Non è dato sapere se Vera Sienra avesse letto Juan Carlos Onetti ai tempi del suo primo album toccato in sorte al 1969. Lì appariva in copertina in posa tale da ricordare Françoise Hardy anche per la delicatezza très charmant dei tratti, ma forse è una somiglianza dettata dai tempi, che accomunava “tous les garçons et les filles de mon âge”, come recitava la celeberrima chanson della francese. Un’affinità con Onetti la si può soltanto sospettare per via del titolo di cui si fregiava il suo disco: Nuestra Soledad. Profferito da quel di Montevideo suona difatti come qualcosa di più di un indizio e leggendo il breve testo del brano eponimo, le parole di quella ballata dolce e priva di consolazione, la vicinanza tra i due si fa ancora più consistente, riducendo quella tra i barrios che diedero loro i natali.
Lui era nato nel Barrio Sur, lei a Punta Carretas, divisi da quasi quarant’anni, ma quando Sienra canta “finché dura questo silenzio / che ci unisce senza che ce ne rendiamo conto / un ricordo di tristezze / condiviso senza volerlo / e un ricordo di chimere /che forse ci unisce”, l’ombra di Onetti si fa distinta, mentre si ripete il miracolo della musica, quella capacità di riassumere in un paio di minuti e una manciata di parole un intero universo. O forse a contare è solo il gioco del caso e in conclusione è la stessa Sienra a suggerirlo:
“Le nostre sono solitudini
Andranno insieme, non lo so più
Ma c’è qualcosa che ci rende muti
E ci unisce senza motivo
Nei sogni, molte volte”.
Quando quel disco venne pubblicato, Onetti aveva costruito da tempo la sua carriera letteraria, aveva lasciato Montevideo per Buenos Aires (Sienra fece altrettanto nel 1972), aveva soprattutto edificato in massima parte il mondo di Santa María, la città immaginaria sorta dalla disintegrazione del suo creatore, Juan María Brausen, che da fallito risorse così arrogandosi il titolo di fondatore. È d’obbligo ricordare, soltanto accennare, all’illustre precedente, la Yoknapatawpha County concepita da William Faulkner, autore ammirato da Onetti per la perfezione e la magnificenza della sua scrittura, al punto da lasciar campeggiarne il ritratto sulla sua scrivania. Quell’immaginaria contea collocata nel profondo su degli Stati Uniti indusse Onetti a edificare la città-mondo di Santa María così come avrebbe fatto in seguito da riferimento a Juan Rulfo per Comala e aGabriel García Márquez per Macondo (cfr. Rulfo 2014; García Márquez, 2021). Sull’inevitabilità delle influenze letterarie è illuminante quanto scrisse Mario Vargas Llosa proprio riguardo al rapporto tra Faulkner e Onetti:
“Nessuno scrittore è un’isola, le opere letterarie, anche quelle più innovatrici, nascono in un contesto culturale che in qualche modo vi si riflette, come reazione o prolungamento, e ogni scrittore esprime la propria personalità – temi, forma stilistica, tecnica, visione del mondo – in uno scambio, consapevole o meno, con l’opera di altri scrittori. Tutti, senza eccezione, sono debitori di influenze che li stimolano e arricchiscono, an che se in certi casi, è pur vero, li soffocano fino a farli diventare meri epigoni. I grandi creatori sono grandi in quanto metabolizzano gli influssi in modo creativo, li incorporano alla propria voce in maniera tale che questa presenza diventa in visibile, parte costitutiva e inseparabile della propria opera”
(Vargas Llosa, 2010).
Tornando a Santa María, è lui, Brausen, il protagonista del romanzo La vita breve, lui che disteso a letto in un appartamento di Buenos Aires, inventa la città e dapprima, quasi come prova generale, dà vita a un personaggio, Arce, immaginato a partire da sé stesso, fabbricando qualcosa di più di un alter ego. La vita breve è la genesi della saga o ciclo, se tale può dirsi per via delle molteplici anomalie che presenta a partire dalla cronologia, perché le storie sanmariane e le date della loro stesura non coincidono affatto. Un tempo fuor di sesto che si riscontra nei romanzi come nei racconti, dove lui, Brausen, si farà dio onnipotente, creatore di intrecci, artefice di destini, divinità celebrata con una statua nel cuore della città. In massima parte i racconti riconducibili direttamente all’universo sanmariano erano già noti in Italia grazie a una raccolta curata da Angelo Morino nel 1981, Triste come lei e altri racconti, in seguito riproposta da Sur (snellendone il titolo: Triste come lei), completati due anni fa dalla pubblicazione del racconto (assai) lungo, La morte e la bambina, tutte storie oggi inglobate nel ben più sostanzioso Tutti i racconti, sempre per Sur, che propone in un sol volume l’intera narrativa breve composta tra il 1933 e il 1994, con la traduzione degli inediti in italiano da parte di Gina Maneri, che ha reso omogenee le proprie e quelle di Morino, intervenendo con discrezione su quest’ultime, fornendo utili spiegazioni del suo operato in una nota posta in chiusura. Prode impresa, perché prima di essere difficile da leggere, Onetti è uno scrittore difficile da tradurre. Lo è per mille motivi, uno su tutti la sua impareggiabile abilità nel distribuire pause, silenzi, non detti, allusioni e rimandi, di costruire un testo che non risparmia assenze, vuoti e mancanze. I personaggi e gli eventi descritti da Onetti sono composti più da ciò che non si dice che da ciò che si dice di loro. Lo suggerisce lo stesso Onetti, quando affida al narratore del racconto Ki no Tsurayuki (1987) questa dichiarazione d’intenti:
“Oggi racconto la parte più saliente della loro vita e ciò che ignoro lo immagino con certezza”.
