Universo ascoltami,
poetica di un’ossessione

Myto
Universo ascoltami (2026)
Regia videoclip Leonardo Del Vecchio

Casa di Produzione: Alaska Tivù
Produzione musicale: Epystassi



Myto
Universo ascoltami (2026)
Regia videoclip Leonardo Del Vecchio

Casa di Produzione: Alaska Tivù
Produzione musicale: Epystassi




A inizio anno, lo scorso 7 gennaio, è uscito sul canale YouTube di Myto, rapper emergente della periferia milanese, un progetto che è sperimentazione pura: Universo ascoltami, brano di undici minuti che contro ogni logica commerciale si afferma come spaccato di una vita e mille al tempo stesso, in cui “è tutto molto peggio di come l’hai immaginato”, specchio e rigetto di un’esperienza unica eppure capillare. Mimesi e proiezione di un dolore, amplificazione come occasione di stanarsi nelle contraddizioni più recondite dandogli luce e respiro. Il brano offre lo spunto per riflettere sul rapporto e il confine tra la scrittura di barre e la letteratura, sul valore descrittivo o prescrittivo che la musica rap pare debba o voglia assumere, e sulla frammentazione come tentativo di ristabilire un’unita apparentemente perduta da principio. Si vuole quindi intendere qui la musica rap come letteratura, forma di scrittura in cui la rima non è che l’appiglio necessario per muoversi in un universo magmatico che è quello del proprio dolore, in cui si assume il ritmo come unico punto fermo per sbrigliarsi nelle reti del passato e delle proprie proiezioni. La parola intesa come ricomposizione e riaffermazione di un sé che in nessun altro modo può raggiungere coesione. “Non è solo musica, si parla di ben altro” (Praci, 2023). È una scrittura che procede per istantanee, che vive nella visibilità e che delle immagini fa il proprio perno, e che proprio grazie a un’estrema frammentazione si tutela e raggiunge la più alta forma di una narrazione tesa e compiuta, la propria. Quella della dimensione centrale della propria rabbia. Dove “il segreto più personale è un sigillo sacramentale”. La coronazione di un destino che era già scritto e a cui poteva dar una forma diversa solo una voracità innata. Perché forse piú della musica conta il riscatto.

Una questione di fame

“Chiedimi cos’è l’Italia,
gente che viene dallo stesso albero uno stesso ramo,
i soldi non ti fanno libero aggiungono solo lunghezza al guinzaglio,
quindi al massimo potrai solo allungarlo”.

Quella del rap non è solo una storia di classe, ma una questione di vita o di morte. Spesso “il motivo per cui non sono ancora morto, o forse sono già morto o vicino al crollo”. Ma si parla ovunque di quest’arte scritta in maiuscolo da osservare da lontano, tramite una teca o una data, un’arte per chi ha i soldi per un biglietto, il tempo libero per una mostra. Un’arte per chi ha una casa e un futuro, per chi si può permettere grandi sogni, il palato raffinato delle parole complesse. Ma l’arte è sporca, colpevole, porta con sé l’onta del vivere prima di vedere, arte è avere il coraggio di distruggere; e se nella distruzione qualcosa va storto può capitare di costruire. Rigurgitare. Distaccarsi da quel dolore sputato a terra che ora prende vita e si muove sulle proprie gambe, distante, quel dolore che grazie alla musica diventa Altro, estraneo da sé. E se prima stacchi da lavoro e per scappare ammazzi il tempo su una base gratuita di Youtube, poi un amico ti dice di insistere, qualcuno ci si rispecchia. E il dolore si fa inaspettatamente arte. Perché l’arte nasce dal bisogno, e il bisogno è una questione di vita o di morte. Per questo, all’interno delle necessità, non si può parlare di una poetica, di scelte. Si parla di droga perché la droga zittisce il dolore, si parla di soldi perché i soldi sono quelli che avrebbero potuto fare la differenza. Si parla di sesso perché l’amore è stato negato. E ancora, si parla di odio perché è l’odio a sorreggere, di amici, perché è quella la famiglia con cui si è cresciuti. L’unica scelta possibile è quella di non soccombere, perché “mai avuto il tempo di fare la vittima”.

