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di Gennaro Fucile

 

Chi ricorda Loana del Popolo delle Conchiglie? Nessuno, probabilmente, esclusi gli addetti ai lavori, i cultori del cinema non proprio d’essay e qualche appassionato di pulp fiction varia. Eppure… Loana è il nome del personaggio che venne interpretato da Raquel Welch in un film del 1966 dal titolo Un milione di anni fa (One Million Years B.C.). Una prosperosa donna preistorica, che era praticamente impossibile non notare; non solo in sala, ma anche per strada, dove seduceva il potenziale spettatore esibendo un succinto (all’epoca) bikini paleolitico. Oggi Loana è confinata nel reparto sexy vintage dell’immaginario e il ricordo del suo partner, Tumak (John M. Richardson) del Popolo delle Rocce è praticamente estinto.
Vivi e vegeti sono invece gli altri protagonisti di quella pellicola, una delle tante, innumerevoli che li hanno visti protagonisti e che continuano a imperversare non soltanto al cinema, ma anche in televisione, nell’advertising, nei musei, nei cartoni animati, in letteratura, nei videogame e nei giocattoli: i dinosauri.
Proliferano senza requie. In uno studio dedicato a questa icona culturale, W.J.T. Mitchell, professore della University of Chicago nel dipartimento di letteratura inglese e storia dell’arte, invita il lettore a immaginare un futuro molto distante da noi, un tempo dopo il genere umano oramai estinto, un futuro lontano in cui una spedizione aliena si ritrova ad atterrare sull’ex nostro pianeta. I componenti della missione inizierebbero a darsi da fare per ricostruire tutto il ricostruibile di noi umani, dall’aspetto ai modelli sociali. Che cosa scoprirebbero? Che nelle nostre narrazioni, almeno nel periodo compreso tra la seconda rivoluzione industriale e l’attuale digitale, il dinosauro occupava un ruolo centrale, eletto ad animale totem della modernità (cfr. Mitchell, 1998). Un ragionamento suffragato dai numeri, basti pensare che da calcoli piuttosto recenti, la Terra ha visto circolare nell’ultimo secolo un numero di dinosauri di gran lunga superiore a quello dei grandi rettili che effettivamente hanno abitato sul pianeta, sui quali possono vantare la riproducibilità tecnica garantita dall’età industriale. Sono ovunque, infatti, e si sono imposti come autentica icona pop; un processo ben riassunto dall’installazione del 1994 dell’artista Mark Dion, intitolata Toys 'R' U.S. (When Dinosaurs Ruled the Earth), lo spaccato di una normale cameretta per bambini invasa dai dinosauri, dal Tyrannosaurus Rex gonfiabile alla carta da parati in tema, dal copriletto e il cuscino illustrati con creature cretaceo/giurassiche, vari pupazzi e altre memorabilia sul tema.

 

