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    Guardami, sentimi, toccami, guariscimi di Luca Bifulco
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    Inoltre, e soprattutto, questa sembra rispondere al desiderio di rifugiarsi in un universo simbolico solidale, quello femminile, che dispensa fiducia e sicurezza ontologica, alimentandosi di diffidenza ed ostilità verso gli uomini. Anche il rapporto di solidarietà e compassione che Nina ha con la madre pare avvalorare questa ipotesi, sebbene la genitrice disapprovi, incarnando di nuovo una morale sottomessa, il lavoro della figlia.
    La sicurezza che Nina sente così di avere acquisito viene però messa in crisi quando scopre di avere un tumore. Ottiene adesso forse più spessore una simbologia che interviene più volte nell’impalcatura visiva del film: la simbologia dell’acqua. Molteplici inquadrature di Nina in piscina intervengono più volte nel racconto, così come si avverte la ricchezza di riferimenti all’elemento acqueo, al mare, ai fiumi. Probabilmente si suggerisce, in modo latente, un legame con un percorso simbolico traboccante di significati e ambivalenze che trova riscontro in millenni di storia delle civiltà. Ed il film pare ispirare l’idea di una purezza ricercata al di fuori delle comuni ipocrisie moralistiche, quasi per associazione tattile ed emotiva tra Nina che nuota e l’innocenza trasparente che ognuno accosta alle limpide acque. Così come sembrano esistenti accenni all’ambivalenza e reciprocità tra la vita e la morte, questione che sarà poi una delle strutture portanti dell’intero film. Anche perché uno dei problemi che Nina si troverà improvvisamente ad affrontare, da viva, sarà proprio il rapporto con la morte, la sua, che irrompe minacciosa. La narrazione sottolinea, nella difficoltà sostanziale che la società attuale trova ad elaborare rassicuranti rappresentazioni collettive della morte, la particolare e poco invidiabile condizione di solitudine in cui è costretto il morente (Elias, 1985; Cavicchia Scalamonti, 1991). In un corpo sociale fortemente individualizzato, in cui l’esistenza del singolo difficilmente può essere inglobata in un universo di senso razionalmente condiviso, se ognuno muore per conto suo risulta improbabile identificarsi con chi è in fin di vita. Specie se ciò ostacola una confortante presunzione inconscia di immortalità (Freud, 1982). Così il moribondo abbandona la sfera pubblica, che può percepirlo addirittura come dannoso, per isolarsi spesso nelle inaccoglienti strutture sanitarie, ponendo in questo modo la società al riparo dalla sua immagine tanto preoccupante e tanto rivelatrice. Non dimentichiamo che la tarda modernità pone frequentemente nella noncuranza nei confronti della morte una strategia, indubbiamente illusoria e caduca, di rassicurazione (Bauman, 1995).

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