Carrellata e primi piani
sul Bergamo Film Meeting


Da adolescente innocente e sfrontato a monarca assoluto: anche messa così si può ben dire che Jean-Pierre Léaud di carriera ne ha fatta parecchia nell’arco di sessant’anni di cinema. Da quell’inizio nei panni del giovanissimo Antoine Doinel ne I 400 colpi (Les quatre cents coups, 1959) di François Truffaut al re per eccellenza, Luigi XIV, il re sole colto sul finire della sua esistenza nel lungometraggio di Albert Serra, La mort de Louis XIV (2016). Léaud, questo è fuor di dubbio, è un’icona del cinema di Truffaut, della nouvelle vague, del cinema tout court. Quasi inevitabile che arrivasse il suo turno nel ruolo di protagonista, sin dalla locandina ufficiale, della retrospettiva che ogni anno Bergamo Film Meeting dedica a nomi che hanno fatto la storia della settima arte. Presente di persona al BFM, Léaud presenterà molti dei lavori inclusi nella selezione concertata dagli organizzatori della manifestazione con lo stesso Léaud. Un cambio di testimone tra pari, dopo la personale dedicata a Liv Ullmann nella scorsa edizione.

In scaletta l’intero ciclo truffautiano del personaggio Antoine Doinel, sorta di autobiografia filmica in cinque capitoli scritti nell’arco di un ventennio (1959-1979). Oltre al citato Les quatre cents coups, la serie, sorta di comedie balzachiana in celluloide, include: Antoine e Colette (episodio di L’amore a vent’anni /L’amour à vingt ans, 1962), Baci rubati (Baisers volés, 1968), Non drammatizziamo… è solo questione di corna! (Domicile conjugal, 1970), L’amore fugge (L’amour en fuite, 1979).
L’identificazione tra Truffaut e Antoine Doinel è stata dichiarata a più riprese dal regista, ma nel dare vita al personaggio fu decisivo da subito l’apporto di Léaud, come ricordò lo stesso Truffaut in un’intervista: “Credo che all’inizio ci fosse molto di me stesso nel personaggio di Antoine. Ma dal momento in cui è arrivato Jean-Pierre Léaud, la sua personalità, molto forte, mi ha portato a modificare spesso la sceneggiatura. Quindi penso che Antoine sia un personaggio immaginario che ha preso qualcosa da ognuno di noi due”. A rivederlo non si fatica a credere a queste parole. Léaud ha da subito plasmato il personaggio, segnandolo con gesti, movenze, espressioni, consegnandoci un personaggio nevrotico, mai del tutto emancipato dall’adolescenza, inquieto, inafferrabile e ineffabile. Segni particolari che trasmigrano anche negli altri personaggi a cui Léaud ha dato vita già in parallelo al ventennio truffautiano.

 

Prova ne siano le opere in programma al BFF 2019, a iniziare dal dittico godardiano Il maschio e la femmina (Masculin féminin, 1966) e La cinese (La chinoise, 1967) e per non dire del capolavoro La maman et la putain (1973) di Jean Eustache, tre ore e mezza circa nella vita di Alexandre, impersonato da Jean-Pierre Léaud e le sue estenuanti conversazioni con le sue donne, Marie (Bernadette Lafont) e Véronika (Françoise Lebrun), con la sua ex Gilberte (Isabelle Weingarten) e nelle pause le chiacchiere al bar con l’amico Charles (Jacques Renard). Un film sulla parola, come lo definì lo stesso Eustache. In totale verranno proiettati diciassette lungometraggi più il corto estratto da L’amore a vent’anni.

Anche due lavori godardiani nella retrospettiva dedicata a Jean-Pierre Léaud: Il maschio e la femmina e La cinese (foto).

