Il ritorno della frontiera,
o come riscrivere il western

Taylor Sheridan, John Linson,
Chad Feeham

Dutton Ranch
Prima stagione, 9 episodi

Cast principale:  Kelly Reilly,
Cole Hauser, Finn Little, Jai Courtney,
J. R. Villarreal, Juan Pablo Raba,
Marc Menchaca, Natalie Alyn Lind,
Annette Bening, Ed Harris
2026–in produzione, Paramount+

Taylor Sheridan,
David C. Glasser, Spencer Hudnut,

Marshals: A Yellowstone Story
Prima stagione, 7 episodi

Cast principale:
Logan Marshall-Green, Gil Birmingham,
Brecken Merrill, Ash Santos,
Luke Grimes, Arielle Kebbel,
Brett Cullen, Moses Brings Plenty,
Tatanka Means, Morgan Lindholm
2026–in produzione, Apple+

Taylor Sheridan
The Madison
Prima stagione, 10 episodi

Cast principale:
Michelle Pfeiffer, Beau Garrett,
Patrick J. Adams, Elle Chapman.
Amiah Miller, Alaina Pollack,
Rebecca Spence, Ben Schnetzer,
Kevin Zegers, Danielle Vasinova
2026–in produzione, Paramount+

Taylor Sheridan, John Linson,
Chad Feeham

Dutton Ranch
Prima stagione, 9 episodi

Cast principale:  Kelly Reilly,
Cole Hauser, Finn Little, Jai Courtney,
J. R. Villarreal, Juan Pablo Raba,
Marc Menchaca, Natalie Alyn Lind,
Annette Bening, Ed Harris
2026–in produzione, Paramount+

Taylor Sheridan,
David C. Glasser, Spencer Hudnut,

Marshals: A Yellowstone Story
Prima stagione, 7 episodi

Cast principale:
Logan Marshall-Green, Gil Birmingham,
Brecken Merrill, Ash Santos,
Luke Grimes, Arielle Kebbel,
Brett Cullen, Moses Brings Plenty,
Tatanka Means, Morgan Lindholm
2026–in produzione, Apple+

Taylor Sheridan
The Madison
Prima stagione, 10 episodi

Cast principale:
Michelle Pfeiffer, Beau Garrett,
Patrick J. Adams, Elle Chapman.
Amiah Miller, Alaina Pollack,
Rebecca Spence, Ben Schnetzer,
Kevin Zegers, Danielle Vasinova
2026–in produzione, Paramount+


Il West non è mai davvero finito. Si è solo spostato più a nord, tra le montagne del Montana, oppure più a sud, nei campi petroliferi del Texas. Oggi cavalca pick-up invece di mustang, indossa giacche cerate invece di giubbotti di pelle, ma continua a vivere nello stesso spazio: quello del mito, dove la legge arriva sempre un po’ tardi e la terra vale di più di qualunque ideologia. È lì che Taylor Sheridan ha costruito il suo impero narrativo tuttora in espansione: oggi vi aggiunge infatti Dutton Ranch. Un universo di ranch, trivelle, sceriffi, prigioni, uomini duri e famiglie che difendono la propria terra come se fosse un’eredità sacra. Nel suo mondo il paesaggio non è uno sfondo, è un destino. Le pianure decidono il carattere degli uomini, le montagne custodiscono segreti, i confini – geografici e morali – restano luoghi pericolosi. Guardando le sue storie si ha la sensazione che l’America non sia mai diventata davvero una nazione urbana. E che sotto l’asfalto delle metropoli continui a respirare un’altra America, più antica, più ruvida, ancora governata dalle regole invisibili della frontiera. C’è qualcosa di profondamente americano in Taylor Sheridan, qualcosa che sfugge alle facili classificazioni. Non è soltanto uno sceneggiatore di successo e neanche soltanto il creatore di un impero televisivo. Sheridan è diventato, quasi senza volerlo, il cantastorie dell’America dimenticata, quella che non abita Manhattan o Los Angeles, ma si estende tra il Texas, il Montana, il Wyoming, tra distese di terra che non finiscono mai e comunità dove la legge spesso arriva in ritardo. Se Hollywood per anni ha raccontato città verticali, algoritmi e supereroi, Sheridan ha fatto esattamente il contrario: ha riportato lo sguardo alla linea dell’orizzonte.

