Helen Phillips ha scritto il suo primo romanzo (La bella burocrate, 2015) mentre era impiegata come operatrice di data entry. Attraverso le peripezie di Josephine, la burocrate protagonista e alter ego dell’autrice, raccontò con percepibile autenticità il cagionevole, insalubre sistema lavoro, le sue forzate rinunce, la solitudine e il logorio di chi svolge mansioni alienanti.
Non a caso, nell’intervista in occasione dell’edizione italiana per la pubblicazione nostrana al ilLibraio.it, la stessa Phillips ha definito il romanzo una “riflessione sulla tendenza della tecnologia a registrarci come numeri piuttosto che come individui”. Ancora prima, nell’esordio And Yet They Were Happy (2011), ancora inedito in Italia, la scrittrice statunitense aveva già registrato su carta, storia dopo storia, la disperazione e i sogni della gente comune, i loro – i nostri – tentativi di costruire qualcosa in un mondo instabile per non dire vicino al collasso e sin da allora si era fatta notare dalla critica, guadagnandosi elogi da The Story Prize, Elle e Vanity Fair. In Italia è arrivata nel 2017 grazie a Safarà Editore proprio con La bella burocrate, e l’anno successivo con la raccolta A tutto c’è rimedio (sempre per l’editore di Pordenone). Lo scorso autunno il passaggio di testimone: Phillips ritorna sugli scaffali italiani con un nuovo romanzo, Um, per la casa editrice nottetempo, che l’ha presentato così sul proprio sito:
“Um racconta il mondo dell’individualità e degli affetti in un futuro distopico che appare pericolosamente vicino al presente. Pagina dopo pagina, […] ruota il punto di osservazione fino a porci di fronte a uno specchio – e scopriamo allora che quell’enigmatica sillaba che dà il titolo al romanzo non descrive solo l’umanoide ma chiama anche in causa, e con urgenza, l’umano”.
Ritornano i temi chiave della narrativa speculativa di stordente attuliatà di Phillips: l’intenso, difficile dualismo della maternità, la pervasiva ingerenza tecnologica nei vari campi dell’esperienza umana, la precarietà del rapporto col prossimo, ma anche quello col naturale e la fragilità degli ecosistemi, degradati da inquinamento e sfruttamento. Le premesse di Um ricordano infatti quelle altrettanto impietose e angoscianti de La bella burocrate: in una realtà dominata da un capitalismo esasperato, stravolta dalla sostituzione in massa dei lavoratori umani con i performanti androidi um, l’avvilente situazione economica spinge la giovane moglie e madre May Webb a sottoporsi a un intervento di alterazione dei tratti somatici per conto di una start-up in cerca di nuove strade per contrastare le tecnologie di sorveglianza e tracciamento.
“In cambio dell’utilizzo della sua faccia le davano l’equivalente di dieci mesi di stipendio del suo posto fisso, l’impiego sicuro e stabilizzante da classe media che li aveva portati in città dieci anni prima, quello che garantiva certi comfort a cui lei si era eccessivamente, vergognosamente affezionata (comprare narcisi al minimarket, spendere sessanta dollari per cenare fuori con i bambini senza un motivo preciso) […]”
(Phillips, 2025).
Proprio come la burocrate Josephine, in cambio di un modesto compenso economico May rischia di perdere la propria identità – con ovvie e impattanti ripercussioni sul suo benessere psicofisico.
L’efficiente operazione condotta da un um – uno dei “discendenti” di quei robot un tempo nutriti di saperi da operatori in carne e ossa, prima che l’intelligenza artificiale diventasse “superiore all’addestramento umano” e potesse liberarsi “di quelli come lei [May]” – rende la protagonista di Um irriconoscibile dal sistema, se non attraverso le impronte digitali, e quasi estranea alla sua stessa famiglia.
“Le differenze erano impercettibili, ancor più lievi di quanto avesse anticipato, e la sua prima reazione fu di sollievo – […] una sorta di trasformazione, innegabile ma anche impercettibile. Cosa avrebbe detto Jem”
(ibidem).
Ma ciò che fa davvero male, sotto la pelle che brucia per il processo di cicatrizzazione, è la consapevolezza di non essere più considerata utile, ormai superata, scartata come un device obsoleto, così come l’essersi prestata a un accordo maggiormente vicino al ricatto che a un buon affare e la lentezza con cui il suo cervello umano risponde alle abilità comunicative degli um e la loro sottile indifferenza nei confronti degli esseri a cui dovrebbero massima obbedienza e cura. Inoltre, ciò che fa davvero male è il tormento di un futuro splendidamente immaginato e tragicamente disatteso, mentre il passato pulsa come una ferita sanguinante, tra nostalgia e amarezza.