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Quello che capitava in Un milione di anni fa è un pasticcio piuttosto comune nella storia moderna dei dinosauri: la coabitazione (in realtà impossibile) con gli uomini. Relazione immaginaria tutta moderna, ma storicamente datata 1677, quando il naturalista Robert Plot, il primo direttore dell’Oxford Ashmolean Museum, nel suo Natural History of Oxfordshire descrisse e illustrò un frammento di femore probabilmente appartenuto a un Megalosaurus. Plot sulle prime suppose  che fosse appartenuto a un elefante e quindi risalente alle invasioni romane. In seguito lo giudicò umano, ma considerate le grandi dimensioni, decise di attribuirlo a una razza di giganti. Gli diede il nome scientifico di Scrotum humanum, scambiandolo per un paio di testicoli fossili, poiché il frammento di femore che esaminò era l’estremità dove l’osso si biforca assumendo la caratteristica forma rassomigliante a quella di due sfere quasi attaccate l’una con l’altra. D’altra parte, ai tempi di Plot i dinosauri non esistevano ancora, tutt’al più erano draghi, allora erano davvero spariti dal pianeta e non era disponibile di conseguenza neanche un termine per designarli. Dovranno passare 165 anni e saltar fuori un po’ ovunque ossa e scheletri interi di queste misteriose creature per arrivare a chiamarle Dinosauria, come fece nel 1842 Richard Owen, il primo direttore del British Museum. La rinascita storica dei dinosauri si deve a lui, così come l’iconografia moderna degli antichi bestioni che mise a punto insieme all’artista Benjamin Waterhouse Hawkins, autore delle prime sculture e dei primi modelli di dinosauri: un Iguanodon e un Megalosaurus
Questa però è storia (se ne parla altrove in questo numero, ndr), sono i primi passi di un’esplorazione scientifica tra le più prossime ai territori dell’immaginazione, perché in fondo dei veri dinosauri, di quelle creature fatte di carne, ossa, sangue, cartilagini, piume – secondo i più recenti studi –, materia viva, pulsante, del loro respiro, masticare, dei suoni che emettevano tutt’oggi non ne sappiamo granché; ma è una storia che affascina e basterebbe il mistero della scomparsa a rendere indissolubile il legame con il mondo dell’immaginazione, dove invece il dinosauro si è conquistato un posto in prima fila, ereditando, anche in parte per le sembianze, il ruolo del drago, il presunto proprietario delle ossa ritrovate qui e là nel corso dei secoli precedenti. 
Senza avventurarci nella ricerca del punto in cui nell’abisso più profondo della nostra mente dal ricordo archetipico del dinosauro ha preso forma il drago, è un dato di fatto che questi si è fatto carico di tener vivo il ricordo dei signori delle ere passate nelle varie forme demoniache dell’arte antica (egizia, mesopotamica) nella versione cristiana sconfitta da San Giorgio o in quella altrettanto terrorizzante della tradizione cinese, pur con la sua variante terapeutica (da migliaia di anni, denti e ossa di drago sono ingredienti chiave della medicina tradizionale cinese).

 

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Ora, sostituiamo drago con dinosauro e le parole di Jorge Luis Borges ci indicheranno la via lungo la quale capire il perché di questa presenza: “Ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell’universo, ma c’è qualcosa nella sua immagine che si accorda con l’immaginazione degli uomini, così il drago appare in epoche e a latitudini diverse” (Borges, 2006). 
Il dinosauro, però, tra le tante latitudini, sembra preferire l’Occidente industrializzato, nella sua second life è una creatura della piena modernità, tant’è che dal British Museum e dal Crystal Palace dove venne esposto nel 1853 il primo modello di Megalosaurus realizzata da Hawkins, alla Francia di Jules Verne e del suo Viaggio al centro della Terra pubblicato nel 1864, con l’epica lotta tra un ittiosauro e un plesiosauro, per poi tornare al servizio di Sua Maestà grazie a Sir Arthur Conan Doyle, autore nel 1912 del testo fondatore del genere: Il mondo perduto (The Lost World). È il resoconto di una spedizione con protagonista il professor Challenger che scopre ed esplora su un altopiano della foresta amazzonica una sorta di cretaceo in miniatura. Un testo che sin dalle origini elegge il dinosauro a personaggio fantascientifico, un grande affluente nel fiume del racconto fantastico. Conan Doyle “ci descrive un viaggio dalla storia alla preistoria, dalla zoologia alla palentologia, dal consorzio civile all’impero dei fossili viventi. Un viaggio, e non ce ne stupiamo. Tutta la fantascienza, da Cyrano de Bergerac o ancor prima, da Luciano di Samosata, ai nostri giorni, si alimenta della metafora del viaggio, e cresce nel mito incantatore degli altrove” (Celli, 1983). Da allora, la fantascienza ne avrebbe compiuti a bizzeffe di viaggi, in lungo e in largo, nel tempo e nello spazio, e tra i viaggiatori spesso ci sono proprio i dinosauri, che intanto, di lì a poco, avrebbero dato prova di maggior ingegno degli umani, dandosela a gambe per tirarsi fuori dalla mattanza che gli Occidentali stavano per avviare. Dal mondo di ieri a quello di domani, un movimento elevato al cubo, si potrebbe dire, poiché la vera epifania del dinosauro avviene là dove è stato fondato l’immaginario contemporaneo dominante, nella stessa terra che ha visto l’emergere di una quantità impressionante anche di fossili e quindi segnando anche un ritorno a casa, in un certo senso: negli Usa. È il 1914 quando appare Gertie, una brontosaura (oggi il suo nome scientifico è Apatosaurus, ma nell’immaginario, a un livello colloquiale, rimane un brontosauro) protagonista di un cortometraggio di Winsor McCay: Gertie il dinosauro (Gertie the Dinosaur). Realizzato alternando riprese dal vero – nel prologo, in cui dopo una visita a un museo di paleontologia scommette di far rivivere i dinosauri (in palio una cena) – e animazione quando entra in scena Gertie che interagisce con il suo domatore (lo stesso McCay), Gertie ha tutta l’ambiguità necessaria per dare un futuro duraturo alla sua razza: è un po’ ingenua e giocherellona, ma in un paio di occasioni la forza bruta e la natura bestiale fanno capolino, perché le scappa di far volare per aria un elefante (o un piccolo mammouth?), in un baleno sgranocchia un intero albero e invitata a bere prosciuga del tutto un lago. È nel solco del freak, del fenomeno da baraccone da mostrare (come tutti i mostri) a grandi e piccini; il filmato è già frutto di tecniche che stupiscono, che suscitano quel sense of wonder che dominerà l’intero secolo, perché sul finale si sperimenta per la prima volta la tecnica mista (dove le persone reali si combinano con i personaggi animati nello stesso frame).