Lo sanno questi ragazzini cresciuti nei palazzoni grigi, chi a Natale stava solo, chi osservava le stagioni succedersi dalla finestra di una comunità. Conoscono la scintilla, quel guizzo di orgoglio che fa rialzare la testa, accelerare il passo. Quel fondo di violenza che a volte illumina le pupille, come una retrospettiva, il sottile meccanismo che innesca la sopravvivenza. La luce intermittente che ricorda che è vietato morire, anche quando il dolore si fa culla. E la scrittura, anche quando si fa più cruda e crudele, arrogante e sfacciata, pare chiedere solo portami via. Lo fa di nascosto, celata spesso da occhiali di marca e collane, con il sorriso a mezza bocca di chi su una panchina dice di avere tutto e non mente. La vita poteva riservare altro, ma se l’avesse fatto non se ne sarebbe mai toccata la nudità, la freddezza, l’improvviso calore che scotta e fa venire voglia di scappare, più del dolore. Nati senza. Nati senza gli eccessi, i fronzoli, le pretese. E questo permette di pretendere tutto. Permette di parlare di sé senza farsi inquadrare, “voglio il quadro più ampio non la foto di un dettaglio”Se rap come letteratura sottintende rap come arte, sicuramente questa è minore. Non perché tra le arti esista una gerarchia, ma perché proprio su questa distinzione si gioca. Il rap è l’arte della rivalsa, la speranza che nasce dal nulla, “vedere il paradiso per vederlo poi sparire dall’interno”, perché “senza un sogno appena sveglio tornerò a dormire”E allora “Universo ascoltami, prima che lo faccia la paura”. Ascoltami perché se non mi do voce io non lo farà nessun altro, perché “se non avessi creato il mondo mio sarei morto in quello degli altri”.

Soldi, una questione di classe

“Che le tasche bucate riempiono il cuore di orgoglio
Yu pensi di essere un dio
Ma dimmi cos’è un dio per un non credente
è come dare regole ad un incosciente.
[…] E se quando sei in cima preferisci il vuoto?”

 Il lusso non possiede valore in quanto tale ma lo acquisisce in relazione alla condizione di partenza, e la sua ostentazione è il modo più semplice e oggettivo di quantificare un successo altrimenti inconcepibile per chi lo raggiunge. “Un milione non mi cambia perché non sa dare baci” (Gheba, Pave feat. 22simba, 2024). Il trauma non sarà mai reversibile, certe mancanze non verranno mai colmate, ma i soldi sono la prova che si è raggiunto qualcosa, si alleviano apparentemente sensi di colpa avuti in dono dalla nascita. Se all’inizio fare i soldi è questione di vita o di morte, significa non spaccarsi la schiena per un lavoro sottopagato, vedere sorridere la propria madre, poi continuare a farli diventa la bussola più sicura, la prova che si sta facendo qualcosa di giusto, l’unica strada quantificabile e riconoscibile dall’esterno.
Si pensa che un ragazzino che finalmente firmi un contratto abba chiaro il peso del proprio valore. Si pensa che sia facile montarsi la testa. Ma in chi davvero ha vissuto quello che scrive non sparirà mai l’immagine di sé che la condizione di partenza ha plasmato, il motivo per cui ha cominciato a farlo, da un condominio in cui “limmagine che hanno di te non può essere rinnovata”. Si è radicati a terra come ortica, e il senso di colpa non smetterà mai di essere schiacciante, di incespicarsi nell’insonnia. Chi non ha avuto niente difficilmente accetta di meritarsi tutto. Per questo la droga, per questo le macchine. A questo serve il personaggio. Non si parla di troie e puttane perché si debba sminuire le donne, ma perché spesso è l’unico tipo di amore femminile che si crede di meritare. È “la ferocia che crea l’uomo, non la madre, non il padre, la vendetta, la miseria, non il sangue, non la fame”Come scrive Christine Ross “quella che Morris chiamava “questa cosiddetta società”, nella sua opinione, non era affatto una società, ma uno stato di guerra” (Ross, 2020). Una guerra costante con sé stessi, con un senso di inadeguatezza che i soldi celano con maestria. Un’immagine che allo specchio è discordante e di cui il successo paradossalmente segna una condanna. Per questo spesso chi arriva al successo non si separa mai dagli amici con cui è cresciuto, che molte volte arrivano a ricoprire ruoli artistici o direttoriali, perché nessuno meglio di loro può capire da dove quelle parole nascono, perché il rap è una rivalsa collettiva, perché la voce si presta a un intero quartiere, non si fa eco solo al proprio dolore.

