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    La sottile linea gialla di Friedrich Dürrenmatt di Livio Santoro

    friedfried

     

    Ecco perché in Dürrenmatt il soggetto sembra smarrirsi, perché non c’è soltanto il colpevole, ma c’è la colpa. Sia che le connessioni tra la colpa e il giudizio esistano chiaramente (Il sospetto) sia che queste connessioni particolari non esistano (Il giudice e il suo boia) la colpa si lascia intravedere dalla realtà delle cose, per quanto parziale e fasulla essa sia.
    Dürrenmatt segue una sottile linea gialla perché non scrive romanzi canonici, evade dal genere. La questione fondamentale, in Dürrenmatt, riguarda la realtà nel suo complesso. Quella metamorfica impressione che accompagna i suoi personaggi, che facilita un caso più che un altro, che trova soluzione a delitti mai commessi ma tanto reali, che concretizza cose esistite ma non più esistenti.
    Di certo l’atmosfera post-conflitto è uno degli scenari su cui i tratti di uno scrittore cadono facilmente; di certo la devastazione morale e politica di un’epoca che si guarda offuscano l’orizzonte delle cose, rendendole impalpabili elementi di una trama da ricostruire, da giustificare nella sua disarmante apparenza di realtà. Alla crudeltà dell’uomo fa dunque da sfondo una crudeltà che appartiene alla dimensione famelica di un realismo satollo di se stesso. Un realismo che sembra oltrepassarsi nel rimbalzo delle immagini trasmesse e riportate di un evento scandaloso, di una grande guerra. La foto del dottor Nehle che opera nello strazio del suo paziente non ha nulla di orale, nulla di riproducibile se non con l’immagine tanto terribile quanto reale. Ed è quest’immagine a dare il la alle indagini del commissario ne Il sospetto. Una fotografia. Un elemento riproducibile nella sua evidenza terribile. Iperrealismo di Dürrenmatt. Iperrealismo che va contro la realtà stessa, che la oltrepassa. La stessa guerra della fotografia si concretizza nella maniacale perversione del dottor Nehle, nell’abnegazione della sua amante, una ex dissidente sfuggita all’olocausto solo per tramite del suo corpo, solo per aver ceduto alle insistenze sessuali del carnefice.

    friedE nelle parole della donna c’è tutto lo sgomento trasformatosi in consapevolezza: “il bene e il male si sono abbracciati troppo stretti in quella maledetta notte nuziale tra il cielo e l’inferno da cui e nata questa umanità” (Dürrenmatt F. 1953, p. 90). Ed è sorprendente come questa frase faccia da eco a quella che il medico Gastmann pronuncia allo stesso commissario in occasione del duello finale ne Il giudice e il suo boia: “mi sono divertito a fare del bene quando ne avevo voglia e tornavo a fare il male quando mi saltava in testa. […] Una sola notte ci ha congiunti per sempre” (Dürrenmatt F. 1952, p. 64).
    Bene e male sono oramai diventati due manifestazioni coniugabili a piacere, non tanto distanti l’una dall’altra. È la difficoltà del riconoscimento ad essere mutata, e nel titolo del primo dei due nostri romanzi c’è tutta questa tensione.
    Alla sequenza canonica giallesca proposta sopra (fatto criminoso, sgomento, dubbio, certezza, soluzione) Dürrenmatt sostituisce ed inverte. Nulla è più lineare nel giallo dürrenmattiano, il dubbio non si presenta come elemento propedeutico alla scoperta, la certezza nemmeno, e il fatto criminoso è solo lo sfondo. Tutto resta sospeso nella costruzione narrativa di una trama terribilmente amorfa, inafferrabile, in cui bene e male non sono più due termini oppositivi, quanto sono diventati termini vicendevolmente osmotici, nella consapevolezza di una realtà che oramai oltrepassa se stessa e che riproduce costantemente le sue disgrazie.

       [1] [2] (3)

    l

    . 
    Dürrenmatt F., Der Richter und sein Henker, 1952, trad. it. Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2002.

    . Dürrenmatt F., Der Verdacht, 1953, trad. it. Il sospetto, Feltrinelli, Milano, 2007.




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