VI PIACCIONO LE NUOVE SCARPE
DELLE SORELLE FOWLER?
di Gennaro Fucile
Sgomento, angoscia, quantomeno disagio proviamo di fronte a un’opera come Observance (2002) di Bill Viola. Un video proiettato su uno schermo al plasma montato a parete, della durata di dieci minuti e quindici secondi. Un quadro hi-tech nel quale una fila di persone avanza verso lo spettatore. È un flusso costante, ognuno dei personaggi, raggiunta la testa della fila, si sofferma qualche istante ad osservare qualcosa che a noi resta invisibile, poiché posta appena al di sotto del bordo dell’inquadratura. È una sequenza in bilico tra dolore e dramma; il movimento dal fondo alla testa della fila e viceversa avviene lentamente, ci si fa largo nel poco spazio disponibile occupato da corpi che si sfiorano ed è tutto un susseguirsi di rapidi sguardi. Ci sono coppie che si confortano reciprocamente, tutti sentono il bisogno di dare forse un ultimo saluto, o chissà. Non sappiamo che cosa osservano, così come non siamo a conoscenza dell’identità del Godot beckettiano. Forse stiamo osservando una cerimonia funebre, un addio e, poiché la morte come il sole non si può osservare a lungo senza rimanerne accecati, Viola affida ai suoi personaggi, gente comune, di diverse etnie, età e probabilmente anche ceto, l’onere di guardare, risparmiandoci del tutto l’insostenibile visione. Può darsi che sia così, quella fila di persone è di fronte al nodo chiave dell’esistenza, vi si accosta con rispetto, partecipazione e poi lascia la scena in compagnia di una meditazione sulla vita.
In ogni caso, lo spettatore si ritrova ad osservare una rappresentazione dello sguardo stesso, di come, quando e perché guardare, un rituale dell’occhio, una capacità di saper vedere dove è necessario farlo, quando si deve e distinguendolo da altri momenti, dove è meno necessario, oppure è inutile, o ancora spregevole. È una differenza sempre meno percepibile nel flusso, al tempo presente, di esibizioni di ogni genere, di corpi e merci, emozioni e riflessioni che si srotolano davanti ai nostri sensi, eventi pubblici e privati, gesti quotidiani, vicende collettive, drammi, esplosioni di gioia e di violenza, eccetera, eccetera… ognuno di noi è sufficientemente al corrente di tutto ciò. Assenza di confini, di demarcazioni, l’implosione del senso. Logiche che oramai si annidano nella vita di tutti i giorni, rendendo impossibile non guardare tutto e sempre, dalle palestre ai saloni di bellezza a vista, che trasformano la strada in platea, dalle panetterie piuttosto che le macellerie dei grandi ipermercati che ci invitano a guardare le lavorazioni in nome di una trasparenza, di una qualità sempre verificabile, come se ognuno di noi fosse in grado di capire tecnicamente dove si commette un’infrazione alle norme alimentari vigenti. Un mondo in vetrina e tra le vetrine la più grande di tutte, la rete, e qui gli esempi si sprecano. A questo proposito, vale la pena di segnalare un fenomeno che sembra coagulare diversi movimenti dell’esprit dei nostri giorni, la manipolazione su larga scala degli individui a fini di marketing, ben altro che la storica manipolazione delle masse, la perdita e il ritrovamento di una o più identità, e le visioni ossessive agli antipodi dello sguardo rispettoso raccontato da Bill Viola. Anche in questo caso è protagonista il video, in versioni più o meno raffazzonate o artigianalmente ben confezionate dai video blogger, ovvero i vlogger. L’ultima frontiera ha preso forma, negli Stati Uniti, grossomodo nel 2006 e si chiama haul video, perché chi realizza il video non fa altro che mettere in mostra il suo bottino (haul). Il bottino non è altro che il frutto dello shopping più recente, esibito e raccontato come in genere si fa con gli amici quando si è acquistato prelibatezze o merci culturali e si decide di condividerle o consigliarle. Ai suoi esordi, gli oggetti (o soggetti?) degli haul video erano i più recenti gadget tecnologici, che venivano scartocciati e fatti funzionare in diretta. Oggi gli haul video sono migliaia, girati soprattutto da adolescenti, ma non solo, e i bottini includono prodotti di bellezza, abiti, bigiotteria, scarpe, accessori, ma c’è proprio di tutto. Le riprese sono sempre accompagnate da commenti, giudizi, recensioni. Niente di male, certo, soprattutto per le aziende, se è vero, come recita un claim in circolazione in questi giorni che: “la nostra migliore pubblicità sono i nostri clienti”. Ebbene, le ragazzine autrici degli haul video contano ormai su comunità composte da decine di migliaia di iscritti e le aziende hanno iniziato a interessarsi a loro al punto che la Federal Trade Commission già nel dicembre 2008 ha emanato delle direttive che impongono agli hauler di dichiarare se i prodotti di cui parlano sono stati realmente acquistati o ricevuti in omaggio, come delle copie per recensione, insomma. Quante volte si è parlato di fantascienza dissolta nel reale? Eccone una ennesima conferma, anzi qui la ritroviamo dissolta nel virtuale come prefigurato da William Gibson ne L'accademia dei sogni.
Le star di questa nuova scena virtuale arrivano dal Tennessee e si
chiamano Blair ed Ellen Fowler, che si sono anche affidate ad un agente
di Los Angeles per curare i loro affari. I numeri parlano chiaro: Blair
Fowler ha un canale youtube con 592.070 iscritti e un secondo canale
con 327.449 iscritti. La sorella ha due canali con 453.315 e 257.793
iscritti. Insieme hanno realizzato un video che conta a oggi 1.556.536
visualizzazioni. L’attuale civiltà dei consumi non
manipola più le masse, è evidente, non ne ha
bisogno, l’adesione all’ideologia consumistica
è spontanea, è radicata nella
necessità reale di incarnare la propria identità,
altrimenti vaga e smarrita, e di trovare una destinazione alle
molteplici sollecitazioni che quella stessa identità riceve
quotidianamente. A tutto ciò è sottesa una logica
ludica, che alimenta l’infantilizzazione dei consumatori, del
loro ego onnivoro. Per dirla con Charles Baudelaire: “Della
vaporizzazione e della centralizzazione dell’io. Tutto
è in questo”. L’attivazione di questo
moto perpetuo esige l’assenza di barriere. L’io
postmoderno è diversamente abile, deve essere messo in grado
di muoversi liberamente, di vedere e farsi guardare. Senza barriere, un
corpo sofferente o un luccicante vestitino alla moda, tutto deve essere
a vista non stop. Alla faccia delle opportune distanze, dei momenti
dedicati e anche dell’estetica intesa come bello, in un mondo
che tende a estetizzarsi. Altro che utopia della condivisione, come
ricorda Jaron Lanier “prima di condividere voi stessi, dovete
fare in modo di essere qualcuno”, ma qui si è una
categoria, niente di più, quella dei consumatori, anzi un
target di consumatrici, quello delle giovanissime. Come è
lontana l’opera di Bill Viola dal fenomeno degli hauler
- ma potrebbe essere una falsa impressione - e un sospetto si
fa strada, avanza lento come i personaggi del video di Viola: che
l’invisibile di quell’opera, ciò che in Observance
non appare, siano proprio le sorelle Fowler?