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    I morti viventi nei ricordi custoditi dal Web di Alessandra Micalizzi

    rip

    Il referente della narrazione è il “net-user specifico”, se così possiamo definirlo ovvero colui che frequenta intenzionalmente quel particolare sito. Al centro della narrazione vi è sì la biografia della persona scomparsa, ma riletta alla luce del suo impegno per una particolare attività, del suo interesse specifico o della sua professione. 
    Le esperienze sono racconti particolari connessi proprio alla perdita e all’elaborazione del lutto. In questi casi si verifica la messa in comune di questo particolare vissuto traumatico attraverso la narrazione in rete del proprio dolore e soprattutto delle vicende che hanno riguardato la perdita.
    In questo caso, chi racconta è anche il protagonista della narrazione e attraverso il racconto di sé mantiene e condivide il ricordo dell’altro. Si tratta quasi sempre di narrazioni “aperte”, in fieri, che procedono di pari passo alle fasi dell’elaborazione del lutto. La forma scelta per la propria narrazione è la più varia: a seconda dell’urgenza emotiva che necessita di prendere forma, si assiste all’alternanza della narrazione organizzata e ordinata, con quella più frammentaria e impulsiva, fino ad arrivare alla “messa in poesia” dei propri vissuti.
    Le commemorazioni rappresentano il gruppo più complesso, perché, a differenza dei precedenti, sono difficilmente catalogabili rispetto ai criteri individuati – soggetto, oggetto e referente della narrazione – dato che possono assumere forme e modi differenti. Ciò che caratterizza questa tipologia di ricordi è la spontaneità, se così possiamo definirla, rispetto al contesto e rispetto all’avvenimento particolare che ne determina la costituzione.
    I pochi casi che abbiamo individuato sono caratterizzati dal fatto che l’autore di un particolare spazio della rete scompare improvvisamente e il suo ambiente virtuale diventa il luogo entro cui le persone che lo conoscevano si “incontrano” virtualmente e “scambiano” ricordi, memorie e vissuti condivisi con il defunto.

    ripA nostro avviso è possibile accostare questi particolari casi ai luoghi fisici della memoria e della commemorazione. Questi siti, infatti, nati per tutt’altri scopi, divengono, a seguito della morte del loro autore e grazie alle attenzioni dei frequentatori, luoghi per custodire il ricordo e commemorare la persona scomparsa soprattutto in determinati momenti: compleanni, anniversari o date significative che univano il defunto all’autore del commento. 
    La sostanziale differenza è che se nel luogo fisico si tende lentamente a perdere la “memoria” dell’accadimento che viene ricordato, la storia di quel particolare episodio, trasformandosi spesso in un ricordo del ricordo, nel caso della rete si ha la possibilità di tenere traccia di quanto è accaduto e dell’esatta successione temporale dei frammenti di storia data dai post.
    Proponiamo qui una provocazione interpretativa per proporre una lettura trasversale di un fenomeno che, a nostro avviso, è destinato a crescere nel tempo: condividere la narrazione, propria o altrui, di carattere strettamente biografico o relativa a una perdita importante nella propria vita, non è altro che una “pratica digitale”, un’azione condivisa, che, nelle forme e nei modi che abbiamo descritto, presenta delle ricorsività di struttura, di ambienti, di modalità partecipative – meno di linguaggi condivisi. Queste azioni compiute individualmente – nell’intimità circoscritta del proprio monitor – hanno però un risvolto collettivo: sono espressione di una partecipazione al ricordo della persona scomparsa, rappresentano una modalità di preservare e onorare la memoria di chi non c’è più.
    Alla luce di queste considerazioni riteniamo che nelle forme digitali di ricordi condivisi si possano intravedere i prodromi di una ritualità nuova che attende solo di essere legittimata.
    Dietro all’urgenza narrativa di lasciare un messaggio digitale si potrebbe nascondere il bisogno antropologico di “fermare” in una traccia virtuale il proprio “essere nel mondo”, poiché:

    Raccontare storie significa occuparsi del tempo, e esperire la nostra vita come tempo ha a che vedere col fatto che la nostra vita ha un termine, e che la vita dei nostri amici ne ha pure uno. L'angoscia di fronte a questo dover finire può essere tenuta a bada (...). Ciò che però non scompare è la tristezza per questa finitudine (...) la tendenza degli uomini alla tristezza li fa diventare narratori di storie6 .

    rip
      [1] [2] (3)
     

    6. Bichsel P.,
    Il lettore, il narrare
    ,
    Marcos y Marcos,
    Milano, 1992.
      
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