 

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L’anno successivo arriverà Nascita di una nazione (The Birth of a Nation) di David Wark Griffith, ma la nazione dei dinosauri aveva già un suo spazio alla Casa Bianca da quando Thomas Jefferson creò nell’ala sinistra del palazzo presidenziale la Bone Room, la stanza delle ossa, uno spazio museale dedicato ai resti di giganti del passato, anche se per primo ospitò il mammouth americano. Queste creature coprivano il disavanzo culturale con l’Europa, iniziavano a colmarlo, erano la storia della nuova nazione, e fu così che Jefferson mise le basi del museo di storia naturale come istituzione e nessun museo di storia naturale funziona, tuttora, almeno in Usa, se non ospita resti di dinosauro (cfr Mitchell, 1998). È un orgoglio a stelle e strisce: l’Hadrosaurus trovato nel New Jersey nella prima metà dell’Ottocento, ad esempio, è stato il primo dinosauro integrale, ricostruito ed esposto nel 1868. I dinosauri così come li conosciamo, li amiamo, li cerchiamo e da cui fuggiamo sono Born in the Usa e ci hanno colonizzato il cervello, per dirla con Wim Wenders, così come altre merci/icone lì partorite, anche se non sempre con effetti negativi. Usciti letteralmente allo scoperto, passano l’infanzia in attesa che maturi il sistema dell’industria cinematografica ed ecco che solo undici anni dopo Gertie, Hollywood inizia a riscrivere The Lost World. Saranno ben otto le trasposizioni cinematografiche realizzate tra il 1925 e il 2005. La prima venne firmata da Harry O. Hoyt. Allora il cinema era ancora muto, ma gli effetti speciali e le ricostruzioni dei giganteschi rettili facevano già gridare al miracolo (per l’occasione si testò per la prima volta la tecnica di ripresa a passo uno, altrimenti nota come stop/motion). In The Lost World viene fornita la più ricorrente delle varie spiegazioni che la fiction ha partorito per motivare la coabitazione tra esseri umani e dinosauri: l’oasi temporale che ha preservato per milioni e milioni di anni creature estinte sul resto del pianeta. Quando pochi anni dopo, nel 1933, uscirà King Kong, si ricorrerà al medesimo tòpos. Si ricorderà che la grande scimmia si trova a combattere con un simil Tyrannosaurus Rex ed è a sua volta una creatura la cui origine si perde nella notte dei tempi. Il Rex è anche il dinosauro per antonomasia, un sinonimo, la sua silhouette è lo stampo mentale che si è imposto di forza, verrebbe da dire: quando il dinosauro è ostile ha le sembianze del Tyrannosaurus Rex. Nel prosieguo si parlerà spesso di loro in quanto protagonisti di molte epiche vicende, ma si continuerà a indicarli genericamente come dinosauri, ai quali capita spesso di venire trascinati per essere esibiti come dei qualsiasi fenomeni da baraccone (nella tradizione dei freaks), salvo poi scatenare l’apocalisse o quasi. Il più buffo e tra i più esemplari casi del genere è La vendetta di Gwangi (The Valley of Gwangi, 1969) di James O'Connolly, un film ben oltre i confini della realtà: due cowboy catturano l’Allosaurus Gwangi per mostrarlo al pubblico. Lui, Gwangi, scappa, scatena il terrore e morirà tra le fiamme in una cattedrale (!). Qui come in altri casi, l’aver scatenato la Bestia spesso per mano di apprendisti stregoni prevede un’unica possibile conclusione: una purificazione che il fuoco rende definitiva.