Anche gli eroi muoiono

“Non si fa silenzio quando i bimbi dormono
Ma si fa silenzio quando i bimbi muoiono
È il silenzio degli innocenti
Ma al giorno d’oggi non mi sento tanto un innocente
Il problema è che non si potrà fabbricare un miracolo”.

Il rap instilla allora nelle menti di chi lo scrive e lo ascolta un’intera genealogia di pensieri che dalla più sfrontata autocelebrazione alla più controversa esposizione di un’intimità rubata pare in fondo rispondere sempre a una sola domanda: perché. Perché dell’odio, perché del trauma; perché di un divario tra me e gli altri, tra me e una visione integra allo specchio. Perché sono così e soprattutto perché soffro. Ma “come identifichi il male quando non l’hai visto nascere?”. E allora si prende e si ripercorre ogni dolore, come in una vera e propria catarsi, per riaffermare l’essere vivi, come se quella della narrazione fosse in fondo solo una pratica necessaria, una prova di esistenza. Io sono, nonostante tutto, ma sono perché lo racconto. Non solo agli altri, ma perché raccontarmelo è il filtro del mio sguardo, la chiave con cui decifro ingiustizie in altro modo inspiegabili. Tutto ciò che è successo, allora, esiste nella misura in cui io possa ri-raccontarlo. Non si tratta della retorica del dolore che ti rende ciò che sei, anche se potrebbe essere una prima lettura di una superficie spesso volutamente istrionica, ma di vendere a sé stessi in primis una narrazione dei fatti che tessa un fil rouge, anche se costantemente in bilico, anche se sottoposto a continue e dolorose sollecitazioni. O forse proprio per questo, perché permette di riappropriarsi del proprio dolore con la sensazione di esserne finalmente artefice. Rap inteso quindi come riscrittura cosciente, tentativo solo all’apparenza ingenuo di ristabilire ordine. Perché non si tratta di una scrittura che ha l’intento di fissare ma di una scrittura in divenire, conscia che solo in questo movimento perpetuo può continuare a dispiegarsi e sopravvivere. Una scrittura che non chiede, resiste.

E manipolazione delle parole, dunque, come forma di sopravvivenza, realismo come mimesi e allo stesso tempo rielaborazione. Una scrittura che ha lo scopo di motivare sé stessi, mezzo a tratti crudele a tratti incosciente per darsi in fondo una pacca sulla spalla, riconoscere il momento in cui ci si ferma e ci si rende conto che era insensata la speranza di farcela, che non si aveva nessuna carta in regola. Perché il farcela non si riflette nella canonica definizione di successo, chi lo raggiunge è l’apice di un iceberg profondissimo in cui la visibilità e il riconoscimento sono risvolti paradossalmente indifferenti, ma nel riuscire finalmente a dare le colpe dandosi le colpe, di guardarsi in faccia, di allargare la visuale della propria esperienza partendo proprio da un quasi ossessivo rimando ad essa. Di prendere in mano una penna ripensando a ciò che nel momento in cui lo si viveva era tutto l’orizzonte del pensabile, in cui la propria volontà sembrava l’unico fattore superfluo. L’avercela fatta è allora essere vivi, e la scrittura il modo di continuare ad esserlo, di non cessare mai quel processo di rielaborazione necessario a non sprofondare in un’apatia meccanica o in un senso di colpa bruciante e naturale proprio perché nato dalla gratuità delle esperienze subite.

