L’INGENUITÀ DEL BENE:
MEGLIO SCHIAVI CHE NEGRI
di Adolfo fattori
Risale all’inizio dell’anno la notizia che – in contemporanea col centenario della morte di Mark Twain, uno dei pilastri della letteratura dell’Occidente – il professor Alan Gribben della Auburn University di Montgomery, incaricato dell’editing delle nuove edizioni delle opere dello scrittore, si sia messo di buona lena e pieno di buone intenzioni a depurare The Adventures of Huckleberry Finn del termine nigger, dispregiativo per “uomo di colore”, oggi “afroamericano” – il nostro negro, insomma. Gribben pare si sia indispettito perché nel testo di Twain il termine compare ben duecentodiciannove volte – e se fosse comparso, diciamo, “solo” venti volte? – in ossequio, al di là dell’appunto statistico, agli imperativi del politically correct.
In un testo sull’espressionismo di Ladislao Mittner, il padre degli studi di letteratura tedesca in Italia a partire dal secondo dopoguerra, pubblicato per la prima volta nel 1965, ma ampiamente ristampato in seguito, si legge “arte negra”, termine allora corrente per indicare l’arte africana. Dobbiamo aspettarci che venga mondato anche questo saggio?
Sulla questione del “politicamente corretto” sono intervenuti in molti. Leslie Fiedler, uno dei più grandi critici letterari del Novecento, ebreo-americano e studioso anche di Mark Twain, scriveva profeticamente: “(Leggendo) romanzi, poesie e drammi […] ci si può sgravare dall’ipocrisia e renderci consapevoli di quanto poco si cambi con i soli mutamenti verbali: quella maniera superficiale di rietichettare di cui andiamo così stupidamente fieri.” (corsivo nostro).
Una delle caratteristiche del postmodernismo è la capacità di “storicizzare il presente” (Fredric Jameson): vederlo come “dall’esterno” per poterlo studiare senza esserne influenzati. È paradossale che non si riesca a fare la stessa operazione col passato, attualizzandolo invece come fa Gribben, quindi decontestualizzandolo, e, alla fine, neutralizzandone le miserie. Un maquillage che trasforma in superficie liscia ciò che era fitto di asperità, discrepanze, contrasti.
In tempi più recenti, e in un contesto adiacente, è intervenuto sull’argomento un altro grande della cultura americana, David Foster Wallace, a proposito dei guasti prodotti dagli usi linguistici promossi dalle anime belle del progressismo: “… per esempio […] i progressisti P(oliticamente) c(orretti) che sprecano tempo ed energie a questionare se un povero debba essere descritto come un individuo ‘a basso reddito’ o ‘economicamente svantaggiato’ o ‘pre-benestante’ piuttosto che fabbricare pubbliche argomentazioni efficaci in favore di una politica redistributiva…” Come dire: “Quando il saggio indica la Luna, lo sciocco guarda il dito!”
Anche in questo caso, l’operazione di “lifting” linguistico finisce per occultare piuttosto che svelare e denunciare.
Due esempi diversi, la letteratura e la politica, che mostrano lo stesso calco, in fondo: la distanza dal contesto, il principio integralista che scambia i sogni per realtà. E serve a salvare l’anima, dandoci l’impressione – con un costo linguistico minimo – di aver avuto un guadagno etico immenso. Come se, sottolinea ancora Foster Wallace, siano i cambiamenti nella lingua a produrre le trasformazioni negli atteggiamenti e nei comportamenti, e non il contrario.
“Pre-benestanti”, ad esempio, parafrasi augurale, che induce alla speranza… come “diversamente abile”, per stare in Italia, neologismo ormai abusato, che ha sostituito via via “scemo”/“storpio”, “minorato”, “handicappato”, “disabile”, man mano che questi termini, con l’uso, ridegradavano alla connotazione spregiativa originaria che i comportamenti reali nei confronti di queste persone implica.
Riprendendo così il sopravvento sui tentativi di sconfiggere i pregiudizi e i luoghi comuni attraverso la riforma del linguaggio, a volte con vere e proprie acrobazie semantiche, come il termine “iposomatico” per indicare una persona di bassa statura…
Lo stesso per le tante “vite di scarto” che ci capita di incontrare, oggi promossi a “migranti”, dopo essere stati “negri”, extracomunitari”, etc. Senza che ciò ci impedisca di dargli subito dopo del “tu” quando ne incontriamo uno (e magari al suo Paese è un laureato…), o di scambiare una persona malvestita e incerta nella lingua che chiede una semplice informazione per un “mendicante” (o, meglio, per un “pre-benestante-provvisoriamente-senza-fissa-dimora”) che chiede l’elemosina – e allungargli una monetina senza neanche guardarlo in viso, affrettandoci verso il caffè più vicino.
Pregiudizi e preconcetti sono ben annidati in profondità, e non si fanno incrinare, in genere, dalle buone intenzioni, attentissimi alle minime differenze fra gli uomini, terrorizzandoci con la paura di essere – o diventare – uguali ai diversi.
Come se fossero queste differenze a renderci – o meno – umani. E non invece quella che i latini chiamavano pietas: l’empatia, la capacità di specchiarsi nell’altro e riconoscersi analoghi. Le buone intenzioni, anche quando declinate linguisticamente, servono sempre alla stessa cosa: a lastricare l’inferno, almeno degli altri, anche se servono a noi per illuderci ad imboccare la scalinata per il paradiso. Dove magari ci sta aspettando un buon caffè.