Né arabi né europei,
o probabilmente tutt’e due

Tommaso Sarti
Pisciare sulla metropoli
T)rap, Islam
e criminalizzazione
dei maranza
Prefazione di Chadia Rodriguez
Machina Libro
(Deriveapprodi), Milano, 2025
pp. 144, € 14,00

Tommaso Sarti
Pisciare sulla metropoli
T)rap, Islam
e criminalizzazione
dei maranza
Prefazione di Chadia Rodriguez
Machina Libro
(Deriveapprodi), Milano, 2025
pp. 144, € 14,00


“Non siamo niente noi in confronto allo Stato, loro lo fanno solo perché almeno hanno qualcuno su cui puntare il dito e dire: «quelli lì sono cattivi e basta». Se non hai una persona su cui puntare il dito, magari qualcuno lo punta su di loro”.

Dapprima è solo becero populismo, specchio per le allodole che parla a nicchie già predisposte all’odio. Poi i media, la televisione di Stato, le polarizzazioni operate dai social e il rumore diviene un fatto, e poi un’idea condivisa, un valore legato a esigenze di sicurezza. Diventa reale e rischia di trasformarsi in legge. È il processo alla base della creazione del “panico morale”, di cui ci parla egregiamente Tommaso Sarti in Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, edito da Machina Libro.

“Sebbene il tema venga spesso presentato come una novità storica e sociologica, si tratta in realtà di un meccanismo funzionale alla riscrittura storica che, come osserva Marchi «vuole che i “cattivi” di un tempo diventano più “buoni” solo per sottolineare la “cattiveria” degli ultimi arrivati»”.

Il panico morale è generato dai cosiddetti “diavoli popolari”, ossia delle specifiche soggettività verso le quali incanalare i sentimenti di malcontento generali spesso dovuti a condizioni di vita precarie, insoddisfazioni personali che necessitano di un canale di sfogo, un appiglio di deresponsabilizzazione personale e politica e un senso di comunanza che viene a crearsi in contrapposizione a un gruppo definito come “altro”. Sarti sottolinea come la costruzione del diavolo popolare si rifaccia fortemente alle retoriche coloniali di costruzione dell’alterità e porti sul territorio europeo le logiche proprie delle politiche coloniali. Il nuovo diavolo popolare è costituito da un gruppo sociale dai confini non ben definiti, identificabile tramite l’appellativo “maranza”, che comprende le cosiddette seconde generazioni e più in generale giovani delle periferie appartenenti alle classi sociali più svantaggiate. Creato il nuovo diavolo popolare bisogna poi sviluppare la cosiddetta sindrome di Andy Capp, ovvero:

“una patologia sociale che colpisce la cultura egemone, portandola a creare i propri mostri e a produrre l’ansia di essere accerchiata da essi”.

E così che, mentre milioni di spettatori attendevano l’uscita dell’ultima puntata di Stranger Things, la Lega pubblica sui social l’immagine di un gruppo di maranza come mostri abitanti del Sottosopra con alle spalle il Duomo di Milano circondato dai tentacoli della mente a sciame del Mind Flyer.

E la propaganda diviene proposta di legge, punto di riferimento per l’agire delle forze dell’ordine a cui quella stessa legge vuol garantire uno scudo penale in caso di reato commesso sul posto di lavoro. La mente non può che rievocare il volto sorridente di Renee Nicole Good, vittima di un omicidio a sangue freddo rimasto totalmente impunito da parte di un membro dell’ICE nella città di Minneapolis. In questa confusione generatrice di odio, come interviene il libro di Sarti? Interviene attraverso la narrazione al fine della produzione della conoscenza. Di cosa parliamo e soprattutto di chi parliamo? Chi sono questi maranza e quali sono le loro auto-narrazioni?
Sarti sviluppa la sua analisi seguendo la linea di due fili rossi: l’Islam e la trap. L’Islam è un terreno estremamente fertile per pratiche discorsive criminalizzanti ed essenzializzanti. Il diavolo jihadista inaugurato dopo l’11 settembre è ancora in grado di dominare la scena e può dunque essere richiamato in causa al bisogno, per sostenere, per esempio, le politiche criminali e coloniali di Israele nei territori occupati palestinesi e criminalizzare i movimenti pro-Pal in Europa. Quello che Sarti racconta, invece, attraverso le dirette testimonianze dei giovani, è un processo di negoziazione del credo religioso sia nei confronti della società in cui essi vivono che nei confronti delle generazioni precedenti: un nuovo Islam, un Islam europeo. Ma a questo movimento si contrappone invece l’immobilismo politico che non riconosce che l’Islam rappresenta oggi

“la seconda religione per numero di fedeli – circa due milioni e mezzo, di cui quasi un milione con cittadinanza italiana – e malgrado le stime parlino di una popolazione musulmana destinata a superare i sette milioni entro il 2050, in maggioranza italiani, il paese non si è ancora dotato di un’intesa istituzionale relegando la religione musulmana a una posizione di subalternità rispetto ad altre confessioni religiose presenti sul territorio  […] il riconoscimento delle festività religiose come il Ramadan e L’Eid, o ancora l’accesso all’assistenza spirituale in carcere o negli ospedali. Tutti ambiti che continuano ad essere ignorati in Italia. Un sistema che considera l’islam e i suoi aderenti solo in termini di utilità o pericolosità”.