Secondo José Luis Sanz, professore di Paleontologia all’Universidad Autonoma de Madrid, esistono, però, diversi tòpoi che rendono possibile l’incontro tra uomini e dinosauri (cfr Sanz, 2002). Se il primo è il mondo perduto, il secondo è il dinosauro congelato. A tirarlo fuori dal freezer in genere sono i test atomici; ci sono poi i mondi futuri regrediti di qualche era per le mutazioni climatiche avvenute per mano dell’uomo o per cause più o meno naturali. Diverse le pellicole che giocano su questo ritorno al futuro, come Adolescente delle caverne (Teenage Cave Man, 1958) di Roger Corman, Yor, the Hunter From The Future (1983) di Antonio Marghetti e A Nymphoid Barbarian In Dinosaur Hell (1990) di Brett Piper. Qualcosa di analogo si rintraccia in Il mondo sommerso (The Drowned World, 1962), uno dei romanzi catastrofisti di James Ballard, che si spinge però ben oltre in profondità, azzardando la nascita di una psiche ancestrale che de-evolve di pari passi con un ambiente dove è preannunciato “l’imminente ritorno dei dinosauri” (Ballard, 2005). Ci sono poi i viaggi nel tempo con escursioni in ere passate e quelli nello spazio degli stessi dinosauri, abitanti di altri pianeti e quindi alieni secondo il racconto di film come Planet of Dinosaurs (1978) di James Shea, King Dinosaur (1955) di Bert I. Gordon e recentemente Pacific Rim (2013) di Guillermo Del Toro. Viaggiare su, giù e di lato nel tempo sembra essere un movimento prediletto anche dalle serie televisive con protagonisti i dinosauri, ad esempio Primeval: New World (2012-2013), una serie canadese che narra di scorribande di animali provenienti dal futuro o dal remoto passato nel nostro presente attraverso delle anomalie spazio-temporali; oppure Terra Nova (2011-2012), serie prodotta da Steven Spielberg e ambientata in partenza nel 2149, in un mondo a rischio estinzione a causa dell’inquinamento e della sovrappopolazione, ma la scoperta di una frattura spazio-temporale consente di spostarsi indietro di 85 milioni di anni, dove viene creata la colonia Terra Nova…

Il vero erede del tòpos mondo perduto è però quello scientifico che si deve alla coppia Michael Crichton & Steven Spielberg con Jurassic Park. In questo filone, a scatenare la rinascita è la clonazione e sullo sfondo l’operato del dottor Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley (se ne parla diffusamente in altra parte di questo numero, ndr). E dire che ancora prima del secondo conflitto mondiale, il capolavoro del genere celebrava la lenta agonia che condusse (nella nostra immaginazione) alla scomparsa dei dinosauri. Sulle note della Sagra della primavera di Igor Stravinsky, Walt Disney propose in Fantasia (1940) un’adeguata visione apocalittica dell’estinzione della razza dei grandi rettili, in realtà riportandoli in vita come nessuno prima di lui, perché il lungometraggio li impose a un pubblico quanto mai eterogeneo (musica per adulti, eroi dell’infanzia come Topolino). Non sarà l’unica occasione offerta ai grandi rettili per andare a passo di musica, infatti danzeranno sulle note del Bolero di Maurice Ravel, in Allegro non troppo di Bruno Bozzetto (1976), omaggio al capolavoro disneyano.

