Paesaggi o copertine,
Escher lascia il segno

Sono senza dubbio tempi d’oro per Maurits Cornelis Escher in Italia: stanno infatti percorrendo i sentieri della penisola ormai dal 2014 le opere grafiche dell’artista olandese più controverso e perturbante del secolo scorso. Di tre anni fa è la tappa romana, dove il Chiostro del Bramante ha ospitato nell’arco di cinque mesi circa centocinquanta opere, mentre il cinquecentesco Palazzo Albergati di Bologna ha accolto il nucleo itinerante della produzione del grafico olandese fino all’estate del 2015. Dall’autunno dello stesso anno, sino alla primavera del 2016, forti del grande successo registrato fino a quel momento, le opere di Escher hanno fatto tappa per la prima volta in terra veneta, e nel 2017 il viaggio dei suoi capolavori è proseguito tra Milano e Catania.
Dall’ottobre scorso (fino al 28 febbraio 2018) le sale del Palazzo Blu di Pisa accolgono oltre cento delle sorprendenti opere grafiche di Escher, nella mostra dal titolo Escher. Oltre il possibile. Qui, in un appassionante viaggio attraverso la produzione dell’incisore olandese fatta di prove scolastiche, di minuziose rappresentazioni di animali e la raffigurazione mai scontata dei territori italiani visitati e vissuti in prima persona dall’artista, lo spettatore è invitato ad attraversare un universo visivo perturbante capace di traghettare nei territori sconosciuti dell’astrazione, delle architetture fantastiche e delle insolite prospettive.

Scienza, paesaggio e percezione
Che la volontà di Escher sia stata quella di fare della scienza un dato fondamentale della propria produzione risulta cristallino sin dalle giovanili illustrazioni naturalistiche degli anni Venti e Trenta del Novecento. Qui, l’uso già sapiente delle tecniche si fa strumento per l’analisi minuziosa degli elementi naturali come piante e animali, che molto spesso faranno il loro ritorno nelle intricate figurazioni fantastiche degli anni successivi. Con esse, la produzione dell’artista si snoda tra costruzioni di figure geometriche ispirate da tarsie italiane di epoca antica, e le celebri architetture impossibili tratte dall’immaginario di Giovanni Battista Piranesi. L’Italia è inoltre stata fondamentale per l’artista grazie ai suoi eterogenei territori, frequentemente rappresentati durante il suo lungo soggiorno nella penisola e, a partire dalla fine degli anni Trenta, fonte di ispirazione per nuove rappresentazioni dal carattere onirico.

Visioni oniriche e paradossi percettivi, tratti caratteristici dell’arte di Escher,  come in queste due litografie (da sinistra): Vincolo d’unione (1956) e Convesso e concavo (1955).

La passione di Escher per la costruzione di distopiche architetture e l’attenzione per le complesse forme astratto-geometriche avrebbero presto solleticato le menti della comunità scientifica che più volte espresse apertamente la propria ammirazione nei confronti dell’artista. Un apprezzamento confermato da Escher stesso, quando affermò: “Nel momento in cui sono aperto e sensibile nei confronti degli enigmi che ci circondano, entro in contatto con la matematica. Anche se non ho avuto un’istruzione o conoscenze in scienze esatte, mi sento spesso più vicino ai matematici che ai miei colleghi artisti” (Escher, 1990).

Il rapporto difficile con la controcultura
Anche la voce della controcultura non tardò a dimostrare la sua ammirazione nei confronti della produzione di Maurits Cornelis Escher. Amato da hippie, giovani, artisti e musicisti degli anni Sessanta e Settanta per la sua grande ricchezza figurativa, le geometrie psichedeliche e l’attenzione verso i meccanismi della percezione solleticata con strabilianti giochi prospettici e intriganti illusioni ottiche, Escher è passato alla storia anche grazie all’utilizzo che la controcultura ha fatto delle sue opere. Sono infatti ancora oggi celebri i poster e le numerose magliette che i giovani degli anni Sessanta e Settanta hanno realizzato (senza alcun permesso ufficiale, ovviamente) utilizzando l’immaginario psichedelico dell’artista. Nel 1970, poi, il nome dell’illustratore olandese comparve sulla rivista Rolling Stone, ufficializzando così la stima del mondo underground nei suoi confronti.
È però curioso ricordare a tal proposito che l’ammirazione non si può dire sia stata esattamente reciproca; è passata alla storia la testimonianza forse maggiore del difficile rapporto di Escher con uno dei più alti rappresentanti della controcultura musicale del periodo: Mick Jagger. Nel 1969 il frontman dei Rolling Stones fece recapitare una lettera all’illustratore olandese, nella quale gli veniva chiesto, in via strettamente informale, di realizzare la copertina dell’album Let It Bleed, ma la risposta fu tutt’altro che scontata:

“Egregio Signore,

alcuni giorni fa ho ricevuto dal signor Jagger una lettera che mi chiede di disegnare un quadro o di mettere a disposizione un mio lavoro inedito da riprodurre sulla custodia di un LP. La mia risposta a entrambe le richieste deve essere no, in quanto voglio dedicare tutto il mio tempo e la mia attenzione ai tanti impegni che ho contratto. Non posso assolutamente accettare ulteriori incarichi o perdere tempo per la pubblicità. A proposito, la prego di dire al signor Jagger che non sono Maurits per lui ma

Molto sinceramente,

M. C. Escher”

Probabilmente infastidito dall’ingiustificato tono amichevole della lettera, Escher rifiutò categoricamente una collaborazione, sancendo in maniera definitiva il proprio dissenso nei confronti del mondo della controcultura che tanta ammirazione aveva espresso invece verso di lui.

