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    Giovanni Saviozzi
    , reportage fotografico sui reietti del nostro pianeta di Adolfo Fattori
    Adesso che la “follia” è entrata in me osservo con molta più attenzione ciò che la circonda e mi accorgo con rammarico che di quello spirito, direi “basagliano”, ma sarebbe riduttivo, con lui a combattere l’imperante pensiero che voleva i “folli” rinchiusi, c’era un intera generazione, c’erano i fotografi Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, che con Morire di classe denunciarono le inumane condizioni in cui un’intera classe sociale, i poveri, la classe proletaria o sottoproletaria come si diceva allora, si trovavano a vivere e morire. C’era l’amico Silvano Agosti con Matti da slegare, c’era Psichiatria democratica. Di quello spirito a mio avviso n’è rimasto ben poco e in pochi settori della società civile. Adesso ogni tanto si riaffaccia lo spettro della diffidenza, i mass media cercano la notizia tra la miseria. In un mondo “migrante” tutti sono diventati un po’ più diffidenti. Quei formidabili anni delle lotte studentesche, dell’antipsichiatria hanno generato molto spesso false aspettative e molti dei protagonisti adesso sono direttori di giornale… e che giornali!   

    Di quegli anni ricordiamo anche film
    come Family Life di Ken Loach (1971)
    e  Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman (1975). Film di denuncia
    e di “lotta”, come si sarebbe detto allora. Oggi, secondo te, per quanto hai visto girando per i manicomi con la tua macchina fotografica, c’è ancora necessità
    di denunciare e combattere per la dignità
    dei “malati di mente”?

    Certo che c’è bisogno di lotta e senza le virgolette! Perché spero che di lotta si tratti, certamente non di “lotta armata” che è stata la fine di un movimento, ma di lotta sociale, di voglia di cambiamento.  Ho visto i due film, e naturalmente fanno parte del mio bagaglio culturale, anche se non rappresentativi del caso italiano. Girando per i manicomi si percepisce desolazione e abbandono, perché così sono quelli che ho visitato.

    foto saviozzi
     
    Ho usato quelle strutture per denunciare e raccontare il passato e inevitabilmente mi sono “scontrato” con il presente.
    Da marzo, data in cui è uscito il libro, sto girando per l’Italia per presentazioni e incontri e mi capita spesso di ascoltare testimonianze, vedere realtà.
    A volte quello che vedo sono persone “giganti” che lottano per cambiare le cose, per dare e ridare dignità a una malattia che risponde a una logica perversa: “se sei in grado di produrre sei sano, se non sei in grado di produrre sei malato”.
    Ho ascoltato testimonianze agghiaccianti, come quella di una ragazza di Cagliari, suo padre prelevato nel clamore di una piazza è stato rinchiuso sette giorni e legato al letto del reparto psichiatrico (il primario è stato rinviato a giudizio) e lasciato morire.
    saviozzi fotosaviozzi fotosaviozzi foto
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