Nell’elenco sono inclusi Il vergine (Le départ, 1967) di Jerzy Skolimowski, gli altri due film girati con Truffaut, Effetto notte e Le due inglesi, una coppia di lavori realizzati con il figlio più autentico del Maggio francese tra i cineasti, Philippe Garrell: La concentrazione (La concentration, 1968) e La nascita dell’amore (La naissance de l’amour, 1993) opere difficili da ritrovare nelle sale. Gli altri film della selezione sono i più recenti Ho affittato un killer di Aki Kaurismäki (I Hired a Contract Killer 1990), Irma Vep (1996) di Olivier Assayas, Per scherzo (Pour rire!, 1996) di Lucas Belvaux, Pornografo (Le Pornographe, 1999) di Bertrand Bonello, L’affaire Marcorelle di Serge Le Péron (2000) e il film sopra citato di Serra sul Re Sole.
Ad affiancare la retrospettiva dedicata a Léaud, la classica sezione del BFM, Europe Now!, quest’anno propone la personale completa del norvegese Bent Hamer e dello spagnolo Alberto Rodríguez. Regista, sceneggiatore, produttore e fondatore della casa di produzione BulBul Film, Hamer realizzò il suo primo lungometraggio, Eggs, nel 1995, raccontando il quotidiano di due settantenni pensionati e di un imprevisto che ne frantuma la routine. Da allora, il regista norvegese non ha mai smesso di privilegiare personaggi caratterizzati da solitudine, emarginazione e disadattamento. È noto in particolare per Racconti di cucina (Salmer fra kjøkkenet), del 2003, storia dell’incredibile e strana amicizia tra un ricercatore e il soggetto di una bizzarra ricerca effettuata negli anni Cinquanta dall’Istituto Svedese per la Ricerca Domestica, per ottimizzare l’economia dei movimenti delle casalinghe.

La sezione Europe Now! propone l’intera filmografia di Bent Hamer. Nella foto: Racconti di cucina  (2003).

Gli fece seguito Factotum (2005), adattamento dell’omonimo racconto di Charles Bukowski. 
Il suo ultimo lungometraggio è 1001 grammi (1001 Gram, 2014), ritratto esistenziale della trentacinquenne Marie che si occupa insieme al padre di unità di misura, rimasta sola dopo la scomparsa del genitore e la fine di una relazione amorosa.
Dal surrealismo rarefatto del cinema di Hamer a quello sempre in movimento tra i generi di Alberto Rodríguez.
Si va dal poliziesco Grupo 7 (2012) al thriller La isla mínima (2014) e alla storia basata su fatti realmente accaduti, che parla della vicenda dell’ex agente segreto Francisco Paesa nel film L’uomo dai mille volti (El hombre de las mil caras, 2016), ma anche a lavori più centrati su storie minime, come After (2009) notte brava di tre amici di vecchia data che si rincontrano o 7 vírgenes (2005), storia delle 48 ore di permesso di un giovane detenuto in un carcere minorile. Anche per Rodríguez è rassegna completa, inclusi tutti i corti, a partire dal suo esordio nel 1999, Bancos, co-diretto con Santi Amodeo, storia di Arturo, ingegnoso commesso di un mini-market che coltiva un hobby particolare: progettare rapine in banca.
Completa la sezione Boys & Girls. The best of Cilect Prize, che presenta una selezione di otto corti dei film di diploma realizzati dagli studenti delle scuole di cinema europee che aderiscono al CILECT (Centre international de liaison des écoles de cinéma et de télévision).

Rassegna completa anche per il regista spagnolo Alberto Rodríguez sempre per la sezione Europe Now! (nella foto: After realizzato nel 2009).

Da nord a sud ovest dell’Europa, quindi, e il tour proposto dal BFM prosegue a sud est, nell’ex Jugoslavia, dove fiorì il cinema di Karpo Godina, esponente di spicco di quella cinematografia e successivamente di quella slovena. Uomo di cinema a tutto tondo, Godina, regista, ma anche direttore della fotografia, sceneggiatore, montatore, personalità chiave della nouvelle vague jugoslava, nota anche come Black Wave. Qui siamo davvero di fronte a un recupero prezioso, perché si tratta di una proposta che raccoglie lavori difficilmente fruibili altrimenti: i quattro lungometraggi Paradiso Artificiale (Umetni raj, 1990), Boogie Rosso (Rdeči boogie ali Kaj ti je deklica 1982), La zattera della Medusa (Splav Meduze, 1980) e La storia del Sig. P.F. (Zgodba gospoda P. F., 2002), i corti realizzati dal regista negli anni Sessanta e Settanta.