Una questione di eredità: dischi, pellicole e videogame
Nonostante lo scarso interesse di Escher nei confronti della controcultura, non sono certo pochi i prodotti dell’universo artistico che dai suoi capolavori si sono lasciati apertamente ispirare. Partendo dall’universo discografico, è infatti lunga la lista delle copertine di dischi sui quali si possono trovare immagini tratte dal ricchissimo immaginario escheriano. Conosciutissima è, per esempio, la copertina del 1987 di On the Run, album non ufficiale dei Pink Floyd, per la quale venne utilizzata la celebre xilografia Relatività, del 1953, e altrettanto famosa è la rilettura in chiave “pop” del volto scomposto di Legame senza fine comparsa nel 1975 sulla copertina del disco di Ian Hunter dall’omonimo titolo. In Italia, sono stati i Nomadi ad attingere liberamente dall’immaginario di Maurits Cornelis Escher quando, sulla copertina del 45 giri Quasi, quasi/Vittima dei sogni del 1976, a essere inconfondibilmente citata è la sfera riflettente dell’opera del 1935 Mano con sfera riflettente, mentre nel campo delle grandi interpreti femminili è invece di poco precedente la citazione escheriana dell’LP di Mina Comme un homme. Année internationale de la femme, per il quale la cantante volle utilizzare l’opera Buccia, del 1955.

La xilografia Relatività (a 1953) utilizzata per l’album (non ufficiale) dei Pink Floyd, On The Run – The Live Biography Volume Three.

Al confine tra mondo musicale e cinematografico, è da ricordare la pellicola del 1986 del regista Jim Henson Labyrinth, un film fantastico ambientato in un mondo onirico popolato da gnomi, folletti e animali, nel quale David Bowie veste i panni del Re dei Goblin. Nel film compaiono numerose citazioni della produzione di Escher, come, nuovamente, la “sfera dei sogni”, tanto bramata dal re Jareth e, soprattutto, il suo castello “multidimensionale” gremito delle celebri scale create dall’artista olandese e dentro il quale nessuna legge prospettico-gravitazionale è applicabile.
Anche il mondo fumettistico non è rimasto insensibile all’influenza di Escher. Nel gennaio del 1991 la Disney pubblicò l’albo numero 8 delle Mickey Mouse Adventures con una copertina liberamente tratta dalle architetture impossibili e, al suo interno, anche la storia A Phantom Blot Bedtime story; The Monastery Mistery traeva da esso la sua ispirazione. Sette anni dopo, nel 1998, la Sergio Bonelli Editore pubblicò un numero extra delle storie di Martin Mystère interamente dedicato all’artista olandese e intitolato Il mondo di Escher. Tra le sue pagine, il detective nato dalla penna di Alfredo Castelli e dalla matita di Giancarlo Alessandrini si trova alle prese con un enigmatico caso che affonda le proprie radici nel Califfato di Cordoba, ma per poterlo risolvere è costretto a leggere gli enigmi nascosti nelle opere grafiche di Escher.
Come facilmente immaginabile, anche i creatori di videogame sono sempre stati grandi ammiratori del particolarissimo immaginario di Escher. Non c’è dunque da stupirsi se lo psicologo, scienziato e pioniere dell’utilizzo dell’LSD come mezzo di espansione della percezione Timothy Leary, quando nel 1985 si accinse a realizzare il videogame emblematicamente nominato Mind Mirror, per la sua copertina scelse di citare la ormai più volte ricordata litografia Mano con sfera riflettente del 1935. Direttamente e interamente ispirato alla produzione grafica di Escher, inoltre, è il videogame creato nel 2013 da Ty Taylor e Mario Castañeda The Bridge, dove il protagonista, realizzato appositamente con le fattezze dell’artista olandese, deve attraversare quarantotto differenti ambienti tratti dall’immaginario escheriano concepiti per stimolare il giocatore a sviluppare ragionamenti sulla base di prospettive inusuali e una innaturale percezione dello spazio di gioco.

Ascolti
  • Mina, Comme un homme. Année internationale de la femme, PDU, 1975.
  • Nomadi, Quasi, quasi/Vittima dei sogni, Columbia, 1976.
  • Pink Floyd, On The Run – The Live Biography Volume Three, International Records, 1987.
Letture
  • Marco Bussagli, Federico Giudiceandrea, Escher, Skira, Milano, 2015.
  • Maurits Cornelis Escher, Grafica e disegni, introduzione e commento di Maurits Cornelis Escher, Benedikt Taschen, Berlin, 1990.
  • Timothy Leary, Il grande sacerdote, Sugar, Milano, 1968.
Visioni
  • Jim Henson, Labyrinth, Tristar Pictures, 1986.
  • Timothy Leary, Mind Mirror, 1985 (videogame).
  • Ty Taylor, Mario Castañeda, The Bridge, 2013 (videogame).