La fluttuazione seducente
di un trio bassless: VMV

VMV Trio
The Search of Meaning
Formazione:
Vincenzo Di Gioia
(sassofono contralto, piano),
Marco Cutillo (chitarra),
Vito Tenzone
(batteria, pianoforte, tastiere)
Inner Urge Records, 2026

VMV Trio
The Search of Meaning
Formazione:
Vincenzo Di Gioia
(sassofono contralto, piano),
Marco Cutillo (chitarra),
Vito Tenzone
(batteria, pianoforte, tastiere)
Inner Urge Records, 2026


Di trii il jazz ne ha visti passare molti, da agile e fruttuoso rifugio, come nel caso di Benny Goodman, a spettacolari formazioni che hanno segnato inconfondibilmente l’estetica di questa musica, come quello di Keith Jarrett, di Bill Evans o di Oscar Peterson, fino ad arrivare ai “moderni” The Bad Plus o The Necks, solo per fare pochi nomi. Se la formazione ridotta apparentemente può far adombrare un impoverimento di espressività, una riduzione all’essenziale, proprio i pochi esempi sopra enunciati smentiscono categoricamente quest’idea. Anzi, spesso è proprio in trio che si raggiungono alte vette di efficacia, intensività e passione, con una tavolozza di colori inebriante proprio perché prodotta da soli tre musicisti. Tuttavia, nella quasi totalità dei casi, un elemento per certi versi imprescindibile è la presenza del basso, oppure di uno strumento armonico che comunque ne fa le veci. Pochissimi sono gli esempi di trii senza un vero e proprio motore grave.
Nel caso del giovane trio pugliese VMV e del loro album d’esordio, The Search of Meaning, ci troviamo invece di fronte proprio a una formazione comprendente sassofono contralto, chitarra e batteria, che d’acchito provoca curiosità e sorpresa. Curiosità e sorpresa aumentate dal fatto che il ruolo del basso, negli ultimi sviluppi del jazz internazionale, sembra accresciuto, responsabile spesso dell’elemento groove che incatena a terra lo sviluppo musicale e ne sostituisce in molti casi la parte armonica. La scelta di privarsi di una macchina propulsiva dalle basse frequenze inevitabilmente impatta sul carattere generale della musica, producendo di per sé un fattore innovativo, o comunque una ricerca che delinea un quadro inusuale.

Illustri precedenti
Va detto che alcuni esempi di bassless trio ci sono stati in passato, primo fra tutti quel Paul Motian trio che, dal 1985, ha solcato con successo discograficamente e sul palco la scena jazz, con Bill Frisell alla chitarra e Joe Lovano al sassofono. Tra le uscite più recenti va segnalato lo splendido Lebroba, uscito per la ECM nel 2018 a nome del batterista Andrew Cyrille, con Wadada Leo Smith alla tromba e, ancora, Bill Frisell. Ora, non è certo il caso di paragonare il trio nostrano a questi giganti, per quanto i tre musicisti pugliesi mostrino un’eccellenza strumentale di alto livello, ma alcuni tratti in comune possono certamente essere ravvisati: un certo senso di sospensione, una fluttuazione libera da ancoraggi, un bilanciamento instabile che però produce libertà di movimento, in un continuo assestamento tra gli strumenti disancorati ma completamente connessi tra loro, in costante espansione. Questi elementi sono declinati in una proposta musicale originale, che parte da un forte senso armonico, la scrittura di linee melodiche soavi e suggestive, composizioni dai toni levigati, sinuose, morbide. E che permettono al VMV trio di discostarsi da scomodi paragoni e far emergere un proprio modus operandi sostenuto da una tecnica mai fine a sé stessa ma al servizio di una genuina creatività.

Vincenzo Di Gioia, sassofono contralto e piano, Marco Cutillo, chitarra e Vito Tenzone, batteria ma anche tastiere, pubblicano un album che fonde echi di jazz nordico e melodie dal sapore mediterraneo, con lontani rimandi al progressive e un denso e corposo lavoro di arrangiamento e scrittura, accurato e avvolgente. Otto brani originali, la cui responsabilità è più o meno equamente divisa tra i tre musicisti, che mostrano un’inattesa maturità, vista la giovane età, anche se corroborata da partecipazioni a festival, concorsi e collaborazioni di varia natura.
In un quadro generale pregevole e assolutamente godibile, spiccano May 14 (the story of us), introdotta da gocce di tastiera, con ariosi arpeggi di chitarra e il sax che disegna soffici linee melodiche per poi lanciarsi in una improvvisazione dai vertiginosi raddoppi, e una seconda parte dal cambio ritmico, con unisono di sassofono e chitarra e un elegante solo di Cutillo; e Now fly, the dream is real, dall’incedere incalzante e melodie articolate del contralto, inframezzati da momenti riflessivi, ricercati soli di chitarra e sassofono e stop ritmici con la batteria di Tenzone che contorna il materiale musicale per poi concludersi con un finale aggressivo caratterizzato da poderose scorribande del sassofono. Notevole è anche la breve Troubled Consciousness, unico brano scritto da tutti e tre i musicisti, con uno struggente arpeggio del piano e un sassofono straniante, dove l’interplay improvvisativo riveste un ruolo maggiore che nel resto del disco. Outrage si fa apprezzare per il bel solo di chitarra, virtuosistico ma non enfatico, mentre Missing Pieces ha un andamento classicheggiante, da jazz nordico, con un interessante passaggio di arpeggio dalla chitarra al coltralto. L’apertura, Opening, è misteriosa, con un tratto leggermente prog che introduce comunque efficacemente l’ascolto dell’intero album, e sia Film che Where am I now?, brano di chiusura, creano una suggestiva visione notturna, da commento cinematografico, un’incantevole e posata colonna sonora.
Va dato atto alla Inner Urge, etichetta pugliese che ha pubblicato The Search Of Meaning, di aver avuto orecchie buone e audacia nel dare questa opportunità ai tre musicisti, nella speranza che un lavoro del genere trovi appropriati spazi live dove poter apprezzare l’alta qualità della proposta musicale.