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    La sottile linea gialla di Friedrich Dürrenmatt di Livio Santoro

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    Nel primo romanzo, infatti, la realtà delle cose viene stravolta in modo tale che il commissario vede costruirsi un canovaccio su cui adagiare le colpe passate del medico Gastmann: i due si fecero una promessa nel passato, il commissario promise di condannare il medico per un suo antico delitto, il medico promise al commissario di continuare a commettere delitti restando impunito. Il delitto attorno a cui ruota Il giudice e il suo boia non ha come colpevole Gastmann, e Bärlach ne è consapevole, ma tale delitto verrà interamente ricostruito dagli eventi e dal commissario, in modo tale da far cadere colpevole il medico reo, invece, di tantissimi altri delitti, ma non di quello. La trama si costruisce come nel classico romanzo giallo, apparentemente, solo che la colpa è l’elemento che chiede la punizione del medico, la colpa in generale, e non una colpa, quella per cui poi verrà effettivamente condannato. Qui la realtà viene costruita dagli eventi, sono gli eventi a venire incontro al commissario, e non è lui stesso a costruirli abilmente per emettere il suo personale giudizio.

    fried2Nel secondo dei due romanzi, Il sospetto, la storia per quanto assiale rispetto alla prima è identica, ma rovesciata. Non si conosce alcunché del delitto, inizialmente, né del carnefice, si ha solo un sospetto, appunto. Ed è il sospetto stesso che si va concretizzando nelle pagine del romanzo, come la più lineare delle evidenze, nonostante la bizzarria dell’intreccio. Qui Bärlach riesce a formalizzare la colpa di (ancora) un medico, un certo Nehle, che operava senza praticare anestesia nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nehle, dato per morto, sarebbe invece vivo, ed opererebbe sotto falso nome in una clinica in cui utilizza gli stessi metodi di cui si faceva forte durante la guerra. Ed è un sospetto (nato da una fotografia in copertina della rivista Life) un vacillante elemento dello spettro delle possibilità a convincere Bärlach a sostenere un’indagine che apparirebbe insensata quanto cervellotica.
    Ecco il palindromo: nel primo caso una realtà si fa costruire da Bärlach, nel secondo caso Bärlach costruisce una realtà. Ma in entrambi i casi la trama già esiste nella mente del commissario, preesiste come oggetto al delitto particolare in quanto si proietta sul dato concettuale che vi sottende, sulla colpa. Qui Dürrenmatt gioca di strutturalismo, dimenticandosi del soggetto, utilizzandone le doti certo, ma in favore della trama. Tutto per distrarsi dalla canonica esperienza del romanzo giallo, per sostenere a gran voce che la realtà, se vuole, può farsi costruire come nessun assassino potrebbe immaginare, o come qualunque commissario riuscirebbe a fare, se solo fosse un mezzo della realtà stessa.

       [1] (2) [3]
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