Nonostante ciò, non appena terminata la modifica del volto, May ricade nella continua manipolazione di necessità e desideri da parte di un’intelligenza artificiale cortesemente spietata, che allarga la distanza del singolo dal resto dell’umanità come scintillanti attrezzi chirurgici intenti ad aprire i lembi di una carne sul tavolo operatorio: saldato l’affitto arretrato, con un clic conferma la spesa rimasta nel carrello dal giorno prima; sollecitata da dopamina e serotonina, si aggira tra le proposte beauty di una tecnologica farmacia-drogheria; è indecisa se acquistare della graziosa, inutile cancelleria per i figli…
Il viaggio verso casa è quello di una moderna e disperata Ulisse, attraverso una città, un intero mondo, che per May ormai conserva ben poco di familiare: tentata dalle sirene Consumismo, Oniomania e Mercificazione, la protagonista di Um in fin dei conti è un’eroina rapita dalla solitudine quotidiana mentre ciò a cui anela è un profondo ricongiungimento coi suoi cari.

Le interazioni più frequenti, persino intime, degli esseri umani nel terrificante futuro immaginato da Phillips avvengono infatti coi supporti tecnologici che – per parafrasare la psicologa, sociologa e tecnologa Sherry Turkle in Insieme ma soli – mettono tuttavia in grave crisi la loro vita emotiva (cfr. Turkle, 2019): lasciata la clinica, May spera a lungo in un premuroso messaggio del pressoché poco occupato marito Jem… ma se lo smartphone trilla è sempre per l’SMS marketing, le notifiche sulle nuove tendenze e le ultime news dal mondo. E quando dall’altra parte arriva infine l’attesa risposta, il sospetto di una replica automatizzata allontana la speranza di un vero conforto. Con parte dei soldi dell’intervento, May acquista una costosa esperienza per tutta la famiglia: così, grazie a dei biglietti last minute, Jem, la sua “nuova moglie” (solo “un po’ diversa”) e i loro figli Lu e Sy potranno soggiornare presso il Giardino botanico, un’oasi verde nel cuore della città. Tre giorni di acqua e aria pura, cibo salutare e non geneticamente modificato, uno stile di vita campestre, semplice, scollegati dalla rete, lontani dagli indispensabili dispositivi elettronici – i grembi, camere virtuali in cui gli adulti possono isolarsi, e i bunnies di bambini e adolescenti, sorta di ipertecnologici computer da polso.
Un tentativo di fuga dal richiamo all’incessante condivisione del World Wide Web, che si contrappone agli intrecci fragili delle relazioni umane. Del resto, a partire dal nome, la stessa protagonista sembra essere ineluttabilmente destinata a un mondo iperconnesso ma dai legami fallaci: nomen omen – May Webb, “ragnatela” – e, come un ragno, questo personaggio prova a tessere una tela-rifugio per sé stessa e la prole. Ma al Giardino botanico le cose non sembrano andare meglio. Più che il ritorno a un ambiente a misura di persona, il parco si rivela presto un autentico concentrato di artificiosità: le camere arredate in uno studiato stile provenzale, gli assistenti um pronti a soddisfare le necessità degli ospiti e proporre loro imperdibili prodotti e servizi, le telecamere nascoste in ogni angolo del bungalow in affitto, tra le fronde che costeggiano i sentieri del Giardino, alla cascata dove si consumerà la tragedia dei Clarke-Webb. Mirabile, a tal proposito, il lavoro di Jeugov alias Jacopo Riva che in copertina ha illustrato una famiglia attanagliata dalla vegetazione di pixel, dal caratteristico verde delle schede elettroniche e punteggiata di occhi come spie luminose.

Il greenwashing è sfacciato: presentato come un’oasi incontaminata, il Giardino è in verità un’impresa economica ben lontana da una reale azione ecologica e i suoi fautori e frequentatori restano inadempienti alle più basiche responsabilità ambientali. Ancora, come ne La bella burocrate, la protagonista di Um si trova divisa tra un presente urbanizzato, grigio e fasullo, e il ricordo di un passato più verde e naturale: una contrapposizione tematica di rimembranza calviniana cara a Phillips, come sottolineato nella succitata intervista al ilLibraio.it, nella quale Italo Calvino è indicato come “una delle influenze più importanti” sulla sua scrittura. Anzi, è proprio all’interno del fedifrago nido che si consuma la tragedia. Spossati dal continuo arrabattarsi tra disgustosi lavori mal retribuiti e dal fardello del carico mentale, May e Jem non si accorgono dell’avventura solitaria dei figli delusi e annoiati da una realtà tanto poco sovrastimolante: Lu e Sy decidono di sgattaiolare via durante un imprevisto riposino degli incauti genitori, ma una volta fuori dal parco, senza mamma e papà né i loro coniglietti, soli in uno spazio troppo grande e sconosciuto, i due bambini diventano il pretesto per l’ultima screditante campagna mediatica. Jem e May vengono presto eletti dal popolo del web autentici modelli di antigenitorialità, al centro di un ciclone di insulti e minacce che finisce per risvegliare il grande occhio delle autorità competenti. E il futuro di questa famiglia si fa persino più incerto.

