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    Persepolis, storie di carta e di celluloide di Claudia Di Cresce
    persepolisUna sorta di rumore di fondo che tiene alta per tutto il tempo della lettura, e della visione, una tensione emotiva costante, struggente.
    Il valore principale di Persepolis è forse proprio quello di essere una storia grande e piccola allo stesso tempo: il racconto di un quotidiano apparentemente normale unito alla percezione straniante di una grande tragedia universale in atto, un doppio livello di narrazione che consente un’immedesimazione inedita per il lettore occidentale in una realtà troppo spesso liquidata con termini generici, superficiali quando non apertamente xenofobi.
    Guardandola ancora da un ulteriore punto di vista, infatti, l’opera ci presenta la condizione dell’immigrato, costretto a costruire il proprio futuro nell’occidente “moderno” perché spesso non esiste altra scelta, in fuga da una realtà invivibile verso un’altra che sempre più raramente è disposta ad aprirgli le porte. Ne sono consapevoli i genitori di una Marjane ancora bambina, quando di fronte al precipitare degli eventi iraniani discutono tra loro:

    “Forse dovremo andarcene anche noi...”

    “Perché io mi riduca a fare il tassista e tu la cameriera?”

    E le cose non sono certo cambiate quando, anni dopo, Marjane riceve a Vienna una visita di sua madre che le racconta:
    “Sapevi che lo zio Massud si è trasferito in Germania? È molto depresso. In Iran era qualcuno: un dottore commercialista… in Germania, è un turco.”

    persepolispersepolisDietro la rabbia, la paura, l’amarezza per le scelte obbligate e il dolore delle perdite, è chiaramente percepibile che Persepolis 
    è anche un’appassionata dichiarazione di amore 
    per il proprio Paese (indimenticabile la scena 
    in cui l’inno nazionale iraniano, da tempo vietato, viene trasmesso alla tv: 
    l’intera famiglia di Marjane ascolta con le lacrime 
    agli occhi), ma anche di amore per la propria famiglia 
    e di amore per la cultura 
    e la conoscenza, che rendono gli uomini liberi.

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