Tratteggiare la vita
che ricomincia:Tripla eco

H.E. Bates
Tripla eco
Traduzione di Giovanna Granato

Adelphi, Milano, 2026
pp. 98, € 12,00

H.E. Bates
Tripla eco
Traduzione di Giovanna Granato

Adelphi, Milano, 2026
pp. 98, € 12,00


“«Ogni tanto fanno così, questi temporali» disse lei.
«Si allontanano lungo le colline».
«Piove che Dio la manda».
«Fanno così. Il tuono riesce a filarsela mentre la pioggia resta intrappolata»”
(Bates, 2026).

Entrambi esiliati, isole in un mondo cui la guerra ha stravolto i connotati, Tripla eco è il delicatissimo ritratto di un legame viscerale e sottile, il quadro di una campagna inglese apparentemente intatta ma squarciata dal riflesso della violenza. Un racconto quasi impalpabile in cui H.E. Bates, scrittore inglese assente da decenni nel mercato editoriale italiano, tratteggia in maniera esemplare il nervosismo di ricominciare a vivere, delineando una cassa di risonanza in cui tutto è immobile e se ne può percepire ogni tumulto, in cui l’anima si fa del tutto trasparente, in un silenzio in cui anche il battito del proprio cuore può rimbombare come una campana. Pubblicato per la prima volta nel 1970 e seguito dall’omonima trasposizione cinematografica di Michael Apted, Tripla Eco è il racconto lungo di una storia d’amore tra una contadina e un disertore, ma ancor prima lo scontro tra la possibilitá di esistere senza nascondersi, di vedersi senza riconoscersi.

“Alla luce della lampada, che intanto aveva appoggiato al centro del tavolo, gli occhi di lui sembravano più azzurri, più sfolgoranti che mai. Li teneva quasi sempre bassi. Ma quando li alzava all’improvviso erano penetranti in modo insopportabile e timidi allo stesso tempo. … Lui una volta fece per sollevare il bicchiere come se l’occasione andasse festeggiata, ma il momento passò senza una parola”
(ibidem).

Interamente ambientato in una fattoria apparentemente isolata dal mondo, e dalla guerra, Tripla eco è la storia di un rapporto normalissimo eppure strabiliante, lei in balia della natura come lui della divisa, ma in ogni caso prigionieri di una realtà in cui la sopravvivenza sembra essere solo in balia del caso, così come i risvolti di ogni legame umano. La pioggia, come una bomba che sovrasta le parole e fracassa i timpani, lascia tutti in attesa del silenzio, o della morte, quando ogni scricchiolio assumerà le proporzioni di uno schiaffo.

“Sangue e distruzione diventeranno così consueti,
e spettacoli orrendi così familiari,
che le madri potranno solo sorridere a vedere
i loro figli squartati dalle mani della guerra,”
(Shakespeare, 2016)

Un ritorno alla realtà in cui ogni passo stride, ogni gesto viene amplificato dall’enormità delle rinunce, dall’assurdità dei gesti più normali, come mettere della carne in tavola o indossare una gonna. Un mondo così svuotato e depurato che il canto di un usignolo risulta come una lacerazione, un richiamo doloroso all’incanto, una stretta alla meraviglia che sussiste.

“Una sottilissima lingua tra il viola e l’arancio tagliava in due il lontano orizzonte occidentale, non ancora del tutto buio. C’erano già le stelle”
(Bates, 2026).

Una storia di lutto e di perdita, un ritorno al primo amore e all’imbarazzo dell’adolescenza, al mondo prima che la guerra lo deformasse e ne snaturasse la purezza. Un limbo in cui forse è possibile riscoprirsi in una veste nuova. Una scrittura minuziosa e delicata, che in punta di piedi immerge in un naturalismo estremo eppure mai pesante, la storia di una rinascita quasi impercettibile che Bates tratteggia con tenerezza.