I suoi protagonisti non sono hacker, avvocati o miliardari, sono rancheros, sceriffi, veterani, uomini segnati dalla polvere e dal vento. E il suo West non è nostalgia ma un campo di battaglia contemporaneo. Prima di diventare uno degli autori più influenti della televisione americana, Sheridan era poco più di un attore di passaggio. Aveva lavorato per anni apparendo in serie come Sons Of Anarchy di Kurt Sutter (2008 – 2014; tutte le date si riferiscono all’uscita negli Usa, ndr) e Veronica Mars di Rob Thomas (2004 – 2007): ruoli piccoli, presenze marginali. A quasi quarant’anni – oggi ne ha quasi cinquantasei – capì che quella strada non lo avrebbe portato lontano. Decise allora di scrivere una sceneggiatura e nacque Sicario, diretto da Denis Villeneuve, un film sul narcotraffico al confine tra Stati Uniti e Messico che però, sotto la superficie, era qualcos’altro: un western contemporaneo. Il deserto era lo stesso di sempre, cambiavano le armi. Era il 2015. L’anno dopo uscì sul mercato Hell Or High Water diretto da David Mackenzie in cui due fratelli rapinano banche nel Texas occidentale. Non sono criminali romantici, sono uomini travolti dal collasso economico. Il film era un ritratto dell’America rurale dopo la crisi finanziaria e Sheridan – autore della sceneggiatura – raccontava una terra impoverita in cui la dignità era l’ultima cosa rimasta. Con I segreti di Wind River nel 2017, Sheridan passò alla regia e ambientò la storia in una riserva indiana del Wyoming. Un film glaciale, quasi metafisico, in cui la neve, il silenzio, l’isolamento, tutto contribuiva a raccontare un’America invisibile, lontana dalle metropoli e spesso dimenticata dalle istituzioni.

Poi, dopo la parentesi di Soldado (2018) di Stefano Sollima, con uno straordinario Benicio Del Toro, arrivò nello stesso anno Yellowstone (2018 – 2024). La televisione americana in quel momento era dominata da mondi urbani e distopie tecnologiche. Taylor decise invece di raccontare un ranch nel Montana. In Yellowstone la famiglia Dutton guidata dal patriarca interpretato da Kevin Costner, controlla il più grande ranch degli Stati Uniti. Ma attorno a quel territorio si muovono interessi enormi: investitori immobiliari, multinazionali, politici, tribù native, nuovi ricchi arrivati dalle coste. Il ranch diventa una metafora: non è soltanto una proprietà, è l’ultima frontiera dell’America tradizionale. Nel mondo di Sheridan anche i vestiti raccontano una storia. In Yellowstone – probabilmente la sua serie di maggiore successo ormai giunta alla quinta stagione – molti personaggi indossano capi di Filson, storico marchio americano nato nel 1897 a Seattle per vestire cercatori d’oro, boscaioli e cacciatori del Pacific Northwest (oggi ha sostituito Levi’s nei gusti di quelli che seguono lo stile casual).

Non è una scelta casuale. I capi Filson – giacche in tin cloth cerato, camicie in lana pesante, gilet da lavoro – appartengono a un’estetica precisa: l’heritage workwear americano. Vestiti progettati per durare decenni, non stagioni. Nel linguaggio visivo della serie questi capi diventano simboli di resistenza, di autenticità e di appartenenza alla terra. Quando un cowboy del ranch Dutton indossa una giacca Filson, il messaggio è chiaro: non è una moda, è funzione trasformata in identità. Sheridan lo sa bene. Nel suo universo narrativo l’abbigliamento non è mai decorativo ma parte della mitologia. Le giacche cerate e i cappelli impolverati raccontano un mondo dove il valore di un oggetto è legato alla sua durata, alla sua capacità di attraversare il tempo. In questo senso Filson diventa quasi il guardaroba ufficiale della frontiera contemporanea. Non è difficile capire perché molti spettatori abbiano iniziato a comprare gli stessi capi dopo aver visto la serie: indossarli significa partecipare, anche solo simbolicamente, a quell’immaginario. Ed è probabile che i settantenni che oggi comprano Filson si vestissero da cowboy a carnevale durante la loro infanzia. Dopo il successo di Yellowstone, Sheridan costruisce qualcosa di molto raro nella televisione contemporanea: un universo narrativo coerente. Dal suo mondo nascono 1883 (2021– 2022) in cui viene descritto il viaggio pionieristico verso il Montana, 1923 (2022 –2025) in cui la Grande Depressione vista dal West assume i connotati di un racconto epico, Mayor Of Kingstown (2021– 2026) una città immaginaria, con il potere carcerario e le sue contraddizioni, Tulsa King (2022 – 2026), forse la più debole, con un gangster crepuscolare interpretato da Sylvester Stallone. Ogni storia è diversa, ma tutte condividono la stessa ossessione: il territorio. C’è chi lo possiede, chi lo difende e chi lo perde.

