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  • [ c o n v e r s a z i o n i ]
    L’occhio incantato del viaggiatore
    Giuseppe Baresi
    di Gennaro Fucile

    chiaravallechiaravalle

     
    Quello in India non è l’unico tuo viaggio verso Est e qui ritorniamo a Paolini, allo spettacolo il Milione. Qui la realtà di partenza è il testo di Marco Polo, che è, però, trasfigurazione di viaggi reali, su cui riscrive la finzione narrativa della messa in scena di Paolini. In questo scivolamento tra finzioni e realtà dei testi, dove guarda la macchina da presa?
    La macchina da presa è accanto all’attore, molto vicina in questo caso proprio sulla stessa barca (un burcio veneziano) ad immaginarsi viaggi da questo piccolo palco-ormeggiato. A volte il viaggio diventa reale anche se vicino, nelle barene o nella vegetazione bassa nella Laguna veneta o lontano nel deserto tunisino tra le dune o vicino ad un fuoco di cammellieri. È  quindi un guardare un po’ strabico vicino e lontano al tempo stresso…

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    Nel tuo diario di viaggio c’è anche l’incontro con un apolide per eccellenza, Alejandro Jodorowsky… 
    Invitato da alcuni amici che lavorano per la Feltrinelli, ho osservato Jodorowsky per la prima volta mentre faceva delle letture collettive dei tarocchi e così ho voluto parlarci e rendere disponibile questa sua conversazione in un video divenuto poi un DVD. Mi ha colpito il fatto che non voleva predire il futuro, piuttosto trovare gli elementi per capire la tua storia, da dove venivi. Lui, dopo aver conosciuto i surrealisti, la patafisica, lavorato con il teatro, il fumetto, e aver creato film indimenticabili (La montagna incantata, El topo) oggi pratica l’arte per guarire. Mi sembra davvero un ottima missione.

    Nei tuoi appunti di lavoro per gli Album, citi anche il maestro Alberto Manzi (l’indimenticabile di Non è mai troppo tardi), e in fondo il tuo lavoro sull’immagine è costellato di segni, tracce di una manualità che si ostina a resistere in piena epoca elettronica. Quanto, quindi, hanno modificato/semplificato il tuo lavoro sulle immagini le nuove tecnologie digitali? Hanno in qualche modo  anche modificato la tua sensibilità?
    In quel caso pensavo alla semplicità e alla bellezza di un segno bianco fatto col gesso su una lavagna nera. 

     

     

     
    A proposito, le lavagne restano ancora oggi nelle scuole gli strumenti tecnologici che non ti abbandonano nei momenti difficili se devi fare uno schema o ingrandire un numero o parola e forse i meno inquinanti. Collage, murales, serigrafie, erano tecniche che amavo molto nei miei anni di liceo artistico e sono state preziose per vari scopi, anche per quella che allora chiamavamo “controinformazione” hanno influenzato, ovviamente il linguaggio che prediligo. 
    Le nuove tecnologie ci costringono a continui “aggiornamenti”,  ad utilizzare termini di cui spesso ignoriamo il significato. Il tempo (e la spesa) che si dedica a questo tipo di aggiornamento è molto alto per i reali vantaggi che ci vengono offerti e va a togliere a quello da dedicare al pensare al fare.  
    Certo non posso ignorarle e in alcuni casi rendono più semplici ed efficaci alcune operazioni. Non credo che finora abbiano modificato la mia sensibilità. E mi piace utilizzare ancora macchine da presa che hanno quasi la mia età. Trovo utile anche a livello formativo, data la mia attività di insegnante, non dimenticare da dove veniamo e quindi non dare per scontato quello che oggi tecnicamente sembra così facile da ottenere. Mi piace citare il titolo di un libro Verità a bassissima definizione di Ruggero Pierantoni (biofisico e ricercatore di neuroscienze), che riassume e chiarisce questa mia riflessione. 

    Quali sono, per concludere, i tuoi progetti in corso e futuri?
    Sto lavorando per una proiezione (30 novembre 2008, ndr) nella serata conclusiva di Filmaker, un lavoro a quattro mani con Roberto Nanni, un caro amico e filmaker con cui condivido una certa visione del cinema. Intrecceremo alcuni nostri materiali inediti senza gerarchie, speriamo possa assomigliare ad un concerto jazz per immagini. Poi sto preparando ed iniziando a girare un lavoro a partire da una fotografia scattata nel 1964 qui a Milano, nel quartiere di Brera, dove sono nato. Un modo per ricordare anche a chi non c’era ancora, ai più giovani, com’era in quegli anni quel quartiere, i suoi abitanti e frequentatori  a come era diversa la città…prima degli “Happy hour” (!).

    conv_paloalzato.jpg

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