“«Quello che hai detto a proposito della guerra che non c’è più. L’ho capito solo adesso. Prima non avevo capito. Adesso invece sì. Ho capito che cosa intendi».
«Ma ho ragione, no? All’improvviso ti sembra che non ci sia più».
«Hai ragione».
«Ci sono due persone e nient’altro, e si trovano in una specie di… non so… ».
«In una specie di vuoto».
«Esatto. In una specie di vuoto. Ci sono solo due persone, sono qui e tutto quello che c’è fuori non conta. Non c’è nessun altro. Non c’è nessuna guerra. Non fanno parte di niente tranne quello che c’è qui»”
(ibidem).

Una timidezza che non smette mai di riaffacciarsi e di adombrare le stanze spoglie, come se permettersi l’amore sia ormai impossibile, come se la guerra si fosse sedimentata nei loro occhi ancor più che nei corpi stanchi e disabituati al contatto. Occhi limpidi e azzurri, occhi bassi e sfuggenti, occhi che riflettono il temporale e lo sfolgorio luminoso dei lampi, occhi impassibili e rapidi, occhi che si spalancano per lo stupore. Una partita a scacchi di sguardi, quella che disegna Bates, come a voler scavare nell’eredità più recondita della guerra, quella che scolora e annebbia, quella che tocca corde che sembrano insanabili.

“Una cosa è chiara: le quotazioni dell’esperienza sono cadute e questo in una generazione che, nel 1914-1918, aveva fatto una delle più mostruose esperienze della storia mondiale. Non si poteva già allora constatare che la gente se ne tornava muta dai campi di battaglia? Non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile. Una generazione, che era andata a scuola ancora con il tram a cavalli, stava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui niente era rimasto immutato tranne le nuvole, e nel centro – in un campo di forza di esplosioni e di correnti distruttrici – il minuto e fragile corpo umano”
(Benjamin, 2018).

È così facile condividere tutto e un istante dopo trovarsi di fronte a un estraneo. Come se bastasse un’alba, un velo di rossetto, un segreto. Come se bastasse restare di nuovo soli nel silenzio qualche secondo, e gli occhi mirassero e riprendessero subito le distanze, si attorcigliassero in pensieri colmi di paura, si nascondessero anche senza l’urgenza di farlo. Ma è davvero possibile lasciarsi la guerra alle spalle? Si può davvero scappare e farla franca?

“L’indomani mattina aveva smesso di piovere. L’immensa distesa di cielo sopra la valle era azzurra e cristallina”
(Bates, 2026).

Come in un’eterna sospensione, sembra impossibile stabilire il confine tra bisogno e dovere, incrociare gli sguardi senza negarsi qualche istante dopo. Esisterà mai la quiete o porterà per sempre gli strascichi della sopravvivenza? Quando il pericolo busserà dove si volgerà lo sguardo?

“Dopo qualche giorno uno stuolo di carri armati, come mostruose formiche scure alle prese con un lento conflitto tra loro, cominciò a battere il fianco della collina. Tra scricchiolii, gemiti e lamenti laceravano l’aria secca dell’inverno. Nelle parti innevate si lasciavano dietro tortuose tracce contorte di escrementi neri. Di quando in quando un crepitio di spari produceva fievoli echi. … Alla spalliera della sedia era appesa una coppia di fagiani, maschio e femmina, gli sfolgoranti colli morti stretti in un molle abbraccio”
(ibidem).

In bilico tra un ruolo e un altro, tra amore e disprezzo, paura e slancio, inconsapevoli di dove si stringerà la morsa questa volta e da quale parte arriverà il colpo, sfar scoppiare la bolla sembra questione di istanti. Il nemico pare già essersi insinuato nel profondo, nell’aria gelida dell’inverno, e il richiamo della guerra incombe come il canto degli uccelli. Ma se il fronte si sposta e diventa il terreno fragile dell’identità, non basterà imbracciare un fucile per proteggersi.

“Un attimo dopo si rese conto che quegli occhi azzurri, ammutoliti e ora curiosamente femminei, stavano per piangere”
(ibidem).

Letture
  • Walter Benjamin, Esperienza e povertá, Castelvecchi, Roma, 2018.
  • William Shakespeare, Giulio Cesare, Garzanti, Milano, 2006.