Raptus o lirica

Il giornale che sta vendendo paura come?
La religione che nasconde la violenza come?
La banca che ride del debito comune come?
Pensi che Dio sia tra noi, chiedo solo: “Dove?”
[…] Non siamo al confessionale ma confesserò il mio male”. 

Quella del rap è una letteratura pratica, utile, maneggevole. Un’arte accessibile. La possibilità per chi non ha mai concluso gli studi di continuare a cercare parole, masticarle, maneggiarle, la spinta non a soffermarsi ma a procedere, il riflesso della necessità di innescare un movimento che l’esterno non induce anzi frena; riduce, nega, cataloga. Scrittura non come risultato ma come processo. Scrittura come sguardo, avvocato del diavolo, spalla. E allora “dammi la tua vera ossessione”. Lontanissima dalla parola scritta, dalla carta, è una letteratura che nasce dalle note del telefono, da una rima semplice e ricorrente, da tematiche apparentemente sempre uguali a sé stesse perché simile il motivo e il contesto da cui nascono. È una letteratura che nasce tra pochi amici e muore su una panchina se nessuno si ricorda di far partire una registrazione, ma una scrittura che si sedimenta come pratica, come modus operandi per rielaborare ma soprattutto porre le basi a un nuovo operare.

Scrittura come sguardo e filtro, quello di un odio che è assoluto, infantile a tratti, un odio sistematico, gioioso, apparentemente distruttivo, e che invece permette a chi scrive di chiedersi perché il proprio padre se ne sia andato. Perché i soldi non bastino, perché il lavoro debba prosciugare. Se chi ha fatto del male l’ha fatto per cattiveria, per risposta o punizione, o perché non aveva gli strumenti, i soldi, perché protraeva traumi e allora il rap elabora, stride, assume una voce che contempla e soppesa ogni parte, una voce che gridando matura, si riassesta. Ci si chiede se una comunità o una famiglia siano davvero una prigione, se i cattivi siano coloro che ingabbiano, chi ha procurato tagli al punto da rendere necessario ingabbiare o chi ha ormai perso da tempo la bussola. E ci si chiede se davvero esistano, i cattivi. Si dà contro a tutti e a nessuno, si dà contro a sé stessi, e così facendo si cresce. Ci si riconosce nelle storie degli altri, non c’è differenza tra provincia, periferia o città, non c’è ceto o sesso per riconoscersi nel dolore altrui e rielaborare il proprio. Il rap non può essere un esempio perché esemplare è il modo in cui ognuno cede la voce al proprio vuoto. “Mi sento morire senza il sollievo di essere morto”. Ma c’è più vita qui che in qualsiasi brano nato a tavolino per soddisfare un desiderio labile di successo. C’è più vita in quella che avrebbe dovuto essere morte, più voce in un grido secco che fa tremare il silenzio. Perché il silenzio lo conosci. La vita, invece, trova sempre mille modi di insinuarsi nelle crepe.

“E a terra il fiore purpureo sanguina”
(Saffo, 2014).

 Ascolti
  • Gheba – Pave feat. 22Simba, Rivalsa, in Fame di rivalsa, Universal Music Group, 2024.
  • Praci, Me vs. The World, in Still Runnin… Me Vs The World, Launcher Music, 2023.
Letture
  • Kristin Ross, Lusso comune. L’immaginario politico della comune di Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino, 2020.
  • Saffo, Liriche e frammenti, SE Editore, Milano, 2014.