Qualche anno fa, in occasione di una bella mostra tenutasi alla Cinémathèque Française di Parigi, il curatore Alain Kruger scrisse “è impossibile avere del risentimento nei confronti dei suoi personaggi bugiardi, ladri, egoisti, collerici, razzisti, biliosi, sciovinisti, servili… In fondo soffrono e ci rassicurano: de Funès siamo noi, in peggio”. In Francia, non si è mai smesso di omaggiarlo, addirittura a Saint-Raphaël sulla Costa Azzurra c’è un museo interamente dedicato a lui che sta ospitando una mostra temporanea ma della durata di un anno: Les Univers Fantastiques. Oggi, Louis de Funès, uno dei più grandi comici del cinema europeo, campione incontrastato del botteghino d’Oltralpe dagli anni Sessanta ai primi Ottanta, torna anche in Italia dove campeggia nella locandina ufficiale della 44a edizione di Bergamo Film Meeting, il cui programma quest’anno vanta circa centosettanta film tra corti e lungometraggi, e che gli rende omaggio proponendone sette film. L’immagine lo ritrae in una scena tratta dal suo ultimo film, L’ala o la coscia? (L’aile ou la cuisse, 1976), commedia al solito ricca di gag, che prendeva di mira la cultura gastronomica francese, il consumismo, la modernità, la società industriale e il potere dei media. Si chiuse lì la carriera di de Funès, che vittima di un infarto aveva interrotto la sua carriera l’anno prima, ma che il regista Claude Zidi riportò per un’ultima volta dopo esser riuscito a ottenere un’assicurazione per due settimane di riprese.
Louis de Funès in una scena del suo ultimo film, la commedia L’ala o la coscia? (L’aile ou la cuisse, 1976).
È una selezione più ampia la retrospettiva principale di quest’anno, dedicata al regista iraniano Abbas Kiarostami nel decennale della sua scomparsa. Un vero e proprio salto acrobatico, perché il cinema popolare tutto imperniato sulla comicità assai fisica di de Funès e la rigorosa indagine del regista iraniano sul rapporto tra realtà e finzione, tra verità e rappresentazione distano anni luce. Il percorso allestito per l’occasione include tutti i suoi film più importanti, da Dov’è la casa del mio amico? (Khane-ye doust kodjast?, 1987), ritenuto da gran parte della critica come il suo primo grande lungometraggio, a Close Up (Nema-ye nazdik, 1990), esemplare ribaltamento di ruoli, punti vista e generi (documentario e finzione) in un film che ricostruisce un celebre caso di cronaca iraniano che vede come interpreti i veri protagonisti della vicenda, da Il sapore della ciliegia (Ta’m e guilass, 1997), vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1998, storia di un uomo che intende suicidarsi e vaga in auto nei dintorni di Teheran alla ricerca di qualcuno disposto ad aiutarlo, seppellendolo a cose fatte, salvo poi concludersi in forma sospesa, spostando l’occhio della macchina da presa dall’altra parte del set, a Sotto gli ulivi (Zire darakhatan zeyton, 1994) – Rosa Camuna d’oro a Bergamo Film Meeting nel 1995 –, altra riflessione metacinematografica sviluppata a partire da uno scenario tragico, quello di un villaggio iraniano devastato dal terremoto, dall’inestricabile intreccio tra vero e falso di Copia conforme (Copie conforme, 2010), fino a 24 Frames (2017) la sua ultima opera, un saggio sul tempo, sulla natura e sullo sguardo composto da ventiquattro quadri ispirati a fotografie e dipinti. Sono dodici in totale i film in programma.
Juliette Binoche e William Shimell, protagonisti di Copia conforme (2010) di Abbas Kiarostami.
Terzo importante omaggio, questa volta a un’artista tuttora in attività, è costituito dalla rassegna, comprendente ben sedici opere, dedicata ad Agnieszka Holland, regista polacca ma formatasi a Praga dove frequentò la FAMU, la celebre scuola di cinema della capitale ceca. Tornò in patria ed esordì nel lungometraggio con Attori di provincia (Aktorzy prowincjonaln, 1979), incentrato su una compagnia teatrale di provincia, appunto, e lo scontro tra aspirazioni e fallimenti degli attori nella Polona socialista. Tutta la sua filmografia in quegli anni si muove tra racconto storico e denuncia sociale: da La febbre (Gorączka, 1981), ambientato nella Polonia dei moti rivoluzionari del 1905 – la protagonista, Kama, è una giovane anarchica incaricata di un attentato, ma le cose andranno storte – a Raccolto amaro (Bittere Ernte, 1985), ambientato nell’Unione Sovietica degli anni Trenta, ai tempi della collettivizzazione delle terre e della relativa carestia in Ucraina. La fama internazionale arriverà di lì a poco con Europa Europa (1990), ispirato a una storia realmente accaduta: il film racconta la sopravvivenza di un ragazzino ebreo che durante la Seconda guerra mondiale riesce a salvarsi fingendosi ariano e arruolandosi nella Gioventù hitleriana finendo per diventare un eroe di guerra.
