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    Zbigniew Seifert, il Violinista di Luce di Stefano Pastor


    seifert A Seifert la prima soluzione deve essere sembrata la più congeniale e forse, non essendo egli affatto estraneo all’improvvisazione libera, non è escluso che possano aver avuto peso nella sua scelta la considerazione della fissità estatica che la modalità armonica reca nella propria ostinata staticità e il rapporto stretto con il mistico, arcaico afflato del canto gregoriano, fondato anch’esso su modi in quanto pre-tonale. Al violino Seifert traspone la densità ritmico-melodica di Coltrane, e la sviluppa su un sistema di pentatoniche naturali formulate in modo vertiginosamente mutevole, con continui slittamenti cromatici. Soltanto una tecnica eccezionale può permettere di sostenere al violino svariati minuti di quartine perpetue senza inceppamenti, scadimenti in un diatonismo fuori stile, in una ricerca dell’effetto facile: “Evito di suonare il violino in un modo usuale, con tutti i tipici effetti”. “Il suo violino si evidenzia con assoli jazzisticamente rigorosi” afferma Angelo Leonardi nel suo meritorio Il Violino Venuto dall’Est (Musica jazz - anno 47° n. 2 – febbraio 1991). È proprio il rigore della sua ricerca che lo porta allo sviluppo di una solidità tale nella formulazione di improvvisazioni continuamente attraversate da escursioni cromatiche difficili da realizzare sul violino, sia perché il meccanismo della mano sinistra di questo strumento prevede la corrispondenza di un dito per grado della scala diatonica, in evidente conflitto con lo sviluppo di una tecnica cromatica, sia per gli oggettivi problemi di intonazione (senza riferimenti fisici l’intonazione è affidata solo all’orecchio, un po’ come per un cantante; a quanti cantanti si può chiedere di improvvisare in stile fortemente cromatico?).

    Per quanto riguarda l’arco Seifert ha concepito una risposta semplice alle pressanti istanze che il saxofonismo coltraniano poneva: i passaggi in quartine sono eseguiti pressoché totalmente in detaché, cioè utilizzando un’arcata per ogni nota (colpo d’arco sciolto). Una semplificazione che gli ha permesso di sviluppare in tempi brevi una invidiabile capacità improvvisativa.
    Man of the Light trova forse il suo climax nella concitata Turbulent Plover, pregna di un’urgenza espressiva che non dà respiro e che pervade tutta la traccia, dalla tesa esposizione al formidabile solo di Kuhn; dalla forza arcana e tribale iniettata costantemente da Hart e McBee all’intenso solo di Seifert che, incontenibile, sfocia nella riesposizione sporcandola di una sublime ansia di trasgressione del limite temporale. 
    Camminò, e ancora cammina, nelle sue svariate notti: la notte della invisibilità, durata a lungo, rispetto al pubblico occidentale; la notte del suo tragico destino; la notte dell’oblio e dell’indifferenza di chi avrebbe potuto ricordarlo e non lo ha fatto. Camminò, e camminerà, tenendo la mano di lei, immaginata. L’immaginata luce della sua musica.

    seifert

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