LETTURE / SOLOMON KANE - CICLO COMPLETO
di Robert E. Howard / Coniglio Editore, Roma, 2010 / pagine 476 / € 16,00
L'eroe che vinse il sovrannaturale, ma che venne
sconfitto dal cinema
di Marco Meloni
In molte case di campagna non è infrequente trovare dei tessuti patchwork su divani o letti, che servono alla doppia funzione di coperta ed elemento estetico. Questi insiemi disomogenei e spesso caotici sembrano un mero accostamento di elementi dotati di significato solo se visti nella loro singolarità, e non nel confezionamento nel suo complesso. In realtà, più l’occhio si adatta a ciò che ha davanti, più un senso, una linea direttrice del proprio sguardo, lo trova; è come una piccola rivelazione, un’attivazione diversa rispetto a qualcosa che si aveva già davanti in precedenza ma non ci aveva dato nessuna di queste nuove e peculiari sensazioni.
Non a caso, le trapunte patchwork nascono come un elemento commemorativo dei cari defunti, come un insieme, disorganico ma anche molto consequenziale, di avvenimenti da celebrare e ricordare. Ogni elemento ha la sua valenza, il suo perché, ed un valore che non è dato solo dalla sua essenza, ma anche dal posizionamento, dal posto che occupa all’interno del tutto. Ne sa qualcosa Shannon McFarland, la protagonista di Invisible Monster di Chuck Palahniuk, che scopre tramite i suoi genitori l’universo simbolico che un pezzetto di stoffa, e il suo diverso colore, possono rispecchiare in chi osserva quella che a lei era sembrata una semplice tovaglia del Ringraziamento.
Non solo: il patchwork può essere inteso anche come una moderna chiave di lettura e di interpretazione dei fenomeni e dei prodotti culturali oggi proposti al pubblico e alla società. Partendo dalla sperimentazione di Shelley Jackson, che ha rivisitato il Frankenstein di Mary Shelley nel suo famoso ipertesto Patchwork Girl, Paola Carbone ha dedicato un testo alla teoria del patchwork, intesa come riproposizione in chiave comunicativa dei processi di sincretismo e contaminazione, culturale, sociale e mediale presenti oggi nelle società “liquide”. Non esiste infatti, secondo la studiosa, una soluzione che possa spiegare, meglio dell’assemblaggio e della ricomposizione semantica, l’universo polisemico nel quale siamo oggi inseriti; un universo che, oltre che a bombardarci di messaggi comunicativi, non riesce più a dare coordinate certe per orientarsi in esso.
Anche alcuni film sono così. Riescono a trasmettere, in successive visioni, sensazioni diverse, spesso divergenti rispetto a quelle avute all’inizio. Ma, soprattutto, si riesce a trovare in essi un senso, un filo rosso che unisce ciò che prima ne aveva poco o non ne aveva alcuno. La visione reiterata arricchisce di informazioni lo spettatore, che entra sempre più in sintonia, in empatia si potrebbe perfino dire, con il regista e la sua poetica, la cornice individuale, il frame semantico in cui inserire i messaggi ricevuti.
Alcuni film sono così.
Solomon Kane di Michael J. Bassett non è certamente uno di essi: anche dopo diverse visioni si ha sempre la stessa sensazione iniziale, amplificata anzi dall’irritazione di non cogliere, di volta in volta, nessun cambiamento, nessuna nuova caratteristica o emozione. Il film non si presenta né come realmente innovativo per quanto riguarda il linguaggio, le situazioni o i contenuti, né riesce ad inserirsi in una narrazione di genere, che tutelerebbe da eccessivi scostamenti dalla trama originale. Ciò che viene fuori è invece un prodotto che coglie solo gli aspetti negativi di queste due dimensioni, bloccato senza scelta fra due campi: troppo rigido, lento, ortodosso nel presentare alcuni elementi oggi quantomeno anacronistici e già visti, troppo audace, didascalico, in puro stile videoclip, in altri, che perdono quindi le atmosfere e i toni dei prodotti culturali originali da cui il film è tratto. La trama presenta il classico scontro fra bene e male, in cui l’eroe redento deve capire come vincere l’oscurità senza tradire la sua promessa di virtù. Situazioni narrative e azioni risultano però poco innovative, fin troppo classiche; briganti, streghe e maghi non sono più un elemento in grado di sostenere, come figure dell’immaginario collettivo, il peso di una storia poco appassionante, che rimane sospesa fra la noia per un continuo effetto di dejà vù e una irritante consapevolezza di essere di fronte ad un prodotto mediocre e poco attuale.