 

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La guerra però mise definitivamente fuori sincrono gli Usa e l’Europa, i primi avevano già subito un’invasione virtuale dallo spazio di creature aliene guidate da Orson Welles, e rimesso in circolazione un po’ di colossi prematuramente dati per estinti, mentre l’Europa aveva il suo Moloch da combattere. Quando la seconda mattanza mondiale termina, tra i sopravvissuti ci sono anche loro, i dinosauri che “quanto più scompaiono tanto più estendono il loro dominio, e su foreste ben più sterminate di quelle che coprono i continenti: nell’intrico dei pensieri di chi resta” (Calvino, 2002). Sono figli dei nuovi tempi e si danno il cambio con altre creature frutto di apprendisti stregoni e Masters of War: sono i tempi della Bomba. Nel 1952 Hollywood riedita King Kong ed è un successone. I grandi rettili che compaiono nella prima parte della storia iniziano a proliferare epigoni. Emblematico il titolo italiano di uno dei pezzi forti, The Beast from 20.000 Fathoms del 1953: Il risveglio del dinosauro. Passa un anno e in Giappone sorge Godzilla, risposta commerciale a King Kong e primo segno, macroscopico, dell’apertura all’Occidente, un processo culturale senza precedenti in Asia e tuttora insuperato. Nel Sol Levante tutta la cultura pop verrà riscritta senza mai tradire il genius loci da un lato e dall’altro, spesso, radicalizzandone all’eccesso alcuni aspetti. Cinema, fumetti, musica, niente si salva. Godzilla non è un dinosauro vero e proprio, è piuttosto un ibrido, un incrocio tra un coccodrillo e un tirannosauro, o almeno dell’idea che di questi si aveva all’epoca. In realtà si chiama Gojira, crasi anglo nipponica di gorilla e kujira (balena).
Nei primi film (il trionfo del primo diede il via a un seguito dietro l’altro) è piuttosto imbestialito contro noi umani, poi si trasforma in difensore della Terra (qualcosa di analogo capiterà al Terminator/Schwarzenegger). Nelle decine di film che lo vedono protagonista, Gojira si imbatte in nemici e amici di ogni taglia, tempo e mostruosità, a partire dallo stesso King Kong, avversario non solo al botteghino a Frankenstein, viaggiando tra le dimensioni, dando luogo a quel tipico cocktail mix che ne fa al di là della genetica, un autentico dinosauro, solo che è made in Japan. Il gojirasauro si troverà anche a incrociare sulla carta gli eroi della Marvel, un raggio d’azione impressionante. Godzilla/Gojira è l’anello mancante tra il fior fiore dell’immaginario tecnologico, la fantascienza e la paleontologia. È il lato oscuro dell’exotica quello che emerge tra le due coste del Pacifico, una Cosa che funge da contraltare a quel mondo di bambù, conga, bongos, versi d’uccelli tropicali, gracidare di rane, motivi polinesiani, cubani, indiani, spogliarelli, o almeno fanciulle in abiti succinti di gauguiniana memoria. Un mondo da gustare in alta fedeltà nelle lounge room oppure nei tiki bar, reinventando miti e personaggi dalle Ande alle Hawaii. Il consumo opulento da un alto, gli esperimenti atomici dall’altro. Scapoloni vs Lucertoloni.

Il seme del dinosauro nel secondo dopoguerra è fecondo anche nella vecchia Europa, che partorisce il caso Nessie, dopo un’incubazione durata qualche decennio, con i primi avvistamenti negli anni Trenta, tutti in vario grado inattendibili. Il mostro di Loch Ness si è costruito nel tempo un discreto curriculum tra film dedicati, citazioni in telefilm videogame che ne sono ispirati. A emergere in decenni di tentativi, avvistamenti, smentite, studi circonstanziati è soprattutto l’immaginario collettivo che poco bada alle ere geologiche, che se ne infischia della possibilità che Nessie possa essere un plesiosauro del Mesozoico e non una creatura del Giurassico. Quello che conta è che nelle profondità di questo lago vive un gigante marino che associamo al dinosauro. Le tecnologie ne alimentano il mito, dalle fotografie (e i montaggi) che riportarono in vita un’antica leggenda del luogo risalente al VI secolo alle app dei nostri giorni, perché il dinosauro è sempre all’altezza dei tempi. L’ultimo avvistamento, infatti è della primavera 2014 ad opera di due Nessie Hunter che hanno ripreso una gigantesca sagoma con i loro dispositivi Apple. Nei territori dell’immaginazione da cui estraiamo i nostri reperti, c’è anche un episodio dei cartoni animati della Fox, Godzilla: The Series, un episodio celebra l’incontro di Nessie con il gigante giapponese. In questo slittamento continuo dal mistero (pseudo)scientifico alla tradizione orientale e da questa alla cultura pop occidentale e da questa verso entrambe le direzioni e viceversa che il dinosauro entra di diritto nello zodiaco delle figure dominanti nell’immaginario planetario. Un oggetto culturale che sulla propria ambiguità di essere estinto e risorto fa leva per esercitare una seduzione su molteplici piani. Un cross-over esemplare. Al contrario di altre creature che dominano nell’Olimpo dell’immaginario, i dinosauri non catturano la nostra attenzione solo o principalmente perché il loro esserci è un mistero, una dimensione già di per sé perturbante, come accade per gli alieni, oppure i vampiri, i licantropi e gli zombie, ma per il loro non esserci più, la celeberrima scomparsa dei dinosauri – la cui messa in scena è tra le sceneggiature che conta il maggior numero di repliche – che li pone al tempo stesso nell’ordine del fantasma e del cadavere. In un colpo solo, le due figure scatenano il terrore che ci procurano tutte le incursioni spettrali provenienti dall’aldilà, perché solo il grande mistero ci inquieta, si traducono in un monito ancestrale sulla caducità della vita della specie e non solo dell’individuo, e scatenano un’inchiesta ossessiva, planetaria e infinita: la ricerca del loro killer. 