In questo momento è possibile visionare su Paramount tre nuove serie, prodotte e create da Sheridan. Iniziamo da quelle uscite a marzo: Marshals: A Yellowstone Story e The Madison. La prima sembra portare ancora più avanti questo discorso. Qui al centro non c’è un ranch e neanche una famiglia, ma la figura quasi mitologica degli U.S. Marshals, la più antica agenzia federale degli Stati Uniti. Nel mondo di Sheridan i Marshals diventano l’ultima incarnazione dello sceriffo della frontiera. Non uomini perfetti, ma custodi imperfetti di un ordine fragile. Le loro missioni li portano tra deserti, cittadine isolate, confini dove la legge federale incontra culture locali, traffici illegali e territori contesi. Ed è ancora una volta la stessa storia, quella della frontiera che non è mai finita, si è soltanto trasformata. Per capire davvero il fenomeno Sheridan bisogna fermarsi un momento e guardare la struttura profonda delle sue storie. Il successo non dipende solo dalla spettacolarità o dalla scrittura tesa. Sheridan ha intercettato qualcosa che l’industria culturale americana aveva quasi dimenticato: la geografia emotiva del paese. Negli ultimi vent’anni la maggior parte delle serie televisive ha raccontato un’America urbana, tecnologica, cosmopolita. New York, Los Angeles, Washington. Sheridan ha fatto l’opposto: ha spostato il centro del racconto verso l’America rurale e periferica. Quella delle contee dove si vota repubblicano e dove l’economia dipende ancora da ranch, petrolio, agricoltura e miniere. Ma il vero segreto è un altro. Sheridan riesce a combinare due livelli narrativi diversi: il primo è il melodramma familiare, quasi shakespeariano. Padri, figli, tradimenti, rivalità. Il secondo è la guerra economica per le risorse: terra, petrolio, acqua. Questa combinazione rende le sue storie allo stesso tempo intime ed epiche.

La serie Landman (2024 – 2025) rappresenta forse la versione più esplicita di questo modello narrativo. Ambientata nel Texas petrolifero e interpretata da Billy Bob Thornton, racconta il mondo degli intermediari dell’industria energetica, i landman, figure incaricate di negoziare diritti di perforazione tra compagnie petrolifere e proprietari terrieri. Qui Sheridan porta alla luce un altro cuore nascosto dell’economia americana: l’energia. Le trivelle, le pompe petrolifere, le città nate dal boom energetico diventano il nuovo paesaggio della frontiera. Ancora una volta la storia non è solo economica, ma umana: famiglie che si arricchiscono o falliscono, territori che cambiano volto, un capitalismo brutale che produce vincitori e sconfitti. In questo senso Landman è quasi la continuazione naturale di Yellowstone: se il ranch rappresentava la lotta per la terra, il petrolio rappresenta la lotta per il sottosuolo. C’è solo un elemento che emerge osservando Marshals: A Yellowstone Story: e cioè che per la prima volta l’universo di Sheridan sembra mostrare una lieve stanchezza. L’idea di riportare al centro gli U.S. Marshals è coerente con la sua ossessione per la legge di frontiera, ma la serie appare meno incisiva rispetto ai suoi lavori precedenti. Dove Yellowstone costruiva un conflitto stratificato e Landman affondava le mani nella materia viva dell’economia americana, Marshals: A Yellowstone Story sembra talvolta limitarsi a riprodurre schemi già noti: inseguimenti, territori ostili, uomini solitari chiamati a decidere. Manca, almeno in parte, quella tensione profonda tra individuo e sistema che aveva reso le sue storie così necessarie. È come se Sheridan, per la prima volta, stesse raccontando un mondo che conosce troppo bene, rischiando di trasformare il mito in una formula.