Leggere (e tradurre) Onetti è come porsi di fronte a ciò che resta di una partitura musicale così come l’hanno intesa i compositori d’avanguardia del secondo Novecento, mescolando spazi bianchi, indicazioni grafiche, allusioni vaghe al tempo d’esecuzione e una manciata di note. Si è detto dello sfasamento tra l’ordine dei fatti sanmariesi e il concepimento delle singole storie. Per metter ordine si tenga presente che l’ordito onettiano si disvela segnatamente nel racconto La casa sulla sabbia, scritto nel 1949. È la prima storia inerente a Santa María con l’ingresso in scena del dottor Díaz Grey, che sarà il più ricorrente degli anti eroi onettiani, assieme a un altro personaggio, un piromane soprannominato il Rosso, l’uomo che molti anni dopo porrà fine a quella città a suo modo mitologica. Accadrà nel romanzo Lasciamo che parli il vento, irreperibile oramai da decenni; chissà che la prossima tappa del lavoro onettiano di Maneri non sia la sua ritraduzione di questo atto cronologicamente conclusivo. Al termine di quelle pagine il Rosso brucerà tutto. Un mero esecutore però, perché la catastrofe finale accadrà per volontà di Medina, il personaggio principale del romanzo, ex commissario di polizia di cui si fa conoscenza nel romanzo Il cantiere, ma qui auto-esiliatosi nella città di Lavanda. Apparirà dunque chiaro che Santa María non è una metropoli, ma smarrirvisi è facile.

Sarà per questo che di recente Nicolás Bompadre e Damián Repetto hanno approntato una bussola per orientarsi, Mundo Onetti. El diccionario de Santa María, sorta di baedeker letterario in quattro parti (Personajes, Espacio, Tiempo e Onettitis) per apporre punti fermi, azzardare ipotesi su qualcuna delle incognite che Onetti insedia qui e là, nonché rilevare qualche incongruenza (cfr. Bompadre, Repetto, 2025). Utile o meno che sia, fatto sta che è un piromane l’uomo della Genesi e l’artefice dell’Apocalisse al termine delle storie di Santa María, città/Purgatorio e patria di falliti, di vite miserabili, di indicibili attimi sfuggiti, di illusioni, di speranze disattese. Un palcoscenico e una cornice al tempo stesso per gli infiniti attimi della commedia umana, quel susseguirsi di amori, di vendette, di noia, sogni e ricordi. A ben vedere i personaggi di Onetti, quelli che vivono a Santa María ma anche tutti gli altri, paiono immersi in una dimensione esistenziale che rispecchia le riflessioni pascaliane sull’impossibilità di vivere il presente, laddove il filosofo scrive:
“Ognuno esamini i propri pensieri, li troverà tutti occupati dal passato o dall’avvenire. Noi non pensiamo quasi affatto al presente e, se ci pensiamo, è solo per averne luce circa le disposizioni per l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine. Il passato e il presente sono per noi dei mezzi, solo l’avvenire è nostro fine. Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e mentre ci disponiamo sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai”
(Pascal, 2013).
Un alternarsi di aspettative e ricordi, laddove l’aspettativa principale è quella di un’assoluzione da qualche colpa e l’aspettativa prevalente risiede nella pienezza impossibile di un amore, forse l’attività principale degli uomini e delle donne di Onetti, nonostante che dagli amorosi sensi si origini finanche un rancore inestinguibile, come nel racconto Triste come lei, oppure si azioni un diabolico tormento, quale quello esemplare a cui si assiste in L’inferno tanto temuto. Altrimenti o parimenti, tutti i personaggi onettiani sono indaffarati a dotarsi di altre vite, inventate, essendo per natura bugiardi, o almeno questa è l’impressione che a volte danno, a meno che proprio fabbricando o ascoltando finzioni non stiano cercando una verità più profonda. D’altronde è un vizio d’origine, essendo molti di loro, i sanmariani, figli di un’invenzione, quella di Brausen, che ha immaginato l’intera città: ogni vita, pensiero ed emozione di tutti i suoi abitanti. Un esempio squillante di questa seduzione fatale provata per sogni e menzogne è il racconto L’album, che ha per protagonista un altro personaggio ricorrente: Jorge Malabia. In questo frangente è ancora giovane e legato a una sconosciuta. Sono amanti ma ciò che più desidera da lei non è sesso ma il racconto di favolose storie sognate riguardanti cacce e viaggi. Proverà un’indicibile delusione scoprendo che in realtà tutte le storie ascoltate erano vere. Vale anche fuori dal circondario di Santa María, si è detto e il racconto Un sogno realizzato (scritto nel 1941) è eloquente in tal senso. La protagonista, senza nome è descritta con incredibile (im)precisione:
“Quell’aria da giovinetta del secolo scorso che si fosse addormentata e si risvegliasse ora un po’ spettinata, appena appena più vecchia ma sul punto di raggiungere la sua età in qualsiasi momento, di colpo, e crollare lì in silenzio, sgretolarsi, corrosa dal lavorio silenzioso dei giorni”.