Paradiso Artificiale è uno dei quattro lungometraggi inclusi nella personale dedicata a Karpo Godina.

Il giro d’Europa prosegue oltremanica con il cinema di Peter Mullan, noto soprattutto come attore: Trainspotting di Danny Boyle (1996), Riff Raff (1995) e My Name Is Joe (1999) di Ken Loach. Negli anni si è dedicato anche alla regia e alla sceneggiatura televisiva e a BFM sarà presente con una selezione di lavori che lo hanno visto in veste di regista o di interprete, tra cui il citato My Name Is Joe, che gli valse la Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione. Cinema duro, racconti crudi, storie di perdenti, di disperazione e di speranza, cinema affine al quello del sodale Shane Meadow al quale il BFM dedicò una grande retrospettiva nel 2016.
L’appuntamento con il cinema d’animazione quest’anno è con il polacco Marius Wilczyński e con l’intera collezione dei suoi undici lavori tra i quali un trittico di videoclip: Allegro ma non troppo (1998), per il brano di Stanisław Sojka basato sull’omonima poesia di Wisława Szyborska, From the Green  Hill (1999) per la composizione omonima del jazzista Tomasz Stańko, e Śmierć na pięć (Morte ai cinque, 2002) realizzato per l’ultima composizione registrata da Grzegorz Ciechowski, prima della sua morte prematura nel dicembre del 2001. Doveva far parte di un progetto che sarebbe dovuto durare circa 30 minuti e invece ne rappresenta una sorta di frammento. È stato incluso anche il trailer di Zabij to i wyjedź z tego miasta (Kill It And Leave This Town), lungometraggio al quale lavora da circa dodici anni e che dovrebbe essere presentato proprio quest’anno.

Sette film concorrono nella Mostra Concorso, tra cui Ray & Liz del britannico Richard Billingham.

La Mostra Concorso quest’anno vede scendere in campo ben cinque opere prime sulle sette in concorso e due opere seconde, tutte in anteprima italiana. In linea con le scelte storiche del BFM, anche per questa edizione sono state selezionati lavori che privilegiano temi sociali e identitari. Per esempio, Ray & Liz del britannico Richard Billingham è un’opera autobiografica che racconta di alcolismo, disoccupazione e marginalità all’ombra di maestri del genere come i citati Loach e Meadows. Cinema che non disdegna i temi della commedia surreale, come Holy Boom (Santo boom) della greca Maria Lafi che inscena un singolare intreccio di destini tra quattro residenti dello stesso quartiere di Atene in seguito a una fortuita esplosione che fa saltare in aria la comune cassetta della posta mescolando, modificando le vite di tutti.
Gli altri cinque lavori in concorso sono: Obey (Obbedisci) di Jamie Jones, Un om la locul lui (Un uomo onesto) di Hadrian Marcu, Granice, kiše (Confini, gocce di pioggia) di Nikola Mijovic e Vlastimir Sudar, Rojo (Rosso) di Benjamín Naishtat, El motoarrebatador (Il borseggiatore) di Agustín Toscano.
Premio in palio anche per la sezione Visti da vicino dedicata ai film documentari, corti, medi e lunghi, selezione di produzioni indipendenti provenienti dal panorama internazionale e tutti inediti in Italia. Quattordici le opere in lizza, per una rassegna davvero eterogenea, per taglio e tema. Si va da La Grande Messe (La grande messa) di Valéry Rosier, Méryl Fortunat-Ross dedicato agli appassionati del Tour de France che come fedeli in pellegrinaggio si recano sulla cima di una montagna per il passaggio della carovana, a Flotteln (La zattera) di Marcus Lindeen che recupera un singolare esperimento di studio delle relazioni realizzato nel 1973, quando cinque uomini e sei donne attraversarono l’Atlantico: tre mesi su una zattera senza privacy.
Oppure Insulaire (Isolani) di Stéphane Goël, che documenta della singolare popolazione di Robinson Crusoe, piccola isola a centinaia di chilometri dalla costa cilena. Nel 1877 divenne proprietà di un aristocratico svizzero, Alfred von Rodt. Né cileni né svizzeri, gli abitanti dell’isola hanno costruito una loro forte identità che li porta a rifiutare tutto ciò che proviene da “fuori”. Spazio anche al bizzarro, come nel caso di Vienna Calling (Vienna chiama) di Petr Šprincl, che ruota intorno a un falso furto di denti in seguito alla riesumazione nientepopodimeno che di Johann Strauss e Johannes Brahms.