Il dinosauro appartiene anche all’ordine del mistero, ma questo è elevato al cubo. Se il perturbante fantasma si incorpora nei protagonisti di tanti film e telefilm, il detective si anima in quello che può ben dirsi un sottogenere autonomo: il documentario scientifico dedicato alla loro vita e scomparsa. Una formula dove coesistono l’intrattenimento, la divulgazione scientifica e il giallo. Se è vero che un museo funziona meglio se ospita scheletri di dinosauri, altrettanto si deve dire dei programmi televisivi scientifici, che fanno in fondo della didattica di massa, di cui in Italia la famiglia Angela (Piero e Alberto) è l’imprescindibile caso di riferimento, ma che nel tempo ha visto il moltiplicarsi dei concorrenti, Focus in testa. Questo sconfinamento permanente conduce il dinosauro a impazzare nel mondo dell’infanzia, con innumerevoli libricini dedicati a descriverne caratteristiche e vicende, ascesa e declino, oppure nella più incredibile delle metamorfosi mai concepita dagli uomini a trasformarli in amichetti un po’ teneri, zuzzurelloni, o simpatiche canaglie. I punti cardinali di questo universo sono il senso di ammirazione e di ansia, d’identificazione e di alterità che suscitano nei più piccoli. A forti dosi (gli scheletri degli estinti) e piccole dosi (la didattica e i gadget per l’infanzia), i dinosauri si sostituiscono agli adulti nell’indicare a più piccoli che esiste un tempo infinito che ci precede e che prosegue dopo di noi. La notte dei tempi ha due direzioni e il dinosauro disinnesca un po’ l’angoscia esistenziale sottesa alla condizione umana.

 

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È sempre il cinema però ad amplificare il fenomeno del dinosauro tranquillizzante, con una notevole accelerazione proprio negli anni Duemila, aperti dal lungometraggio Dinosauri, e non poteva che essere la Disney a produrlo, ma sono da ricordare almeno Il principe dei dinosauri (Prince of the Dinosaurs, 2002) di Kim Jun Ok e L‘era glaciale 3L’alba dei dinosauri (Ice Age 3: Dawn of the Dinosaurs, 2009) di Carlos Saldanha. 
Tutto culmina ancora per mano della Disney in A spasso con i dinosauri (Walking with Dinosaurs, 2013) di Neil Nightingale e Barry Cook, favolosa ricostruzione in 3D della Terra 70 milioni di anni fa, con un saldo intreccio di nozioni scientifiche e fiction. Si tratta di qualcosa definibile come un anomalo sequel della trasmissione televisiva Nel mondo dei dinosauri (Walking with Dinosaurs), prodotta nel 1999 dalla BBC Hearth, parte della BBC Worldwide. Dalla serie tv eredita la verosimiglianza scientifica, dalla Disney la… fantasia.
Lo snodo che da Fantasia conduce a queste produzioni è però da cercarsi in tv, dove prima di essere materia narrativa del racconto scientifico, i dinosauri sono entrati in tutte le case grazie a una serie di cartoni animati che celebrava la civiltà dei consumi al culmine del suo successo e lo faceva usando un medium, la televisione, che viveva non a caso la sua età dell’oro: The Flintstones, ovvero Gli antenati. È il 1960 e dopo un bel po’ di attacchi alla civiltà umana, ecco i dinosauri entrare nella vita quotidiana, assolvere le funzioni di animale domestico, oppure fungere da mezzi di produzione e di trasporto, in un modo dove tutti  i sogni e le nevrosi del consumatore vengono adattati a una quanto mai vaga età della pietra dove convivono con gli uomini, secondo un collaudato paradosso. Piccoli consumatori crescono. La civiltà dei consumi è senza tempo, è il suo verbo a insegnarlo, niente di meglio quindi che collocarlo in un’età mitica, un non tempo dove a renderla avulsa dalla storia ci pensano proprio i dinosauri, ecclettici per vocazione a quanto pare.

