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    Mad Men,
    verosimile nascita (del malessere) di una nazione

    di 
    Enrica Picarelli
    madmen03

    Il cameriere di colore che gli ha appena servito da bere risponde ad alcune sue domande. 

    “Ma che cos'è? Basso contenuto di nicotina? Quei nuovi filtri? Perchè le Old Gold?” 

    “Ce le davano quando ero militare ... una stecca alla settimana gratuitamente”. “Non potrei mai farle provare un'altra marca, diciamo le mie Lucky?”, incalza Don. “Amo le mie Old Gold ... adoro fumare”. 

    “'Adoro fumare'. Bella questa.” Don lo segna sul tovagliolo.

    “Mia moglie lo detesta”.

    “Il Reader's Digest afferma che questo la ucciderà”.

    “Già, ne ho sentito parlare. Le donne amano le loro riviste”. 

    Il cameriere sorride condiscendente alle preoccupazioni ingenue di una moglie credulona, mentre Don riordina le note. La scena si interrompe così, lasciando il pubblico in uno stato di curiosa malinconia, per poi riprendersi in un attimo. Lo spezzone successivo insegue la telecamera percorrere su e giù le architetture moderniste di una New York ante litteram dove un sedicente gruppo di pubblicitari sta vendendo all'America l'illusione della libertà e del potere racchiusi in un pacchetto di Lucky Strike. Sul tavolo ovale della sala conferenze, un quotidiano annuncia l'imminente scontro elettorale tra John Kennedy e Richard Nixon mentre di là della parete di compensato, una nuova segretaria è introdotta alle meraviglie della tecnologia moderna. “Sembra complicata” le viene detto della pesante macchina da scrivere con cui sbrigherà la corrispondenza di Draper, “ma l'uomo che l'ha progettata l'ha costruita in modo abbastanza semplice da poter essere usata da una donna”. La sequenza degli Emmy's si interrompe sullo sguardo ammiccante della segretaria di vent'anni che, avvolta in un aderente completo di feltro, accarezza l'oggetto con unghie laccate di rosso. Ha i capelli raccolti in un'acconciatura a banana e somiglia a Marylin Monroe. Il suo fare ammiccante e le curve sinuose attirano gli sguardi degli uomini dell'ufficio che la seguono mentre ondeggia per il corridoio tra vecchi modelli di fotocopiatrici Xerox, orologi Nelson e sedie Eames, esercitando tutto il fascino delle sue forme prorompenti, tanto simili a quelle della donna più amata e desiderata d'America (episodio Smoke Gets in your Eyes, 1x01). 
    Quando le luci tornando ad accendersi sulla sala il pubblico è ancora sospeso a metà strada tra New York e Los Angeles, tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, rapito da questo viaggio fugace nell'America del dopoguerra. Allo sguardo di uno spettatore inesperto nulla apparirebbe meno familiare delle scene appena viste, ma questo è Mad Men, il TVdrama più acclamato della manifestazione e grande successo targato AMC. Tra lo spasso collaudato della commedia 30 Rock e l'ambiguità familiare di thriller come il succitato Damages, il palinsesto nostalgico e vagamente ibrido di Mad Men ha ottenuto enormi favori critici e molte statuine. Il realismo con cui la serie ricrea l'America dei primi anni Sessanta ha infatti conquistato pubblico e giornalisti guadagnandosi plausi per l'accuratezza rappresentativa e la densità stilistica. Mad Men esplora un terreno nuovo, rivivendo e ridisegnando in maniera controversa ma affascinante l'ultimo cinquantennio di storia americana, attraverso le vicende personali di un gruppo di baby boomers. Della serie Rob Salem ha scritto: “[è] un'evocazione incredibilmente riuscita ... dell'America di Camelot, prima della perdita dell'innocenza, gli omicidi, le ricadute della guerra in Vietnam e l'Estate dell'Amore” (Salem R., 2007, trad. italiana dell’autrice, ndr) mentre Mary McNamara sospira languidamente sulle pagine dell'L.A. Times, di un “cocktail di nostalgia pura” (McNamara  M. 2007, trad. italiana dell’autrice, ndr).
     

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