Questa donna è mossa da un desiderio assoluto: vedere un proprio sogno realizzarsi letteralmente in un teatro, mettendolo in scena in ogni minimo dettaglio, trasformandolo in uno spettacolo a cui lei assisterà come si fa di solito con i sogni, da spettatrice estranea e al tempo stesso da protagonista. L’intero episodio sarà ricordato da un anziano ospite di un ospizio per poveri, ai tempi direttore (o produttore?) teatrale al quale la donna si rivolse anni prima. Quasi l’intera narrativa breve finora inedita in italiano e adesso contenuta in Tutti i racconti non risiede però a Santa María. Uno sciame di storie assai brevi, diciannove, sarebbero parti dell’incompiuto “romanzo dei cento capitoli” basato sul medesimo principio della divinazione per il tramite dei sogni, ovvero la smorfia napoletana, di cui parlò per un certo periodo lo stesso Onetti, stando a quanto indicato da Hortensia Campanella, curatrice delle opere complete dello scrittore uruguayano, un’ipotesi che Gina Maneri riporta nella sua Nota al testo. Difficile farsi un’idea di quanto tramasse Onetti al riguardo, si può soltanto notare che alcuni di questi racconti mostrano affinità con il mondo in cui è ambientato il romanzo del 1942 (estraneo al ciclo sanmariano), Per questa notte, per via del medesimo clima di terrore e brutalità sottolineata da passaggi di intensa durezza. In Le tre del mattino, per esempio, si legge:
“Erano le tre de mattino e si pota sentire e ricreare l’invisibile presenza dell’altro accanto; immobile forse con il proprio ricordo di teste tuffate in una vasca in cui galleggiava la merda; di ineffabili correnti elettriche dal pene al naso e viceversa, alternate o continue. Senza ricordi dei pugni del primo stronzo, carezze dimenticate”.
Violenza, sopraffazione, vittime inermi, ecco un passo da Per questa notte:
“Non c’è niente di più bestiale, di più spietato, di più… del calcio di un fucile. Hanno colpito la donna con il calcio di un fucile e le hanno rotto la mandibola, poi, quando è caduta a terra, gliene hanno dato un altro, sull’orecchio”
(Onetti, 2004).
Infine, non mancano scampoli di vita a Santa María. Il volume include un’appendice comprendente una manciata di racconti non datati e storie incompiute in buona parte ambientate da Onetti in quella regione della sua mente. Poco importa, però, datarne la stesura, ha ragione Maneri quando chiude la sua nota con un convincimento del tutto condivisibile: “Santa María ha sempre abitato in Onetti e forse Onetti ha sempre abitato a Santa María” e torna utile riascoltare Vera Sienra in un altro verso di Nuestra Soledad, che pare fornirci la migliore chiave d’accesso a questo universo letterario: “Se solo si potesse vivere / Tutto ciò che si è sperato”.
Sienra conosceva Onetti? Ritiratasi dalle scene negli anni Ottanta, è tornata a esibirsi ogni tanto qui e là negli anni Duemila. Nel 2022 è alla sala Zitarrosa di Montevideo ospite nell’album live El Reencuentro, un incontro tra amici e amiche, come lo presenta il titolare del disco, Daniel Amaro, maestro di tanghi e milonghe. Assieme ricamano una dolce ballata, Palomite Che, dopodiché il programma prosegue e Amaro presenta un brano che è una dedica: Mr. Onetti. Nulla vieta di immaginarci Vera Sienra tenere un concerto al Plaza in quel di Santa María.
- Vera Sienra, Nuestra soledad (1969) +Vera (1972), Lion Productions, 2013.
- Nicolás Bompadre, Damián Repetto, Mundo Onetti. El diccionario de Santa María, HC Editores, Argentina, 2025.
- Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano, 2021.
- Blaise Pascal, Pensieri, Città Nuova Editrice, Roma, 2013.
- Juan Carlos Onetti, La vita breve, Sur, Roma, 2021.
- Juan Carlos Onetti, Per questa notte, Feltrinelli, Milano, 2004.
- Juan Rulfo, Pedro Páramo, Einaudi, Torino, 2014.
- Mario Vargas Llosa, In viaggio verso la finzione, in Juan Carlos Onetti, La vita breve, Einaudi, Torino, 2010.