Dove i dinosauri sono merce rara è nella letteratura di massa. Non hanno spazio, e non per le dimensioni, ma perché il fantasy ricorre ai collaudati draghi e la fantascienza agli affidabili alieni. Fanno capolino di rado, ad esempio in Mastodonia (1978) di Clifford D. Simak o L’equazione di Dio (Calculating God, 2000), di Robert J. Sawyer, ma in due casi, l’eccezione è notevole: nel citato Jurassic Park di Michael Crichton, dove il ménage tra cinema e letteratura si ricuce a un livello di sofisticazione adatto alla tarda modernità, laddove The Lost World era espressione della civiltà industriale (ma, come si è detto, se ne parla diffusamente in altra parte di questo numero, ndr), e il ciclo The Drive-In di Joe Lansdale. 

In quest’opera pulp di fine millennio, lo scrittore texano chiamò a raccolta mostri di ogni razza e tempo, scatenò un corto circuito tra cinema, televisione, letteratura e fumetto, in cui tutti si scambiano le parti e/o si fondono letteralmente in Popalong Cassidy, il ragazzo con la testa-tv che proietta serie poliziesche, western, mentre sugli schermi con ostinazione si avvicendano classici horror: La casa (The Evil Dead, 1981) di Sam Raimi, Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre, 1974) di Tobe Hooper, La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead) di George Romero, I Dismembered Mama (1974) di Paul Leder e The Toolbox Murders (1978) di Dennis Donnelly, questi ultimi inediti in Italia.

Lentamente oltre il  buio che circonda il drive-in in cui i protagonisti e gli altri disgraziati spettatori sono rimasti intrappolati, ecco che arriva anche il turno dei dinosauri: 

“Era arrivato il momento del secondo film in cartellone. Un film stile Mondo perduto. A un certo punto, una forma gigantesca uscì dal fogliame della giungla sulla destra dell'autostrada, e Banditore pigiò il piede sul freno e restammo a guardare. Era un Tyrannosaurus Rex coperto da parassiti simili a pipistrelli, con le ali che si aprivano e richiudevano lentamente: api soddisfatte che succhiano il nettare di un fiore. Il dinosauro ci guardò col massimo disinteresse, attraversò l'autostrada, e venne inghiottito dalla giungla. Mi sa che questa strada non porta più a casa, disse Banditore, e tolse il piede dal freno, riprese ad accelerare” (Lansdale, 2012).

