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    Nella cuccia del consumo di Gennaro Fucile

     
    cane cane

     

    Cico. In casa non è lui a fare la spesa, ma ci si preoccupa sempre di soddisfare il suo fabbisogno alimentare cercando, al tempo stesso, di tenere conto del suo gusto-piacere e della sua salute-benessere, mirando sempre alla sua longevità e al suo benessere spirituale, poiché, volendo, si può anche fare compere in petshop equo-solidali. Cico ricambia da par suo: scodinzola. C’è un feeling intenso, fatto di reciproca comprensione e fiducia, costruito a partire dai suoi bisogni primari (nutrirlo, consentirgli i bisogni, tenerlo pulito) e alimentato dalla sua autenticità e lealtà. La comunicazione non soffre della mancanza della parola, anzi spesso risulta rinforzata grazie alla potenza espressiva del suo sguardo e del suo body language, unitamente al poterlo toccare e sentire anche attraverso l’esperienza olfattiva.

    Cico. Il doppelgänger del consumatore. A rischio anche di obesità. Lui o un altro, un cane da compagnia qualsiasi, sarà utile per accompagnarci nell’esplorazione della natura intima del consumo, pratica nella quale si afferma la nostra identità, anzi le identità mutevoli che caratterizzano la frammentazione del soggetto contemporaneo. Una modalità di ri-costruzione temporanea dell’io come ben riassume April Benson nel suo I Shop Therefore I Am3, ovvero Compro dunque sono, titolo che espicitamente parafrasa Descartes. Scrive la Benson: “Lo shopping… è un modo con cui cerchiamo il nostro posto nel mondo. Sebbene sia svolto negli spazi pubblici lo shopping è essenzialmente un’esperienza intima e personale… è un processo interattivo attraverso cui dialoghiamo non solo con le persone, i luoghi, le cose, ma anche con noi stessi”.
    A questo atto di dichiarazione d’identità si accompagna come suo doppio la soddisfazione di un desiderio, di un sogno, di una volontà. Acquistare cibo e/o accessori (petcare) per il proprio cane rende possibile la soddisfazione di un bisogno, ma se è vero che è il desiderio – e non la necessità – a presiedere all’acquisto e al consumo dei beni di massa, o di nicchia, dei prodotti cheap e di quelli di lusso, allora quale desiderio soddisfa lo shopping di croccantini e bocconcini, che sicuramente non soddisfano un bisogno naturale dell’acquirente? Quale gesto creativo qui si esprime?, come si manifesta la somma libertà del consumatore e la sua presunta cooperazione interpretativa? 
    Acquistando petcare non si acquista per se stessi ma per altri. Si seguono però logiche diverse rispetto a quando si compra in maniera occasionale, come per i regali, oppure facendo shopping per i neonati. In quest’ultimo caso è in gioco il meccanismo di riproduzione della specie, l’acquisto è finalizzato, non c’è lusso né amore universale, si compra per dare continuità alla specie, si raddoppia cioè il meccanismo di fondo di ogni acquisto primario: riprodursi. Ovvio che il portato del riprodursi è ben più ampio e non riducibile all’alimentazione e alla casa; oggi nelle società del benessere anche l’iPhone è un mezzo per riprodursi. Lo shopping del petcare invece racconta altro ancora.

      [1] (2) [3] [4]
     

    3. April L. Benson, I Shop Therefore I Am: Compulsive Buying and the Search for Self, Jason Aronson Inc, Northvale, New Jersey, Usa, 2005. Citato in Sociologia del lavoro n.108: Il consumo come produzione, Franco Angeli, Milano, 2008.
      
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