Il giro del mondo in oltre 33 giri
di Gennaro Fucile

 

 

Ai tempi di Korla Pandit i mercati erano ancora da costruire all’est e da ricostruire a ovest, le mappe tutte da ridisegnare e i nuovi cartografi furono proprio i musicisti.

Dal Sudamerica è un fiorire di mambo, rumba e cha-cha-cha, con Perez Prado e Xavier Cugat ad aprire le danze anche in Italia (ma non sono i soli). La grande orchestra americana (come dice lo stesso nome) The 101 Strings inizia il suo tour nel mondo, snocciolando album/cartoline dedicati alle musiche di ogni latitudine. Dalle Ande risplende l’ugola d’oro di Yma Sumac, che entra in scena vantando una discendenza dall’imperatore inca Atahualpa, ma di andino c’era più che altro l’altezza prodigiosa che le sue ottave le consentivano di raggiungere con la voce. Il suo primo album, Voice of the Xtabay venne prodotto dal fine compositore Les Baxter, a sua volta creatore di musiche ispirate a luoghi fantastici, terrestri ed extraterrestri. Les Baxter scrisse in particolare un brano che divenne poi un anthem dell’exotica, Quiet Village, divenuto  un hit nella versione di un altro muscista chiave di questa scena, Martin Denny. L’album Exotica già dalla copertina segna un’epoca: due grandi occhi di una splendida ragazza hawaiiana ci guardano da dietro una tenda di bamboo. La ragazza si chiama Sandy Warner, in realtà è americana e la si ritroverà in altre copertine di Denny, ora nei panni di un’indiana, ora in quelli di una mediorientale… l’immaginazione occidentale dell’esotico.

È il segnale di carica, l’inizio della seconda conquista del Pacifico, un oceano che infiamma l’immaginario turistico (ed erotico) degli americani, mentre altri musicisti come Arthur Lyman o Robert Drasnin, si impegnano a ricostruire sonorità e magie degli atolli, delle palme e delle statuette tiki, etno music tutta inventata (musicalmente si tratta di invenzioni geniali, beninteso). Un impegno cui corrisponde, negli Usa, la crescita esponenziale delle vendite, negli anni Cinquanta, delle riviste di viaggi (National Geographic in testa). Seduzione corallina ben viva nel 1962, quando inizia il giro del mondo di 007, la più grande operazione di co-marketing tra cinema e turismo mai concepita. Sarà, infatti, una spiaggia del Pacifico a incorniciare la Venere/Ursula Andress che lascia tutti senza fiato. Ora il paesaggio è più a fuoco: tempo di lavoro/tempo di consumo/tempo libero, la musica di sottofondo, l’easy listening, l’exotica, la space age pop music. Musiche che segmentano il quotidiano, musiche da impiegare a seconda delle circostanze, ed è solo l’inizio. La conquista delle spiagge (exotica) e dei pianeti (space age music) è parallela. Il denominatore comune è il cocktail, ideale per accompagnare queste escursioni mentali. Un’operazione così raffinata da fare allora del turista uno status symbol, come mai più in futuro. Si sa, ogni viaggio ha una fine. Quello iniziato a Mompracem finisce nel gennaio 1968.

Fu allora che le terre dell’estremo oriente persero il fascino misterioso di cui si era fatto ambasciatore Korla Pandit e assunsero le sembianze macilente e ostili di uomini armati, sporchi, nascosti ovunque, impegnati a fronteggiare i marines. Elicotteri, napalm, trappole nelle giungla, risaie e B52. L’offensiva del Tet condotta dalle forze regolari dell’allora Nord Viet Nam e dai guerriglieri vietcong spazzò un sogno dalle case degli occidentali. I botti del capodanno (vietnamita) risuoneranno per tutto l’anno: gli studenti francesi scenderanno nelle piazze di Parigi, i carri armati occuperanno le piazze di Praga, Robert Kennedy e Martin Luther King verranno assassinati e i Beatles andranno in India. L’anno dopo, riaccendendo la televisione, si vedrà andare in onda un uomo sulla luna. Da questo cocktail riprendono i viaggi in oriente ma al Martini è subentrato l’acido lisergico, si parte ma sono trip, non più esclusiva dei giovani californiani, e la meta simbolo dei primi settanta è Katmandu. Sono anni che vedranno un’invasione di sitar e tablas, di raga blues/jazz/rock, mantra cosmici e meditazioni elettroniche. Tre nomi giusto per avere dei riferimenti: Paul Butterfield Blues Band, Mahavishnu Orchestra, Popol Vuh. L’etnico è freak. Tornano in auge i libri di viaggio/formazione, Siddharta su tutti.

La seconda rivoluzione industriale stava portando a termine la sua rivoluzione culturale. I giovani iniziavano a essere un prodotto maturo, stavano diventando produttori (part time), consumatori (a tempo pieno) e turisti (a progetto). Sul finire dei settanta arrivano anche il Walkman, registratore portatile della Sony e i primi compact disc brevettati dalla Philips. Rendono la musica trasportabile e archiviabile in data files che presto si trasformano più o meno creativamente in ogni tipo di etno-ambient, punto di confluenza della new age e della ambient music. La novità è che i paesaggi immaginari ora sono distanti anche nel tempo, scivolano indietro, ad esempio, fino al dreamtime degli aborigeni australiani, quelli delle Vie dei canti di Chatwin, de L’ultima onda di Peter Weir e di Dove sognano le formiche verdi di Werner Herzog. Il didgeridoo è ovunque nella musica degli anni novanta, frammisto a canti provenienti dai minareti, drone elettronici e tutto quanto è campionabile. Insomma, a ciascuno la sua musica e la sua meta di viaggio personalizzata, inizia così l’era della permutazione infinita, qui nasce la massa dei turisti solitari, compresi quelli intelligenti e responsabili, una massa di singoli individui figlia della prima rivoluzione post industriale, la civiltà digitale.

 

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