Quando il gioco si fa video, 
gli alieni entrano in gioco

 

di Pierluigi De Rosa



Se avete pensato che un fascio di linee luminose disegnate su di un monitor a fosfori verdi potrebbe segnare la fine del mondo, così come noi lo conosciamo, allora appartenete a quella nostalgica generazione che ha vissuto la nascita dei videogiochi come un nuovo strumento di “distrazione di massa”. Quando nel 1983 esce nelle sale Wargames, che racconta di come un computer possa scatenare “per gioco” una  guerra nucleare, i videogiochi sono entrati da poco nelle case degli italiani, mentre i computer ed Internet stanno muovendo i primi passi nello sconosciuto universo dell’informatica. Si dovrà attendere ancora un anno o due per vedere i primi “Commodore” posizionarsi come primi computer da tavolo ed i primi anni 90 per poter acquistare uno dei primi PC o un accessoriato Apple.

I videogiochi sono, invece, alla seconda generazione, ma la prima che li vede trasformarsi in fenomeno di massa. Le sale giochi, dominate da flipper e “calciobalilla” si riempiono di nuovi suoni e colori, mentre in TV si danno battaglia le prime consolle per l’home entertainment. Sono i primi giochi a colori, che disegnano nuovi mondi e sembrano lontani anni luce dal primo “Tennis” elettronico, inventato nel 1958 dall’ingegner Higinbotham. Sebbene essi non siano in grado di riprodurre fedelmente i giochi classici a cui si ispirano esercitano un grande fascino: nel 1982 il tennis dell’ATARI, che arriva con il nome di “Pong”, ruba al gioco originale solo due racchette ben stilizzate ed una palla quadrata, ma alla sua prima uscita in una sala giochi di Seattle riempie la gettoniera in poche ore.

Insomma  i videogiochi a cavallo degli anni 80 restituiscono suggestioni, riproponendo ed inventando mondi. Nasce in questi anni  un solidale connubio con il cinema di fantascienza, che vive di nuova linfa anche grazie all’impiego di effetti speciali che, seppur lontani dalla rivoluzione digitale del nuovo millennio, sono capaci di rendere realistiche le battaglie spaziali ed i nuovi alieni invasori. I videogiochi si impossesseranno di questo universo  realizzando una serie sterminata di titoli dai nomi avvincenti e dalla grafica fantasiosa, nella meraviglia degli 8 bit, attingendo alla fantascienza classica degli anni ’50, con gli alieni indiscutibilmente cattivi, desiderosi di mettere le mani sul nostro pianeta, ma anche alle più recenti produzioni, come la saga di Guerre Stellari.

Flotte di astronavi, mostri spaziali ed asteroidi impazziti invadono i piccoli schermi delle prime TV a colori  determinando una seconda invasione dopo quella fallita di Wells. Il mondo della fantascienza rivivrà sul piccolo schermo, dove si consumeranno epiche battaglie a bordo di micidiali astronavi triangolari, dalle forme sospettosamente simili. Ma tutto ciò che la grafica non consente di vedere viene ampiamente supportato dall’immaginazione, fatta di scatole accattivanti, e nomi roboanti. Si può partecipare alla “Guerra dei mondi” in “Defender”, dove gli alieni tentano di distruggere una tranquilla cittadina, oppure sfuggire ai cloni di Yul Brinner, cattivo androide di Il Mondo dei Robot, nei labirinti infestati dagli automi di “Berzerk” o provare il brivido di un salto nell’iperspazio in “Star Raiders”.

Il cinema non rimane indifferente a questo nuovo fenomeno e nel 1984, un anno dopo Wargames, esce Giochi Stellari, dove i videogiochi sono in realtà dei simulatori di guerra, realizzati da alieni “buoni” per reclutare provetti piloti stellari da ingaggiare nella battaglia finale per la salvezza dell’universo. È il fascino di un mondo da scoprire, in cui ogni nuovo gioco inaugura un filone (labirinti, piattaforma, scorrimento orizzontale). In particolare intervengono due elementi a spiegare il successo di questi nuovi giochi elettronici: l’interattività e la fantasia. Se è la prima volta che è possibile giocare da soli affrontando nemici controllati dal computer che interagiscono con l’alter ego del giocatore, dall’altro lato è la creatività capace di trasformare enormi sfondi neri, oggetti squadrati e singoli “bip” in arene colorate dove mettere alla prova i riflessi.

 

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