Un popolo di santi e navigatori virtuali di Luca Bifulco

 


Un’altra profonda analogia tra l’universo sacrale ed il cyberspazio la si può riscontrare nella loro affinità temporale. Nel rituale, l’emulazione degli archetipi abolisce il tempo. L’ordine sacro sopprime idealmente l’impeto corrosivo del tempo stesso. La realtà, resa sacra e richiamata nel rito, si estranea infatti dal divenire. È sempre uguale e non ha nessun percorso storico. Mentre tutto ciò che è profano e partecipa alla storia è ridotto al logorio, nello spazio sacro, che ripete i modelli esemplari, l’uomo quasi nega la sua mortalità e si immette nell’eternità, nell’atemporalità del cosmo.[9]

Allo stesso modo, la rete, che predilige la comunicazione in tempo reale, favorisce l’idea di un tempo senza tempo, congela la temporalità nel sempre presente dei flussi informativi che si scalzano velocemente l’un l’altro senza dar vita ad alcuna sequenzialità, ad alcuna precisa relazione di causa ed effetto. [10] Pura acronia, senza storia.

A ciò va aggiunta l’idea del mondo virtuale come di un universo che, abolendo tutto ciò che è corporeità e quindi tutto ciò che è soggetto a decomposizione, può aspirare all’immortalità dei dati informatici, all’effervescenza sempre viva dell’informazione. È forse nell’immaginario della rete che l’uomo può scolpire in maniera energica la sua tenace battaglia alla morte. In un pensiero che riecheggia forme di neoplatonismo, si staglia il mondo perfetto delle pure idee, dello spirito fatto di informazione, della codificazione binaria senza difetti, che tende alla più tranquillizzante e seducente forma di atemporalità.

Pericoli del culto della rete
Philippe Breton ha in molteplici occasioni espresso il timore che l’eccessivo fanatismo sacrale che investe il cyberspazio possa comportare anche effetti controproducenti.[11] Questa mistica del messaggio, secondo cui l’essenza ed il valore d’ogni cosa sono definite dall’informazione, all’interno di un panorama di ebbrezza comunicativa e di interattività obbligata, porta alla formulazione utopica della trascrizione del reale nel digitale. L’uomo e la società vanno tramutati in informazione. Ha senso così solo ciò che avviene nel virtuale, proprio per la natura concepita come sacrale di questo ambiente.

È preferibile, secondo un immaginario di tal tipo, incontrarsi nell’universo digitalizzato, etereo, leggero, senza gravami, dove ci si può inserire nell’insieme psichico planetario. La trasparenza del mondo di idee ed archetipi della rete viene considerata come la porta per una nuova civiltà, all’insegna dell’estasi e della liberazione dal corpo.

Ma questo ambiente senza centro, senza fisicità, può anche apparire come una forma di antiumanesimo, come la fine dei pilastri che hanno retto la società occidentale ed il soggetto moderno.

La legge, la parola, la teoria, l’incontro fisico, l’interiorità individuale, la vita privata vivrebbero uno smacco deciso di fronte a questa apologia dello spirito, dell’ubiquità, della trasparenza, in cui l’essere è del tutto informazionale. Un delirio di onnipotenza mistica,[12] teso ad andare oltre la sensibilità umana, il corpo, l’uomo, potrebbe addirittura portare all’isolamento di ogni individuo effettivo – solo di fronte al suo terminale – ed alla crisi del legame sociale.

 Insomma, tirando le somme, da un lato si osservano forme di reincanto e di ricoinvolgimento, tramite il cyberspazio, in un mondo di significati partecipativi. Ma, dall’altro, c’è chi avverte il pericolo della fuga dal corpo, della fuga dall’uomo stesso. Immaginari contrapposti che disegnano le trame di un tenace dibattito ancora agli inizi, ma soprattutto della capacità delle tecnologie di accompagnare sempre costruzioni sociali della realtà di impatto veemente sul pensiero pubblico e sulle relazioni sociali.

 

 


 

[9] Cfr. Mircea Eliade, op. cit.

[10] Cfr. Manuel Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi Editore, Milano 2002.

[11] Cfr. Philippe Breton, op. cit.

[12] Cfr. Umberto Galimberti, op. cit., pp. 207-211.

 

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