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    Giovanni Saviozzi
    , reportage fotografico sui reietti del nostro pianeta di Adolfo Fattori
    saviozzi foto

    Nei tuoi viaggi per costruire il reportage
    da cui nasce L’interruttore del buio come si è sviluppata la relazione con le istituzioni?
    Hai trovato collaborazione, attenzione,
    o al contrario dubbi, diffidenza, chiusura?

    Tutto sommato non posso lamentarmi dei rapporti intercorsi con alcune istituzioni.
    Vabbè, certo alcune più sensibili altre meno, ma è normale.
    Quando ho iniziato non avevo messo nel preventivo che il libro uscisse quest’anno che ricorre il trentennale dell’ approvazione della legge. Ciò naturalmente ha favorito un certo interesse nei riguardi dell’argomento. Ho notato che l’interesse maggiore per l’argomento “follia” viene piuttosto dalla gente comune, che molto spesso non conosce i fatti, non sa cosa sia la legge “Basaglia”,  che addirittura ignora le condizioni in cui molti malati erano costretti a vivere. Così ho scoperto che il mio libro poteva informare e non soltanto celebrare.
    Molto spesso quando racconto nelle mie presentazioni ciò che ho incontrato, ciò che i testimoni mi hanno raccontato, molta gente mi guarda esterrefatta. Io credo che in Italia molto spesso si tenda a dimenticare troppo in fretta, e ciò mi spaventa perché credo che sia importante la memoria.
     
    Anche tu, durante il tuo percorso ti sei imbattuto in Nannetti Oreste Ferdinando, “ingegnere minerario astrale”, in arte Nanof, suo malgrado sbarcato nel Manicomio criminale di Volterra, autore di un grande e affascinante graffito, documentato in passato in più occasioni. 

    foto saviozzi
     
    Sappiamo che, condannato all’incuria, sta scomparendo. Pensi che questa vicenda possa essere una metafora dell’attenzione che la società dedica ai “matti”, a coloro che portano lo stigma?
    Ah! Oreste Nannetti! Io amo chiamarlo il poeta. Per me quel graffito è un opera di una poesia incredibile. 
    Oreste aveva capito inconsciamente che tutto ciò che viene scritto all’interno di una pagina esiste, ha costruito così una ciclopica opera artistica. Un graffito che in origine riempiva 180 metri circa della parete esterna di un reparto giudiziario del manicomio di Volterra. Io non l’ho raccontato molto all’interno del mio libro. Gli ho dedicato soltanto un paio di scatti, questo non perché non lo ritenessi importante, ma perché credo meriti un attenzione particolare. In passato ci sono stati interventi interessantissimi, come non ricordare il bellissimo film di Studio Azzurro? Sono stati fatti alcuni libri, è stato citato in molte riviste, perfino il museo di Art-brut di Losanna è interessato. Purtroppo le istituzioni locali se ne sono disinteressate completamente lasciandolo a se stesso. Il mio lavoro sulla follia mi ha portato a conoscere Susan Steinberg, una regista e produttrice della BBC di NY con cui è nata una collaborazione per la realizzazione di un documentario su Oreste, e ciò mi affascina molto, scavare dentro il significato del graffito, cercare notizie sull’opera e il suo “creatore” mi piace tantissimo. Ogni mio reportage ancor prima di svilupparsi in fotografia si sviluppa nel mio studio, tra pagine di libri, film, tesi. La mia atavica curiosità mi spinge ad indagare prima di scattare. Ed è un modo in cui mi trovo bene.

    saviozzi fotosaviozzi fotosaviozzi foto
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