Vienna chiama di Petr Šprincl è uno dei film documentari in concorso nella sezione Visti da vicino.

Infine, gli eventi collaterali, e anche qui l’edizione 2019 di BFM cala diversi assi. In particolare si segnala il triplo appuntamento con una figura di spicco dell’immaginario moderno: Sherlock Holmes, per un totale di sei film.
Nella sezione Midnight Movie sono in programma il classico Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (The Adventure of Sherlock Holmes’ Smarter Brother, 1975) di Gene Wilder, Senza indizio (Without a Clue, 1988) di Thom Eberhardt e Sherlock Holmes: soluzione settepercento (The Seven-Per-Cent Solution, 1976) di Herbert Ross, mentre la Fantamaratona prevede il super cult La furia dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles, 1959) di Terence Fisher, l’iconoclasta Il cagnaccio dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles,1978) di Paul Morrisey e il classico riscoperto quest’anno Vita privata di Sherlock Holmes (The Private Life of Sherlock Holmes, 1970). Una scorpacciata di congetture e indagini con e sul celebre investigatore.
Altro nome di culto presente in calendario è Jan Švankmajer, di cui già diversi anni fa il BFM realizzò una retrospettiva. All’immaginifico creatore di animazioni che incrociano pura meraviglia e grottesco surrealismo si è dedicato un dittico che in qualche modo racchiude temporalmente tutta la sua carriera: il primo corto realizzato nel 1964, L’ultimo trucco (Poslední trik pana Schwarcewalldea a pana Edgara) e il più recente Insetti (Hmyz, 2018) con attori in carne e ossa, un’opera ibrida sviluppata su diversi livelli: una compagnia teatrale che prepara una pièce dai due finali, uno ottimista e uno pessimista; il making of del film; il making of del making of.

La vita privata di Sherlock Holmes è uno dei lungometraggi in programma che ruotano intorno alla figura del personaggio di Arthur Conan Doyle.

Omaggio anche a Pier Paolo Pasolini, al quale BFM dedica una mostra fotografica, una tavola rotonda e la proiezione di tre film: Il fiore delle mille e una notte (1974), Appunti per un film sull’India (1967-1968) e Le mura di Sana’a (1971). Spazio anche per un ricordo di Jonas Mekas, poeta, artista e regista, fondatore del New American Cinema Group e creatore dell’Anthology Film Archive, protagonista di una mostra nella scorsa edizione per la sezione Incontri: Cinema a Arte contemporanea e scomparso a gennaio di quest’anno. La sezione quest’anno vedrà protagonista il duo svedese composto da Nathalie Djurberg e Hans Berg che presenteranno la mostra Rites of passage.
Si chiude in musica con il tradizionale passaggio di consegna al Bergamo Jazz Festival. A fare da cerniera la proiezione di Alfie (1966) di Lewis Gilbert con la colonna scritta da Sonny Rollins e a seguire Le voyage imaginaire (1927) di René Clair, ovvero un muto sonorizzato dal vivo dal trio di fiati composto da Roger Rota, Marco Colonna e Francesco Chiapperini. Si chiude, ma si comincia anche in musica, perché BFM inaugurerà ufficialmente la sua 37a edizione con la sonorizzazione live di Metropolis, capolavoro di Fritz Lang in versione restaurata, che sarà eseguita in anteprima nazionale dal dj statunitense Jeff Mills.