A Est molto di nuovo

Una previsione apocalittica sugli effetti della digitalizzazione sul cinema lasciava supporre la scomparsa delle sale e il crollo delle manifestazioni cinematografiche nel mondo. L’effetto è stato invece assai diverso da queste aspettative pessimistiche e la rottura delle barriere fisiche ha anzi promosso la costruzione di ponti aumentando il raggio d’azione dei singoli spettatori dalle uscite negli esercenti di fiducia ad altre ben più distanti. La necessità di fornire degli hub in continenti agli antipodi, località cinematografiche funzionanti come le città globali della sociologa Saskia Sassen, ha portato a un aumento dei festival in tutto il pianeta, accresciuti di potere grazie ai nuovi collegamenti tra industrie, un tempo separate da limitazioni geografiche consistenti e spesse barriere politiche oggi incrinate.

Nel 1997, quando a Udine nacque il Far East Film Festival, erano tempi di innovazione culturale in Asia: proprio un anno prima era stato fondato quello che oggi è il più importante festival asiatico, il Busan International Film Festival, Hong Kong era appena passata dal Regno Unito alla Repubblica Popolare Cinese, in Sud Corea esplose il New Korean Cinema. Nel frattempo l’emergere del digitale abbatteva i costi di produzione e consentiva a svariate nazioni di presentarsi sul mercato internazionale dove prima arrivavano solo attraverso passaggi nei principali festival europei. Una lista di cui ora fa parte anche il FEFF, quarto in Italia come numero di spettatori e primo in Europa tra le varie manifestazioni dedicate al cinema asiatico. Un traguardo importante raggiunto senza alcun dubbio grazie alla passione sconfinata e al duro lavoro di Sabrina Baracetti, Thomas Bertacche e dello staff intero del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, il piccolo capoluogo friulano che ogni anno si trasforma in uno squarcio dimensionale dove è possibile immergersi nella cultura e nel cinema popolare asiatico. Presentando gli ospiti del momento sulle note di The Edge of Heaven degli Wham! la coordinatrice Baracetti ha a più riprese ricordato lo scopo principale del FEFF: portare in Europa, non più solo in Italia, come dimostrano le decine di lingue parlate nel Teatro Nuovo Giovanni da Udine, proprio quelle produzioni pensate per il pubblico.

Oriente selezionato
Una platea costituita anche dagli operatori del settore, loro stessi appassionati, autori per lo più di opere di genere, verso cui era diretto l’interesse del FEFF, nato negli anni Novanta come rassegna di spaghetti western prima di volgere lo sguardo a una delle patrie del cinema di genere: Hong Kong. Iniziò con Johnnie To e Ringo Lam, due nomi di rilievo dell’industria di Hong Kong, e oggi la città, in preda alle mire di Pechino, torna parzialmente protagonista alla 19ͣ edizione con vere e proprie celebrazioni: la retrospettiva Creative Visions, per il triste ventennale dall’handover alla Cina con alcune delle opere più importanti uscite dal 1997 a oggi, anno di uscita di Made in Hong Kong di Fruit Chan, proiettato in anteprima mondiale al Far East nella sua versione restaurata in 4K.La produzione contemporanea si è invece confrontata con un doppio appuntamento per Herman Yau, regista dell’horror The Sleep Curse (2017) e del thriller Shock Wave (2017), e il Gelso d’Oro a Eric Tsang, raro protagonista ma famosissimo caratterista atterrato a Udine per presentare la sua ultima produzione, l’esordio di Wong Chun Mad World (2016) con cui ha portato a casa il My Movies Audience Award. Il secondo Gelso è stato invece assegnato a Feng Xiaogang, l’unico della Quinta Generazione di registi dalla Cina a non aver frequentato la Beijing Film Academy e ad aver invertito la carriera dall’intrattenimento a forme artistiche, come quelle dell’ultimo I Am Not Madame Bovary (2016), vincitore degli Asian Film Awards. La sua Fan Bingbing, superstar in Cina e secondaria in vari blockbuster di Hollywood, privata della scintillante bellezza che l’ha resa famosa prende di mira l’infame politica del figlio unico, da poco abbandonata dal governo di Pechino, con un dramma epocale per ricerca estetica e profonda introspezione narrativa.
La Cina non ha mancato di partecipare con altre opere importanti, come la premiere mondiale di Mr. Zhu’s Summer (2016) di Song Haolin, ma è Duckweed (2017) del blogger diventato regista Han Han a distinguersi, commedia nostalgica degli anni Novanta della crescita economica della Repubblica. 
La Sud Corea invece ha continuato a stupire con una selezione variegata: dai drammi Canola (2016) e The Last Princess (2016), un tradizionale melodramma di Hur Jin-ho sulla tragica storia dell’ultima principessa di Joseon, agli sportivi Run-Off (2017) e Split (2016); dai thriller adrenalinici Confidential Assignment (2017) e Fabricated City (2017) agli attesi film di Na Hyun, sceneggiatore di spicco al suo debole esordio alla regia con The Prison (2017), e Lee Soo-yeon, a quattordici anni dal suo successo The Uninvited (2003), con Bluebeard (2017), altrettanto stancante nonostante la magnifica interpretazione della crescente stella Cho Jin-woong. Una selezione lunga che prosegue con successi commerciali quali New Trial (2017) e Master (2016), e debutti, come Derailed (2016), che dimostrano imperterriti l’alto valore produttivo dell’industria coreana e la sua diversificazione ormai pari a quella dei più grandi mercati internazionali.