Se Marshals: A Yellowstone Story mostra qualche crepa, The Madison sembra invece aprire una direzione diversa e più sorprendente. Questa serie, con Michelle Pfeiffer e Kurt Russell, abbandona almeno in parte la dimensione più apertamente conflittuale per avvicinarsi a un racconto più intimo e contemplativo. Ambientata ancora una volta nel Montana, The Madison lavora meno sulla violenza esplicita e più sulle conseguenze emotive della perdita, dello sradicamento, del rapporto tra individuo e paesaggio. È uno Sheridan più silenzioso, quasi trattenuto, che sembra voler esplorare non solo la lotta per la terra ma il vuoto che quella lotta lascia dentro le persone. Se le sue opere precedenti erano costruite sul conflitto, The Madison sembra essere costruita sulla memoria. E forse è proprio qui che si intravede il passo successivo della sua scrittura: non più soltanto l’epica della frontiera, ma la sua malinconia.
Ma è la nuova serie, la succitata Dutton Ranch, di fatto, il vero erede diretto di Yellowstone. Non uno spin-off laterale, come The Marshals, ma la continuazione narrativa più “pura” della saga dei Dutton. Se Yellowstone era la costruzione del mito, Dutton Ranch ne rappresenta la sopravvivenza. La nuova serie riparte da Beth e Rip, due figure amate ma profondamente irregolari, chiamate a reggere un’eredità che non appartiene davvero alla loro natura. Senza il centro gravitazionale di John Dutton – interpretato da Kevin Costner – il racconto perde la sua dimensione quasi istituzionale e si sposta su un piano più instabile, emotivo, persino vulnerabile. Il ranch non è più soltanto un simbolo di potere, ma un luogo da difendere giorno per giorno, senza una strategia chiara, senza una visione che vada oltre la sopravvivenza immediata. In questo senso Dutton Ranch potrebbe rappresentare una svolta interessante nell’universo di Sheridan: non più l’epica della conquista o della difesa, ma la fatica dell’eredità. Resta però un rischio evidente: senza la figura patriarcale che teneva insieme il conflitto, la serie potrebbe scivolare verso una dimensione più melodrammatica, meno compatta, in cui la tensione narrativa si disperde nell’instabilità dei personaggi. Staremo a vedere, perché qui si gioca la vera sfida di Sheridan: dimostrare che il mito della frontiera può sopravvivere anche quando non c’è più nessuno capace di incarnarlo fino in fondo.

È impossibile parlare di Taylor Sheridan senza affrontare una domanda che ritorna spesso tra critici e spettatori: le sue storie sono vicine al mondo politico di Donald Trump? La risposta, come spesso accade nelle opere complesse, non è semplice. Da un lato l’universo narrativo di Sheridan sembra intercettare molti temi tipici dell’America che ha sostenuto Trump: la sfiducia verso le élite urbane, l’orgoglio rurale, la centralità della proprietà privata, la nostalgia per un ordine sociale percepito come perduto. Molti spettatori conservatori hanno riconosciuto in Yellowstone una rappresentazione dell’America che sentono ignorata dalla cultura mainstream. Ma ridurre Sheridan a un autore trumpiano sarebbe una semplificazione perché nelle sue storie esiste anche una forte dimensione critica. I suoi protagonisti non sono eroi morali, spesso sono uomini brutali, capaci di violenza e compromessi. Il patriarca dei Dutton, per esempio, difende la sua terra con metodi che sfiorano il crimine e Sheridan mostra continuamente il prezzo umano del potere. Inoltre i suoi racconti includono prospettive che complicano la narrazione conservatrice: le rivendicazioni delle comunità native, la devastazione ambientale, le disuguaglianze economiche. Il risultato è qualcosa di più ambiguo e interessante perché le sue storie funzionano come uno specchio dell’America contemporanea. Chi le guarda da destra vede una difesa della tradizione, chi le guarda da sinistra vede una critica feroce al capitalismo e alla violenza del potere. Lui incassa. Senza prediche. Raccontando.

