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    Guardami, sentimi, toccami, guariscimi di Luca Bifulco
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    Prima di ricevere il responso definitivo di alcune analisi, si reca a casa di Baroni, il manager arrogante, e si sottomette in un rapporto sadomaso. Baroni le intima di urlare ma Nina resiste nonostante gli spasmi. Ambivalenza di piacere e dolore, dominio della sofferenza, inversione simbolica dei rapporti di forza sono la cifra della sequenza. Alla fine un’inquadratura ci porta alla storia di un giovane bosniaco, Emir, raccontatale dal padre durante il suo viaggio a Mostar: molti ragazzi della città, prima della guerra, avevano la consuetudine di tuffarsi nel fiume Neretva da un alto ponte, per gioco o per misurare la loro abilità. Emir era uno di questi. Tornato dalla guerra non aveva trovato più il coraggio di tuffarsi, nonostante salisse sul ponte ogni giorno. Questa volta, nell’inquadratura, egli trova la forza per lanciarsi. L’analogia tra Nina ed Emir è evidente, così come il carattere quasi purificatorio del loro gesto, teso a sconfiggere le paure rigenerando una vita differente. Si tratta di una soluzione heideggeriana: Nina pare respingere l’esistenza inautentica della quotidiana fuga di fronte alla morte, elaborando la sua esistenza autentica come essere per la morte. Vale a dire guardare con coraggio ed atto di profonda libertà la possibilità certa, incondizionata del proprio essere, affrontare a viso aperto l’angoscia, senza però attendere passivamente né provare a realizzare la fine. Così Nina trova nel controllo del dolore una via catartica che le permette di padroneggiare l’angoscia senza esserne soggiogata, ed anche forse uno stimolo a guardare la vita differentemente. E viene oltremodo premiata quando conosce il risultato delle analisi, che le garantiscono di essere fuori pericolo.
    Ma per Flavio non c’è più speranza. Nina può solo donargli un forte abbraccio solidale. Si crea un prodigioso ed empatico microcosmo di solidarietà attorno alla morte. Il film sembra suggerire che, in mancanza di istituti sociali che motivino il senso della morte aiutando l’individuo ad accettarla, solo un microuniverso di affetti intensi e solidarietà partecipe può assisterci e darci lieve serenità. Non è molto, indubbiamente, ma accontentiamoci! Flavio e Nina fanno finalmente l’amore. Per la prima volta non si tratta di semplice sesso, ed anche la cinepresa sembra riprendere la scena con delicata discrezione. L’atto erotico non è più conflitto, volontà di potenza, desiderio di predominio, ma finalmente condivisione di emozioni, apertura all’altro. Nina ora è addirittura più forte e serena. Mentre Flavio è prossimo ad esalare l’ultimo respiro, lei si reca sulla spiaggia durante la pausa delle riprese di un porno. Un’attrice straniera, Milena, è su un divano a riva, con abiti rinascimentali. È incinta e chiede a Nina se anche lei ha voglia di avere un figlio – forse presagio di una gravidanza. Si intersecano così inquadrature dell’ospedale che odorano di morte, di Nina con la testa poggiata sul ventre di Milena, delle onde del mare. E nell’ultima inquadratura c’è l’occhio di Nina. Scorre una lacrima.

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