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    Il pianoforte deve suonare da sé, annota Nanof di Stefano Pastor
    nannettinannetti
     

    Inutile cercare nella stessa pagina il seguito che invece è contenuto nella pagina più a destra, un po’ più in alto. Il pianoforte deve suonare da sé. Straordinaria coincidenza espressiva con la ricostruzione di Manoni: il pianoforte evocato ha una grande cassa di legno, nera; e nero è lo sgabello vuoto che evoca l’assenza dell’elemento umano. Morte per negazione. Ma anche negazione di una morte dello spirito, passando ad altri frammenti: I fantasmi sono formidabili dopo la seconda apparizione (/) le ombre sono vive sotto cosmo.
    Versi dunque, composti da suoni, parole, ritmo, significati impliciti o espliciti, coscienti o non-coscienti, ma anche da segni, simboli, disegni che attraversano incessantemente tutto questo assordante monologo di pietra. Segni grafici che rispecchiano il magmatico flusso delle parole: astri, personaggi, macchine tecnologiche, arcani simboli che sembrano provenire da un passato remoto, missili e molte antenne, perché la comunicazione era un bisogno urgente per questo uomo totalmente isolato.
    Un uomo che consacra letteralmente la propria esistenza, durante un periodo di ben 12 anni d’internamento ad un unico enorme progetto che oggi definiremmo multimediale, che comprende parola, segno grafico e dimensione materica e che mostra una strabiliante coerenza stilistica nel suo insieme, nonostante l’enorme spazio temporale che divide l’inizio dalla fine della creazione di quest’opera. Opera maestosa che allude, in un gioco registico magistrale, ad un sapere immenso, sconfinato come avrà modo di definire il graffito stesso Adolfo Fattori nel suo Illustrare il Rumore (Quaderni d’Altri Tempi n. 6). Un sapere pari all’immaginazione fervida e visionaria, che capta - come antenna che si fa centro percepente - e rivela - come poeta che “vede” e restituisce l’indicibile - l’universo dentro un cortile.
    L’idea di progetto unitario è precisamente inscritta nella forma ciclica di tutta l’opera. Una ciclicità che si afferma e si compie nel ripetere musicale, in forma di microvariazioni, una serie di elementi chiave che costituiscono l’ossatura formale dell’opera. Come nel caso della danza di accostamenti molteplici e vari di simboli grafici lungo tutto lo snodo del graffito o come nella percezione che definiremmo extraterrestre da parte di Nanof del genere umano e della sua stessa propria dimensione terrestre. Percezione distaccata e distante che si condensa nei pochi tratti somatici, generici appunto, con cui descrive sé stesso e altri personaggi, reali o immaginari: alto, moro spinaceo, bocca stretta, naso a Y reiterati ossessivamente in microvariazioni tra le quali castagno spinaceo oppure moro spinaceo castano o utilizzando cambiamenti di sequenza o ancora aggiungendo altri aggettivi come, ad esempio, secco.

     

    nannettinannetti

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