresa fuori campo, e lo sguardo altrove, si è appena presentato: “mi chiamo James, ho 17 anni e penso proprio di essere uno psicopatico”. Con il suo skate sottobraccio ondeggia verso la macchina da presa, il racconto in prima persona della sua infanzia, quando a nove anni immerse la sua mano nella friggitrice di casa piena di olio bollente, solo perché voleva “sentire qualcosa”, o ancora quando decise di sgozzare il gatto della sua vicina e poi tantissimi altri animali per allenarsi ad ucciderne uno molto, molto più grande, finisce per appiccicarsi fastidiosamente all’acuto impassibile della Carroll, come una gomma da masticare sotto la suola di una scarpa. Almeno fino all’arrivo di Alyssa, 15 anni, gli occhi di ghiaccio, un’imprecazione ogni due parole, un patrigno insensibile, una madre debole, che sussurra come fosse uno dei personaggi di Downtown Abbey, due fratellastri appena nati e la chitarra di Graham Coxon a fare da contrappunto al suo ingresso in scena e al primo incontro con James:

– Alyssa: “Ti ho visto sullo skate. Fai schifo”
– James: “Vaffanculo”

Si scelgono, attratti da una negatività reciproca. Lei in cerca di un diversivo, lui di qualcuno da uccidere. 
Si baciano come due automi, si toccano appena, mentre gli Earls cantano il ritornello del celeberrimo inno di Burt Bacharach “No-no, never fall in love again, I’ll never, I’ll never fall in love again”.

Inizia così, con un cortocircuito estetico prima ancora che etico, The end of the f***ing world, la serie inglese di Jonathan Entwistle, tratta dall’omonima graphic novel di Charles Forsman, distribuita lo scorso autunno prima su Channel 4 e poi su Netflix. Non sarà il solo, naturalmente, perché di cortocircuiti, emozionali, cognitivi, narrativi, questa storia, in otto episodi da venti minuti ciascuno (di norma la durata delle sit-com, e il richiamo al genere non è un caso, visto che si ride e tanto) ne è davvero piena.
Lo spettatore si trova costretto, alla fine di ogni puntata, a fare i conti con il proprio imbarazzo, il dubbio e l’incertezza intellettuale, con il perturbante, avrebbero detto, in una sola parola, Ernst Jentsch e Sigmund Freud.
Quel senso continuo di confusione, di spaesamento ed estraneità a una realtà giudicata incomprensibile, eppure sentita come familiare, è, infatti, una costante di questa stravagante narrazione seriale ed è anche una delle caratteristiche intrinseche del periodo più sinistro e spaventoso dell’esistenza umana, l’adolescenza. James e Alyssa si sentono smarriti, sconnessi, incompresi, abbandonati e soli in un mondo di adulti egocentrici e narcisisti. Che poi è esattamente quello che prova, ad ogni latitudine e fuso orario, qualsiasi adolescente che si rispetti.

Eppure, in questa commedia dell’assurdo la percezione dei protagonisti, espressa in una singolare alternanza dei punti di vista in voice off, è costretta a scontrarsi con la reale e inaspettata drammaticità degli eventi che accadono.
Insomma, come se E. T. A. Hoffmann avesse scritto la sceneggiatura di Moonrise Kingdom di Wes Anderson, scegliendo di far vivere a Suzy e Sam tragedie di ogni sorta. Non ci sono boy scout qui, né eleganti tinte pastello a colorare abiti e panorama, ma un lungo elenco di bruttezze umane a cui i due giovani, scappati insieme su una macchina rubata, come due acerbi Bonnie e Clyde, non sembrano preparati a rispondere, se non in modo schizofrenico, a volte con sorpresa, altre con indifferenza, altre ancora con paura e rabbia.
James a Alyssa sono caratteri salingeriani perfetti, possiedono, infatti, la stessa presunzione morale di Holden Caulfield (a ben vedere, qualunque adolescente la possiede) che, lasciando di notte l’Istituto Pencey, grida furioso verso le finestre del dormitorio ai suoi compagni “dormite sodo, stronzi!”.
Esclamazione che fa il pari con il “non mi fido di chi si adatta” di Alyssa in una mensa affollata di annoiati millennials, curvi sui propri smartphone.

E, in fondo, proprio come Il giovane Holden di Salinger, anche The end of the f***ing world può considerarsi un Bildungsroman, un romanzo di formazione del doloroso passaggio dall’età dell’adolescenza a quella adulta, qui in chiave decisamente black. Un passaggio che, affannosamente e senza successo, i nostri protagonisti cercano di procrastinare o da cui provano a rifuggire, con risultati inevitabilmente tragici. Con una differenza, che nell’opera di Salinger il protagonista affronta il suo viaggio di crescita e di scoperta in totale solitudine.
“A volte mi sento più me stessa quando sono con James che quando sto da sola” confessa Alyssa a se stessa e anche noi che ne ascoltiamo i più profondi pensieri. E così, James “Stare con Alyssa mi ha fatto sentire delle cose. Lei mi fa sentire delle cose. E questo non mi piace affatto”.
Vacillano e si perdono, per diventare l’uno il rifugio dell’altra, la casa e quel posto sicuro che non hanno mai avuto, anche se questo significa demolire ogni altra cosa.
Non è una visione conciliante quella di The end of the f***ing world, non lo è nei confronti delle nostre aspettative né delle nostre convenzioni di genere, è un giro su montagne russe impazzite. Vorremmo scendere, ma ci riesce impossibile.
“No, non è la fine del mondo, sono solo dei cazzo di adolescenti” ha scritto Charles Forsman. Che poi, in fin dei conti, è la stessa identica cosa.

Letture
  • Jerome David Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, Torino, 2008.
Visioni
  • Wes Anderson, Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, Lucky Red, 2012,
  • Julian Fellowes, Downtown Abbey, Carnival Films 2010 – 2015,
  • Charles Forsman, The end of the fucking world, 001 Edizioni, Torino, 2017.