Appunti per un’antropologia
della vita quotidiana artificiale

 

di Stefania Grasso



Da sempre l’uomo sogna di costruire un robot pensante e senziente, un’estensione del sé in rappresentanza dell’ideale umano da sempre anelato e mai realizzato: un robot al passo con i tempi, sempre più veloce e più potente, di high performance computing, in grado di trascendere la “pochezza” dell’attuale homo tecnologicus.

L’antico ma mai tramontato sogno della continuità, il controllo ed il dominio del mondo, il delirio di onnipotenza oppure semplicemente la corsa autonoma ed inarrestabile del progresso, rappresentano alcune delle risposte, possibili quanto il desiderio dell’uomo di dare vita ai propri sogni che ancora appartengono al dominio della letteratura fantascientifica.

Isaac Asimov, nei suoi racconti, immagina un mondo in cui i robot convivono pacificamente con l’uomo, grazie alle tre leggi della robotica alle quali obbediscono:

 

1.                  Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2.                  Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.

3.                  Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge.

Verosimilmente in futuro, grazie anche ai cosiddetti “agenti intelligenti”, le macchine potrebbero sviluppare capacità di autoapprendimento, interagendo a livello sempre maggiore con l'ambiente circostante, sviluppando capacità decisionali nell’atto di relazionarsi con l’essere umano.

La macchina passerebbe da oggetto ad uso dell’uomo a soggetto in grado di sollevare problemi etici e legali, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

È dunque chiaro che il problema non sarebbe definire un’etica robotica, quanto indirizzare l’etica umana affinché si costruiscano robot che agiscano con finalità positive.

Proviamo a fare un’operazione “sciamanica”, oltrepassando, con una buona dose di immaginazione, i confini spaziali e temporali, fino ad arrivare chez Albert Einstein. Il dolce vecchietto ci guarda, tira fuori la lingua, e urla a squarciagola:  anche se un giorno le macchine  riusciranno a risolvere tutti i problemi, nessuna di esse sarà mai in grado di  porne uno…

… allora riflettendo sullo sviluppo delle macchine per pensare, uno sviluppo che procede regolare e continuo, cresce il terrore di un’incombente minaccia pronta a rivoluzionare l’intera essenza dell’uomo: il tanto desiderato salto qualitativo sembra essere alle porte, mostrandoci già le prime forme di ibridazione fra uomo e computer.

In termini squisitamente etici, la robotica diventerebbe un settore antropologico e l’antropologia un settore della robotica, dando vita ad una diversa percezione del Sé, comprendente se stesso e le macchine antropomorfe da cui dipende, con un senso di identità “allargato” anche ai propri “personal computer/robot”.

Stiamo velocemente avviandoci lungo un percorso di totale rivoluzione, che inevitabilmente muterà sia il nostro corpo fisico che la nostra mente/anima. Attualmente segnali chiari ed inequivocabili, in termini di mutamento del nostro essere e del conseguente modo di percepire il mondo, ci vengono dati dagli strumenti tecnologici ad uso comune, divenuti oramai fenomeni di massa.

La rete a larga banda, il wireless e le webcam sono solo alcuni degli strumenti tecnologici grazie ai quali ogni singolo individuo riesce a multirelazionarsi con l’universo-mondo, in un villaggio che Marshall McLuhan definirebbe globale o glocale, intendendo con tale ossimoro il fatto che, ciò che in passato aveva dimensioni e distanze enormi, ora, grazie all’innovazione delle telecomunicazioni, è praticamente accessibile in tempo reale, rendendoci tutti abitanti della stessa comunità locale (in quanto ne conserva intrinsecamente le stesse caratteristiche) con una portata, però, globale (da qui, appunto, il termine glocale).

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