Um sembra, insomma, una dolorosa evoluzione del primo romanzo di Phillips e dall’ormai lontano 2017 anche i nostri problemi e le nostre paure si sono aggiornati a una velocità a dir poco vorticosa: la grottesca ambizione a una costante crescita economica, fuori scala rispetto alle risorse ambientali e ai bisogni umani, l’aggravarsi dell’emergenza climatica e le sue innegabili eppure negate conseguenze, il progressivo, inarrestabile soverchiamento dell’IA generativa e il numero sempre maggiore di persone sul filo del burnout, costrette a competere con la produttività delle macchine, il (soprav)vivere in una realtà quotidiana capitalizzata in ogni suo aspetto, trivellata da ingiustizie sociali che proliferano sotto l’abbandono delle istituzioni e la pigra connivenza della comunità.
La verità è che la distanza di (forse?) una manciata di anni dal nostro presente fa di Um un testo ben poco fantascientifico: lotti di cibo manomesso da ignoti e distribuiti sugli scaffali, turisti che vandalizzano il patrimonio culturale del Paese visitato, madri orche riluttanti a lasciare i loro piccoli deceduti per la crisi ecosistemica, scoraggianti report sulla qualità dell’aria e sull’insostenibile produzione (e dispersione) giornaliera di plastica, la salute mentale sempre più in bilico e il picco di “intense emozioni negative” tra i più alti mai registrati rispetto a qualunque altro momento storico. Dettagli sullo sfondo che contribuiscono a rendere il mondo di May paurosamente realistico, familiare.
Soprattutto, durante la lettura è impossibile non pensare alle previsioni di Daniel Kokotajlo sui pericoli alla corsa all’AGI, o a quelle seppur più lontane, ma non per questo meno sconfortanti, del nobel Geoffry Hinton sul chiaro piano di massiccia sostituzione di lavoratori umani, un piano dalle terribili conseguenze sociali e ambientali già in atto.
“Tutto si evolve così rapidamente che gran parte di quanto letto allora [libri e articoli a tema, per la stesura del romanzo] è ormai superato”
(ibidem).
Non tutto però è perduto (forse). L’elusivo finale di Um lascia aperto lo spiraglio a un’ambigua speranza: il romanzo sembra concludersi abbastanza felicemente grazie all’intervento di un um – forse già incontrato pagine e pagine prima, nel Giardino botanico – a favore di May… oppure, ed è qui che il confine tra cosa è reale e cosa non lo è viene davvero meno, si tratta di un sogno a occhi aperti, di una visione premonitrice? Forse queste nuove creature intelligenti non sono il male, solo strumenti dalle grandi potenzialità i cui esiti dipenderanno dall’uso che ne faremo.
In alternativa, il messaggio di Phillips potrebbe essere che il nostro intelletto è ancora capace di cogliere le avvisaglie del disastro e reagire con prontezza.
Sono domande che ormai ci poniamo quotidianamente, tra l’arrivo di una notifica e l’altra di articoli sulla corsa all’IA e sui sempre più integrati cobot dalle fattezze antropomorfe.

E se i sempre più frequenti tagli del personale e gli studi sulla regressione cognitiva umana generano diffuse e comprensibili paure, non mancano però approcci decisamente più ottimisti. Per quanto strabilianti, le nuove tecnologiche non potranno mai sostituirsi alla nostra creatività e capacità di pensiero critico, semmai integrarli e dunque migliorarli. Addirittura, guru tech del calibro di Bill Gates ed Elon Musk sostengono l’idea che l’IA condurrà “l’umanità […] nuda attraverso le mitiche colonne Boaz e Jachin, marciando nella gloria dell’età dell’oro” – per citare Peter Isherwell, loro controparte cinematografica nel grottescamente sincero Don’t Look Up. Un futuro da utopia, in cui il lavoro sarà per una grande moltitudine di persone un’attività da scegliere liberamente perché scevra dalla necessità economica. Prospettiva, per usare un eufemismo, decisamente affascinante ma di difficile attuazione senza rivoluzionarie politiche di welfare.
Una cosa è certa. Phillips non dispensa risposte, preferendo lasciare a chi la leggerà il compito di trovarne di proprie: uno degli obiettivi essenziali della letteratura, tuttavia troppo spesso cancellato a favore di più comode delucidazioni – e l’imminente, discussa introduzione di Ask This Book, la funzione ai Kindle che spiegherà i libri difficili, non sembra affatto promettere buone nuove.
Piacevolmente scritto e tradotto (da Emilia Benghi), sebbene non sempre all’altezza delle proprie grandi ambizioni, Um è dunque uno specchio piuttosto sincero. Dei nostri tempi un po’ meno felici di come ci vengono venduti. E di noi stessi che li abitiamo, un po’ meno belli e perfetti di quanto vorremmo o crediamo di essere.
Cosa queste pagine riflettano dipende solo dall’occhio che guarda.
Letture
- Noemi Milani, “Ormai siamo numeri, non individui”: Helen Phillips racconta il romanzo distopico “La bella burocrate”, intervista a Helen Phillips, Il Libraio.it, 5 settembre 2017.
- Nottetempo, Um, scheda di presentazione, 2025.
- Helen Phillips, La bella burocrate, Safarà, Pordenone, 2017.
- Helen Phillips, A tutto c’è rimedio, Safarà, Pordenone, 2018.
- Sherry Turkle, Insieme ma soli, Einaudi, Torino, 2019.
Visioni
- Adam McKay, Don’t Look Up, Netflix, 2021.