Nuove forme di famiglia nel film vincitore dell’Audience Award, Close-Knit di Naoko Ogigami.

Il Sol Vincente
Sugli altri ha finito con lo spiccare proprio quel Sol Levante scelto per inaugurare il festival con la divertente commedia post apocalittica Survival Family (2017) e rappresentato da un folto quanto differenziato gruppo di opere, spazianti dal Kammerspiel “degli equivoci” At the Terrace (2016) al dramma sentimentale Over the Fence (2016) fino alle incursioni storiche compiute dal documentario Mifune: The Last Samurai (2016) di Okazaki Steven e dall’edizione restaurata del classico di Suzuki Seijun La farfalla sul mirino (1967). Impreziositi dalle due premiere mondiali Hirugao (2017) e Love and Other Cults (2017) i quindici lungometraggi giapponesi in concorso hanno conquistato gli astanti declinando il genere comedy nelle sue modalità più disparate e originali, non prive degli echi di altre produzioni tipicamente nipponiche, come nel caso di Scoop! (2016) e degli anime rievocati con successo dallo stile dei suoi amorali paparazzi. In parte smentendo le previsioni del critico ed esperto Max Schilling, convinto che l’incapacità di “suscitare scalpore” del cinema giapponese ne abbia determinato la progressiva scomparsa dalle competizioni dei festival internazionali, gli spettatori udinesi hanno saputo lasciarsi sorprendere dalla selezione di visioni nipponiche contemporanee, distanti, ma che pur si avvicinano al sentire comune, fino a premiarla. Il vincitore dell’Audience Award di questa 19ͣ edizione del FEFF, che divide il podio con i sudcoreani Split e Canola, rispettivamente al secondo e terzo posto della classifica votata dal pubblico, è di Ogigami Naoko, già in concorso nel 2013 con la commedia cantilenante Rent-a-neko (Rent-a-cat, 2012) e quest’anno anche ospite fisica del festival, trionfalmente accolta dalla platea del Teatro Nuovo udinese grazie al dolce potere del suo Close-Knit (2017).

Un film parzialmente biografico, perché la figura della protagonista si ispira a quella della migliore amica di Ogigami, che ci ha tenuto a precisarlo poco prima della proiezione, incentrato sull’incontro fra una ragazzina e la convivente transgender del giovane zio destinata ad assumere il ruolo di madre pro tempore in luogo della assai negligente genitrice naturale della piccola. Sotto la superficie di un’ovvia quanto necessaria riflessione sulle difficoltà di integrazione che la comunità trans si trova tutt’oggi ad affrontare, Close-Knit insiste non casualmente sul concetto di legame, prima familiare e poi, più di tutto, materno. L’essere madre al di là di ogni confine biologico e sociale è il nodo più grande del punto a croce intessuto dall’autrice nipponica su molteplici livelli semantici, tenuti insieme da un filo che non si limita a essere rouge ma fuoriesce dalla trama con l’accompagnamento letterale e metaforico di una ninnananna tramandata da madre a madre. Il FEFF 19 premia così il saper ridere delle cose serie, un ideale intreccio di dramma e humour cui si aggiunge l’apparente assurdità di alcune immagini capaci di demolire i pregiudizi culturali di questa parte del mondo e imprimersi con grazia nella memoria degli spettatori di ogni luogo: una bimba che, dopo aver partecipato a un falò rituale di falli di stoffa, si ritrova ad attaccarsi e affezionarsi a due seni finti, buffo souvenir, o anche eredità, di una non mamma molto più materna di colei e di coloro che lo sono per sentito dire, nel pieno segno di quella lieve e insieme sferzante saggezza che il Giappone ha sempre saputo racchiudere all’interno delle sue storie. Il Far East Film Festival resta il luogo perfetto per farsele raccontare, con lo schermo al posto del fuoco e la luce giusta a incorniciare la bellezza delle differenze.