Il mondo dopo la lunga notte all’Orbit (il nome del drive-in teatro del primo romanzo) è mutato e ora di mostri preistorici se ne trovano a ogni angolo della strada e soprattutto nella memoria di Lansdale, uno di quelli che Loana se la ricorda eccome: “Quel giorno Grace indossava una specie di bikini di pelle, e aveva un aspetto meraviglioso. Non so come ci riusciva, considerando che tutti noi sembravamo degli spaventapasseri. Riusciva a indossare quei pezzi di pelle nel modo giusto, come Raquel Welch in quel film, Un milione di anni fa” (ibidem). Giusto una citazione d’obbligo tra le tante, perché anche Lansdale ha ormai alle spalle quel paleo erotismo, il sesso nella nostra epoca è più hard e splatter. E i dinosauri non si tirano certo indietro: “Lui si chinò e un piccolo dinosauro gli piantò il cazzo tra le chiappe, rompendogli i pantaloni, e mentre lo inculava gli staccò la testa con un morso. Ci fu sangue dappertutto, e se questo non fosse abbastanza schifoso, il dinosauro cominciò a saltare in giro spruzzando sperma dappertutto” (ibidem). 
Mostruoso. Qui Lansdale ci ricorda, ricorrendo al grottesco, che se dappertutto uomini e dinosauri da un secolo coabitano nell’immaginario, i danni collaterali non solo sono inevitabili, ma anche di varia natura. Mostruoso, ma non è tutto, perché queste gigantesche creature, come si è visto, hanno messo il naso un po’ ovunque, mancava solo di portare alla luce del sole ciò che anche loro suscitano nella misura in cui partecipano anche dell’anima dei freaks (si pensi a Gertie), perché “Tutti i freaks vengono recepiti, in varia misura, come erotici” (Fiedler, 1981).

 

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E così, venne il giorno della Dinosaur Erotica. L’ultimo grido in materia di dinosauri è un grido di piacere, o almeno questo ci raccontano una serie di iperboliche storielle che frullano insieme narrazioni di massa un tempo distanti, i classici romanzi Harmony e quelli pornografici, affidandone le parti a fanciulle procaci e bestioni suppergiù del Giurassico. Insomma, la bella e la bestia aboliscono i confini temporali e si ritrovano faccia a faccia… e d’altra parte i dinosauri con le incongruenze ci vanno a nozze. Donne avvenenti e mostri, è noto, non sono certo una novità, per decenni la fantascienza ha sciorinato illustrazioni sul tema e del tema anche i manga ne hanno fornito una loro interpretazione. 
In realtà, il filone è un po’ più ampio e si suole indicarlo come Beast Erotica, in modo da lasciare spazio anche ad altre creature mostruose partorite dall’immaginario, come i minotauri, ma sono i dinosauri in questa stagione a segnare il miglior attivo in bilancio, come attestano le vendite su Amazon. Merito di due giovani autrici, Christie Sims e Alara Branwen (sono due pseudonimi), che si sono tuffate nel mondo del self-publishing, scodellando finora una quindicina di volumetti, con titoli tipo Ravaged by the Raptor, o Taken by the Pterodactyl, piccoli e-book da una quindicina di pagine, con prezzi sotto i quattro dollari, che visto il poco spazio, dopo brevi preliminari passano subito alle vie di fatto. Le premesse sono quelle di sempre, si rende plausibile la presenza di esseri umani e dinosauri nella stessa dimensione temporale, dopodiché tutto è possibile, ma davvero tutto. Si prenda Taken by the Pterodactyl. La figliola belloccia di turno vive in un’imprecisata New Land, un mondo di contadini, di pastori, e pastorelle come la protagonista, tale Dianne, diciannovenne rapita nell’assolvimento delle sue funzioni di pastorella da uno pterodattilo. Ghermita e portata nel nido della bestia si ritrova presto senza i bottoni della camicetta, saltati uno dietro l’altro grazie all’uso magistrale del becco da parte dello pterodattilo. Qui l’atmosfera si fa calda, lei s’infiamma e fa volar via il reggiseno, lui perlustra in ogni dove con una cresta ossea invidiabile e poi si sa come vanno queste cose, lui esibisce un pene (!!!), lei si dispone per accoglierlo, volano… parole pesanti, che una ragazza a modo non esclamerebbe se non fosse per l’eccitazione e il desiderio ripetutamente soddisfatto. Benvenuti nell’era del pornosauro.

 


 

LETTURE

  Ballard James, Il mondo sommerso, Feltrinelli, Milano, 2005.
  Borges Jorge Luis, Il libro degli esseri immaginari, Adelphi, Milano, 2006.
  Calvino Italo, Tutte le cosmicomiche, Mondandori, Milano, 2002.
  Celli Giorgio, Introduzione in Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, Theoria, Roma-Napoli, 1983.
  Fiedler Leslie, Freaks, Garzanti, Milano, 1981.
  Mitchell W.J.T., The Last Dinosaur Book: The Life and Times of a Cultural Icon, University Of Chicago Press, Usa, 1998.
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