Una manifestazione di questo processo negoziale che coinvolge oggi l’Islam è lo stretto legame con la musica (t)rap e di questa contaminazione Sarti ne da atto attraverso una seppur breve ma puntuale genealogia che rintraccia un punto di partenza nelle connessioni tra radicalismo nero statunitense e hip hop: i Last Poets degli anni Cinquanta, i Black Spades il cui leader Afrika Bambaataa fu il fondatore della Universal Zulu Nation, fino ai mujaheddin degli anni Ottanta, i Public Enemy e i Boogie Down Productions. Sono questi gli anni in cui l’influenza dell’hip hop e del rap arriva in Europa e nel nuovo millennio salgono alla ribalta artisti come Medine, in Francia mentre in Italia, a partire dal 2010 e con l ‘arrivo della trap, iniziano a emergere i nomi di persone razzializzate, figlie e figli delle migrazioni degli anni Novanta che, una volta cresciuti, cominciano a reclamare a gran voce la propria esistenza”. Alla faccia di Matteo Sacchi, ci verrebbe da dire, che nell’articolo pubblicato per il Giornale il 21 dicembre 2025 sostiene che la radicalizzazione islamica sia tutto il contrario dell’anarchismo rap. Qual buon intenditore!

Dall’esistenza di gruppi come Strong Believer, un gruppo di formazione e condivisione religiosa musulmana, fino alle tracce della musica verso il cui ascolto siamo guidati nella lettura del libro, questa generazione di maranza dimostra una consapevolezza che a giusto titolo Sarti definisce “sapere situato” e una voglia di rivalsa che è un barlume di speranza all’interno dell’immobilismo stantio e la tacita accettazione della propria condizione precaria che caratterizza molti e molte italiane. Sui muri della città di Bologna fino a qualche anno fa si poteva leggere una frase scritta con una bomboletta spray “immigrati, non lasciateci soli con gli italiani”. Qui, tra l’altro, non si parla nemmeno di immigrati, ma di ragazzi e ragazze nati in Italia, che studiano e parlano italiano, oltre ad altre due/tre lingue, e dimostrano, all’interno della loro cultura underground, conoscenza e continuità con l’eredità di questo paese. È il caso del collettivo trap P38, che rima un conflitto che ha radici nostrane e una forzata pacificazione sociale basata sulla repressione del dissenso.

“Ti metto dentro una Renault 4
Brigate rosse scritto sul contratto
Presidente non mi sembra stanco
La metto dentro una Renault 4
(P38-La Gang, Renault 4)”

Sarti ce la mette proprio tutta per far capire ai lettori e alle lettrici quanto errato sia tracciare una linea di confine in cui le seconde generazioni vengano poste al di là. Nelle street gang circondate da retoriche funzionali alle politiche xenofobe e repressive sono presenti giovani figli e figlie di stranieri come del sud e del nord Italia e diceva bene una delle testimonianze raccolte da Renata Pepicelli nel suo importante lavoro Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo:

“Noi vorremmo che il tema delle seconde generazioni fosse competenza delle politiche giovanili e non delle politiche sociali”
(Pepicelli, 2025).

Tommaso Sarti è in buona compagnia nell’attuale panorama editoriale: edito sempre da Deriveapprodi Maranza di tutto il mondo, unitevi! di Houria Bouteldja e per l’edizione di AgenziaX La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriele Seroussi. Questi testi rivelano l’urgenza del tema. Sarti compone un’opera corale poiché al suo interno chiama in sostegno la voce autorevole di molti sapienti, Valerio Marchi, Stanley Cohen, Stefania Crocitti, James C. Scott, Arun Kundnani, Maurizio Ambrosini e Stefano Molina, Marta Panighel, Stefano Allievi, Mark Fisher (e così via), ma soprattutto la voce dei diretti e le dirette interessate, i giovani e le giovani che le periferie le agiscono, mentre subiscono una società consumistica che li espone al desiderio di uno status violentemente irraggiungibile. Allora se l’essere maranza è un’accusa per la politica razzista di turno, al contrario nelle note di un testo, in un abbigliamento, in una postura, diviene una concreta rivendicazione di conflitto. Ma come scrive giustamente Saitta nella sua importante recensione al lavoro di Sarti

“Sarebbe auspicabile che [il libro] venisse discusso con le molte figure responsabili di controllare ed educare, così come di indirizzare le comprensioni sociali di un mondo giovanile che è molto narrato, ma pochissimo compreso. Adesso, infatti, lo sforzo dovrebbe essere quello di andare oltre le cerchie note e rassicuranti dei lettori progressisti per sforzarsi di entrare in contatto con altre reti e canali”
(Saitta, 2026).

Ma le informazioni, si sa, circolano su facebook, tiktok e la polarizzazione qui è legge. Se segui Salvini, difficilmente vedrai un post di Sarti e continuerai a pensare che la colpa della povertà dilagante, il peggioramento della sanità e dell’istruzione, non siano dovute, ad esempio, ai tagli operati in sede politica a favore del riarmo. Continuerai a pensare che la colpa della tua condizione sia il maranza, questa figura né araba né europea, abitante di una terra di nessuno. E pensare che è proprio lì, nella dimensione delle identità multiple che abbattono i confini che, al contrario, una nuova speranza per un mondo di accoglienza è possibile. I maranza sono i figli degli arabi, sono i figli dell’est, sono i figli del sud Italia. Figli della stessa rabbia, cantava la Banda Bassotti, che parlano più lingue, ponti tra culture, altro che diavoli popolari. Iniziamo a investire su di loro e sul futuro di tutti e tutte noi.

“[…] quando tu esci dall’Italia e ti chiedono di dove sei, dato che sei abituato a sentire tutti che dicono tu sei marocchino, puoi fare quello che vuoi ma tu sei marocchino. Tu esci di qua e dici: «sono marocchino». E allora ti dicono: «ma vieni dal Marocco?». E io rispondo che no, vengo dall’Italia. Ti dicono: «dove sei cresciuto?». «In Italia». «Dove hai fatto i tuoi studi?». «In Italia». Allora ti dicono: «Fratello mio, tu sei italiano non sei marocchino» […]”
(ibidem).

Letture