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    b07b07
    L'uomo cartesiano, la natura bizzarra
    e il topolino di Thorndike
    di Livio Santoro

    Perché l’ambiente, quello che così abbiamo definito per non dire Terra, può risultare per l’essere umano un labirinto? Semplicemente perché, in certe situazioni, è estremamente difficile rintracciare una via d’uscita a determinate problematiche. Questo soprattutto in ragione di un’evidenza, sia concesso. Se le pareti del labirinto cominciassero a crollare o, per lo meno, a vacillare? Certamente il topolino di Thorndike avrebbe bisogno non solo di un lauto pasto per uscirne, forse avrebbe bisogno di un aiuto sostanziale da parte della mano attenta del suo aguzzino.
    Allora si postuli ancora uno stadio successivo per questo ragionamento, o meglio si ponga ancora un’altra domanda, a patto di non lasciarsi sopraffare dal tedio di tutto questo giro di punti interrogativi, va da sé. La domanda successiva è questa: se anche l’ambiente in cui l’uomo cresce e pasce cominciasse a vacillare, a mostrare delle crepe minacciose di incurabilità? Questo è il punto decisivo, e lo descriviamo con un’altra domanda: come si comporterebbe l’essere umano? Sicuramente, o meglio probabilmente, dovrebbe trovare una seria alternativa alla fiducia nella mano del suo aguzzino, come avrebbe fatto il topo. O magari no, forse dovrebbe fare la stessa cosa del topo, comportarsi come l’animaluccio, curandosi però di non tralasciare un’evidenza per nulla secondaria. L’aguzzino dell’uomo è l’uomo stesso. Quell’uomo che ha sperimentato continuamente sulla propria pelle, accorgendosi solo in ritardo del fatto che, forse, la sperimentazione non è riproducibile all’infinito, soprattutto in regime di scarsità. E dato che la scarsità è una della caratteristiche principali dell’ambiente in cui l’uomo vive, questa diventa giocoforza una delle variabili sulle quali va maggiormente puntato il fuoco della questione qui dibattuta.
    Certo questa storia non è così semplice e lineare come sembrerebbe, tuttavia se ne rintraccia una discreta corrispondenza con le cose che succedono e questa, purtroppo, è la scoperta più tragica che mostra la sua evidenza. Sono innumerevoli i motivi per cui avviene l’esiziale apparizione di un gigantesco labirinto, il mondo, che mostra crepe e minaccia di crollare, ma non è certo il caso di elencarli tutti. Non è, ovviamente, il caso di riportare la memoria alla combustione grigia, solforosa e continua della rivoluzione industriale; non è il caso di fare menzione ai gas di scarico delle automobili e delle fabbriche; allo stesso modo sarebbe tedioso ricordare le bombolette spray che hanno cocciutamente assottigliato, fino a bucarlo, lo strato di ozono (fortunatamente gli anni Ottanta si sono conclusi da un pezzo, con buona pace di permanenti bionde ed acconciature voluminose). E nemmeno c’è motivo di dare un tocco di colore alla nostra questione immaginando che anche la pastorizia, uno dei più antichi mestieri dell’uomo (non il più antico, è ovvio), incombe con i problemi gastrici delle numerosissime mandrie di vacche sull’equilibrio gassoso del nostro pianeta. Lo spessore di questo ragionamento, per buona sorte, vuole essere solo leggermente più elevato, ma è necessario andare un po’ più indietro nel tempo rispetto allo stato attuale delle cose, rispetto agli anni Ottanta, ed anche rispetto agli esperimenti di Ivan Petrovič Pavlov e di Edward Lee Thorndike. Bisogna arrivare fino al Milleseicento e parlare per un attimo di René Decartes, Cartesio o Renatus Cartesius per usare un forbito latinismo. Bisogna andare a ritroso di così tanti secoli per rintracciare un fattore forse liminare rispetto a quello che si sta trattando, o forse non troppo marginale, quantomeno accostabile. Si faccia questo tentativo.

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