Kraftwerk. Il suono dell’uomo macchina.

Una forma ben organizzata d’anarchia.

di Gabriele Lunati

Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri

190 pagine

€ 12,00

 

 

 





 

Kraftwerk. Il suono dell’uomo macchina.

Una forma ben organizzata d’anarchia.

di Gabriele Lunati



“Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno”. È una delle tre leggi della robotica formulate da Isaac Asimov per regolare i rapporti tra intelligenze artificiali e umani.

Il rimando al papà della robotica è doveroso dal momento che parliamo di uomini-macchina, ovvero dei tedeschi Kraftwerk. Quelli che hanno cantato, è proprio il caso di dirlo, la comunione fra uomo e robot, puntando a disinnescare il radicato timore dell’uomo vittima del dominio dei mostri tecnologici (la versione hi-tech dell’apprendista stregone). D’altronde, i loro famosi manichini meccanici (veri e propri alter ego dei quattro membri della band), studiati per il lancio di The Man-Machine del 1978, fecero il giro del mondo e divennero i protagonisti di ogni loro happening mediatico spiazzando critica e pubblico.

Questo e molto altro si trova nel libro di Gabriele Lunati, la prima biografia italiana a coprire tutto l’arco della carriera del quartetto di Dusseldorf, dagli esordi, sotto il nome di Organisation, al tour mondiale del 2004 dove, immobili ai loro laptop, eseguirono la carellata delle loro “filastrocche elettroniche” (Autobahn, Radioactivity, Trans-Europe Express, The Robots, Tour de France, Computer World ecc.) sempre accompagnati dagli insostituibili manichini per rimarcare, se ancora ce ne fosse bisogno, la fratellanza uomo-macchina.

I capitoli più interessanti del libro, che è arricchito anche da dettagliatissime appendici su discografia e concerti, sono quelli iniziali che trattano delle radici del “robot pop” dei Kraftwerk. Radici che affondano nella Germania degli anni Sessanta, un paese in piena “guerra fredda”, ma ricchissimo di fermenti culturali e artistici (pensiamo solo al cinema con Fassbinder e Wenders o agli “eventi” del movimento Fluxus). Questa ansia di ricerca di nuove strade per ritrovare un’identità culturale tedesca caratterizza la genesi dei Kraftwerk che parafrasando una citazione contenuta nel libro di Lunati “rifiutano il consumismo commerciale cheap e tentano di dare un’anima e un’estetica alla tecnologia”.

La formula espressiva scelta è la musica elettronica. Un’opzione inevitabile visto che a parte i classici e Stockhausen nella Germania post-bellica non esisteva più alcuna forma musicale “vivente”. I Kraftwerk non hanno poi nessuna intenzione di scimmiottare le band inglesi o americane e arrivano a sperimentare un pop sintetico inconfondibile: disciplinato, teutonico, futuristico e, nonostante le premesse culturali ed estetiche, per nulla elitario. Una vera Volkmusic, musica popolare del XX° secolo.


 

Recensione di Claudio Bonomi