C’è un altro elemento interessante nel successo delle storie di Taylor Sheridan, qualcosa che riguarda non solo l’America ma l’immagine della frontiera in generale. Non è un caso che molti spettatori di Yellowstone o Landman riconoscano nelle sue storie un’eco familiare: quella dei grandi racconti western popolari, come le avventure di Tex Willer. Creato nel 1948 da Gian Luigi Bonelli e disegnato da Aurelio Galleppini, Tex è stato per decenni – lo è ancora – uno dei personaggi più popolari del fumetto europeo. Un ranger del Texas che difende i deboli, combatte banditi, speculatori e corrotti, muovendosi lungo quella stessa linea ambigua tra legge e giustizia che attraversa tutto il western classico. Anche Tex, come Sheridan oggi, è stato spesso accusato dai detrattori di incarnare una visione conservatrice del mondo. In realtà il personaggio creato da Bonelli era molto più complesso: un difensore degli indiani Navajo, un nemico dei potenti senza scrupoli, un uomo che diffida delle istituzioni quando tradiscono la giustizia. In questo senso il parallelo con Sheridan diventa illuminante perché entrambi raccontano la frontiera come spazio morale instabile, dove la legge ufficiale non basta e gli individui devono continuamente ridefinire cosa sia giusto. Non è un caso che nei due universi narrativi ricorrano gli stessi elementi archetipici: il territorio come bene sacro, le comunità isolate, autorità lontane o corrotte, uomini costretti a prendere decisioni dure. La differenza è solo temporale: Tex vive nel West dell’Ottocento, Sheridan racconta quello del XXI secolo. Ma il mito di fondo è lo stesso: la frontiera come luogo dove l’uomo misura il proprio senso di giustizia contro la durezza della storia.

Il western è uno dei miti narrativi che non invecchiano mai. Cambiano i costumi, le armi, ma la struttura resta identica: un territorio instabile, una comunità fragile, un uomo chiamato a prendere decisioni morali in assenza di regole chiare. Per questo il western continua riemergere in epoche diverse. Nell’Ottocento raccontava la conquista della frontiera, nel Novecento rifletteva il conflitto tra civiltà e violenza (e secondo alcuni, molta fantascienza altro non è che il suo proseguimento sotto altre spoglie), oggi, nelle storie di Taylor Sheridan, diventa la metafora di un’altra battaglia, quella tra globalizzazione e identità territoriale. Il cavallo può diventare un pick-up, il saloon può trasformarsi in un diner di provincia, ma il cuore della storia resta lo stesso. La frontiera è il luogo dove una società prova a capire chi è davvero. Ed è per questo che, ogni volta che il mondo cambia troppo in fretta, il western torna a parlare al presente. Il vero protagonista delle storie di Sheridan non è un uomo ma la terra: le pianure del Montana, i deserti del Texas, le montagne del Wyoming. Paesaggi che diventano metafore morali. Spazi dove l’uomo deve continuamente ridefinire il proprio posto. È forse questo il segreto ultimo del suo successo. In un’epoca dominata da storie urbane e digitali, Taylor Sheridan continua a raccontare qualcosa di elementare e potentissimo: l’antica relazione tra uomo, terra e destino. E lo fa con una consapevolezza quasi letteraria: ogni civiltà, prima o poi, deve tornare a interrogarsi sulla stessa domanda. Chi possiede davvero questa terra? E quanto siamo disposti a perdere per difenderla. Finché ci sarà una terra da difendere, qualcuno continuerà a raccontare storie di frontiera.

Visioni
  • Taylor Sheridan, I segreti di Wind River, 2017, Netflix (streaming).
  • Taylor Sheridan, John Lyson, Yellowstone, cinque stagioni, 53 episodi, 2018 – 2024, Paramount+ (streaming).
  • Taylor Sheridan, 1883, miniserie, 10 episodi, 2021 – 2022, Paramount+ (streaming).
  • Taylor Sheridan, 1923, due stagioni, 15 episodi, 2022 – 2025, Paramount+ (streaming)
  • Taylor Sheridan, Hugh Dillon, Mayor Of Kingstown, quattro stagioni, 40 episodi, 2021 – 2025, Paramount+ (streaming).
  • Taylor Sheridan, Tulsa King, tre stagioni, 29 episodi, 2022 – 2025 (in corso), Paramount+ (streaming).
  • Taylor Sheridan, Christian Wallace, Landman, 2024 –2025, due stagioni, 20 episodi, Paramount+ (streaming).