I racconti di Robert Ervin Howard, da poco ripubblicati in una antologia, sono ancora molto godibili, sia dal punto di vista narrativo che da quello stilistico. Emerge un avventuriero coraggioso e indomito, che si muove nelle regole puritane pur avendo spirito d’avventura e voglia di conoscere e sfidare il mondo. Un moderno Ulisse, un viaggiatore che affronta il mondo del sovrannaturale senza timori, o paura della morte. Scrive Howard:
Nelle profondità degli occhi cupi di Kane aveva cominciato a brillare una luce scintillante, come la torcia di una strega che ardesse sotto molte braccia di gelido ghiaccio grigio. Il sangue gli si accese nelle vene. Avventura. Il fascino del rischio e della lotta. Ma Kane non riconobbe tali sensazioni per ciò che erano. Invece, era fermamente convinto di esprimere i suoi sentimenti, quando disse: “Tutto questo è opera di qualche potenza maligna. I signori delle tenebre hanno gettato una maledizione su questa terra. È necessario un uomo forte, per combattere Satana e il suo potere. Per questo andrò io, dato che l’ho già sfidato molte volte.”
L’elemento più forte delle storie di Kane, appena percettibile nel film di Bassett, è la sua capacità di indagare e scoprire i misteri dell’animo umano e le tenebre del mondo che lo circonda: a partire dalla ferocia dei conquistadores spagnoli per giungere fino agli spettri e ai demoni che abitano oscure brughiere in attesa di vendetta. Un caleidoscopio di situazioni e personaggi fantastici che non risultano minimamente anacronistici, conquistando ancora oggi gli amanti di un genere, quello fantasy, estremamente pervasivo e prolifico. Non solo attraverso i villaggi e i castelli di un’Europa prossima a lasciarsi alle spalle il Medioevo e le sue ferocie, ma anche per labirinti di pietra nascosti nelle profondità della terra, o contro terribili tribù dell’Africa nera:
Ad un certo punto, una stretta scala si diramava dal corridoio principale: salì, e la luce divenne sempre più forte, fino a quando egli si trovò nel pieno bagliore del sole africano. La scala terminava in una sorta di piccolo ballatoio, di fronte al quale c’era una finestrella chiusa da una pesante grata. Tra le sbarre, Kane vide il cielo azzurro colorato d’oro dal sole. Quella vista fu per lui inebriante come il vino: respirò a pieni polmoni l’aria pura e incontaminata, inalando profondamente come per liberarsi dell’atmosfera di polvere e grandezza decadente che aveva attraversato.
Il fantastico si fonde con il reale e il verosimile, in un evolversi di colpi di scena forse eccessivamente repentini, ma mai scontati. Anche il fumetto successivo della Marvel, da cui il film trae ispirazione, mantiene una sua coerenza stilistica che lo tutela dall’usura del tempo, creando un universo simbolico più spregiudicato, violento ed esplicito, ma anche malinconico e solitario. Il bene e il male rappresentati graficamente dall’incontro-scontro fra bianco e nero, fra l’inchiostro e la pagina. Non si sente, invece, alcuna necessità di un film che nasce già vecchio, sia dal punto di vista visivo che narrativo.
Avatar di James Cameron, per esempio, è molto legato agli anni Ottanta e ad una specifica visione della fantascienza, e la storia ripropone una conflittualità fra modernità e arcaicità, fra genuinità della Gemeinschaft e freddezza atomizzante della Gesellschaft; tuttavia, le innovazioni tecnologiche proposte aprono una nuova strada assai interessante e prolifica per il cinema, con il possibile avvento della terza dimensione non solo nel consumo collettivo di cinema, ma anche come elemento della visione casalinga di tv e film.
In Solomon Kane invece non vi è nulla di nuovo, nulla che giustifichi la visione di un prodotto mediocre. Gli scontri, la presenza del magico e del demoniaco, l’ambientazione tardo medievale sono elementi ampiamente ritrovabili in molti prodotti cinematografici degli ultimi trent’anni. Senza contare che la mescolanza di generi, la ricerca di un mash-up fra stili e frame differenti, rende ancora più difficile appassionarsi a ciò che si sta osservando. In alcuni momenti sembra di ritrovarsi in un brutto sequel di Conan il Barbaro, altro personaggio ripreso dalla penna di Robert Ervin Howard; il problema non è pero solo di ordine “cronologico” (non siamo più nel 1982 ma nel 2011) ma anche di capacità di regia: se Peter Jackson ha saputo recuperare con maestria l’opera di Tolkien, non è lo stesso per Michael J. Bassett, regista con un passato da costumista alle prese con il primo film a grosso budget della sua carriera. Inesperienza e una sceneggiatura volutamente personalizzata sul proprio modo di vedere la storia, che trasforma il saggio Solomon Kane in un Constantine puritano, non aiutano il risultato finale, e la coerenza narrativa del film. Emerge così una falsa armonia di mescolanza, un desiderio di unire elementi che in realtà restano ben distinti. E che non si fondono affatto come in una coperta patchwork, rimanendo fondamentalmente disomogenei e alternati fra loro senza collegamenti o punti di intersezioni. Lontani da ogni convergenza, sincretismo, assimilazione o miscellanea possibile. Cercando di essere un tutto che però è la sottrazione, e non l’aggiunta, delle sue singole parti.