Il vivente e l’inerte: il racconto del corpo nel cinema di David Cronenberg di Linda De Feo

 


L’oscillazione tra l’horror e il pornografico adombra in Crimes of the Future atti delittuosi, perpetrati in una società dove devastanti cosmetici inibiscono la possibilità procreativa e sfumano la massima eccitazione sessuale, ineludibile trionfo di vita disincagliato dall’istanza riproduttiva, in inesorabile causa di morte. I corpi di The Parasite Murders, ospiti di parassiti, mutati in strumenti di efferata violenza e sfrenatezza erotica, convergono nel mostruoso ibrido chimerico di The Fly, fonte di orrore, simbolo di perversione morfogenetica, ma anche espressione di un’umana volontà titanica di controllare e deviare il naturale tracciato biologico, appropriandosi, a qualunque prezzo, delle sue direzioni e dei ritmi che ne scandiscono il percorso.

L’esposizione al contatto con esperienze inedite e il contagio con l’altro da sé rendono il limen il locus della contaminazione, riconcettualizzando il corpo umano, ridelineandolo come concetto-limite appartenente a sistemi di significato prima incompatibili (Balsamo, p. 172) e definendo la soggettività in rapporto non a ciò che essa è, ma a ciò che essa non è, al suo poter essere altrimenti, alla sua capacità di schiudersi e di aprirsi alla dimensione del possibile.

Il cyborg, vivendo una condizione di non definita appartenenza, amplia continuamente le frontiere di un’identità transitiva, non più unica, ma pluriforme, non totale, ma incompleta, protesa verso aperture scavate da saperi situati, collocati in un corpo “complesso, contraddittorio, strutturato e strutturante” (Haraway, p. 120). La parzialità non è fine a se stessa, ma è proiettata verso inattesi collegamenti: “il sé soggetto di conoscenza è parziale in tutte le sue forme, non è mai finito né integro, né semplicemente c’è, né è originale; è sempre costruito e ricucito imperfettamente, e perciò capace di essere un altro, per vedere insieme senza pretendere di essere un altro” (ivi, p. 117). Se dunque la topografia della soggettività è multidimensionale, la visione risulta esserlo altrettanto (ivi), denunciando l’irriducibilità dei vari livelli di descrizione dei fenomeni e la dissoluzione di un punto di vista privilegiato da cui osservarli per elaborarne interpretazioni esaustive: l’organismo cibernetico si anima costantemente di una “tensione narrativa dove l’interno del racconto e il suo lettore diventano pagine dello stesso libro” (Fattori-Fucile, p. 176).

Il palpitante e spaesante immaginario cronenberghiano, nel rappresentare processi reali e dinamiche strutturali, si offre alle cangianti decodifiche percettive dello spettatore, mutamenti di una già di per sé indefinita sensorialità. La fervida immaginazione di Cronenberg, concentrata sulle problematiche legate al repertorio di potenzialità gnoseologiche dischiuse dalla comunicazione visuale, si limita a suggerire sentieri ermeneutici attraverso l’intricato reticolo di meri significanti da decifrare. Lo spettatore vive, così, un’esperienza partecipativa alla messa in scena, chiamato, dopo lo sfarinamento di ogni certezza narrativa, a realizzare un intervento creativo nella costituzione dell’opera, che raggiunge compiutezza, anche se sempre transitoria, nei molteplici dispiegamenti interpretativi, indotti dalla fascinazione di criptiche pellicole. Se le immagini traumatizzanti sconvolgono gli schemi strutturati, scuotendo la passività del fruitore, costretto a svincolarsi dai convenzionali criteri ermeneutici, l’uniformità dello sguardo si sfaccetta in visioni prismatiche, mentre la completezza concettuale, ricusando l’unità e la finitezza tipica dei contenitori tradizionali, si frantuma nelle complesse trame articolate in una molteplicità di prospettive, costruite sulla dissoluzione dell’autorità narrativa centrale.

La manipolazione della superficie corporea, il costante scambio di parti organiche con parti sintetiche e la combinazione dell’oggettività del mondo fisico con l’illimitato senso di sconfinamento associato all’immaginazione ingenerano riscritture della forma culturale del corpo, direttamente connesse alla costituzione delle identità sociali (Tomas, pp. 114-115). Il sangue sparso nelle pellicole cronenberghiane segna sì una pratica di morte, ma anche un principio di vita, riconfermando il proprio valore simbolico, suggellando una dimensione collettiva, piuttosto che individuale, dell’identità, e riprendendo una ritualità tradizionale, che, nell’immaginario high-tech fa vivere il “nuovo corpo” come un terreno culturale del quale si prevede l’ineluttabilità, ma anche l’accanita efferatezza.

 

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