Il film più recente di Agnieszka Holland è Franz (2025) con Idan Weiss nei panni del grande scrittore.
Negli anni Novanta Holland alterna cinema d’autore e produzioni anglofone, tra cui il ritratto di Ludwing van Beethoven nel 2006, Io e Beethoven (Copying Beethoven), lavora per serie televisive di successo, come Treme, House of Cards, The Wire, Cold Case, e nel 2011 torna ai tempi dell’occupazione nazista della Polonia con In Darkness, storia (vera anche questa) di Leopold Socha, operaio del sistema fognario di Leopoli e ladruncolo che per denaro nasconde un gruppo di ebrei nel sottosuolo. Si aggiudica l’Orso d’Argento alla Berlinale nel 2017 con Pokot (Spoor), tratto dal romanzo di Olga Tokarczuk, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, storia che intreccia thriller ed ecologia, mentre torna al biopic con Il potere dell’erborista (Šarlatán, 2020), storia dell’erborista e guaritore ceco Jan Mikolášek. Film biografico è anche la sua ultima opera, Franz (2025), ritratto dell’immaginifico Kafka. Film tutti inclusi nella retrospettiva bergamasca.
La sezione Europe Now!
Venendo al consueto focus sul nuovo cinema europeo contemporaneo, la sezione Europe Now!, si è puntato su due figure diametralmente opposte: la regista ungherese Ildikó Enyedi, Orso d’oro a Berlino per Corpo e anima (Teströl és lélekröl, 2017) e l’olandese Alex van Warmerdam. La prima è autrice di un cinema dalle forti valenze fantastiche, talora favolistiche, quasi una sorta di realismo magico, mentre il secondo gioca su registri che vanno dal grottesco al surreale. Tra i lavori più significativi della regista considerata una delle voci più originali del cinema contemporaneo ungherese, spiccano, oltre al citato Corpo e anima, vicenda che sconfina nell’onirico, o meglio si interroga su come dare forma nel mondo reale ai desideri e ai sentimenti che fioriscono nella dimensione onirica, il suo primo grande film, ovvero Il mio Ventesimo secolo (Az én XX. századom, 1989). Le protagoniste sono due gemelle nate nel 1880 a Budapest, rimaste presto orfane, i cui destini vengono misteriosamente separati, salvo poi incrociarsi anni dopo durante un viaggio a bordo dell’Orient Express. Vicende che si intrecciano con le invenzioni scientifiche, le trasformazioni sociali e le utopie politiche che hanno segnato il secolo breve.
Storia di mia moglie (A feleségem története, 2021) di Ildikó Enyedi.
Le storie di Enyedi vedono sempre la presenza ingombrante della casualità o del destino e prendono forma passando da un genere all’altro con estrema libertà. Per esempio, i toni del fantastico e del poliziesco segnano lavori come Büvös vadász (Magic Hunter, 1994) dove ci mette lo zampino il diavolo, oppure Simon mágus (Simon, the Magician, 1999) che vede un sensitivo in azione. In altri film, la regista pone al centro esplicitamente il sentimento dell’amore, la sua difficoltà nel manifestarsi, come in Tamás és Juli (Tamás e Juli, 1997), oppure l’ingovernabilità stessa dell’amore come nel recente Storia di mia moglie (A feleségem története, 2021). La rassegna include anche il suo ultimo lungometraggio, Stille Freundin (Silent Friend, 2025), tre storie all’ombra di un albero, si potrebbe dire: siamo nel giardino botanico di una città universitaria tedesca dove si erge un maestoso albero di ginkgo biloba, testimone silenzioso di tre storie che si svolgono nell’arco di un secolo.
Tutt’altro registro, si è detto, quello prediletto dall’olandese van Warmerdam, autore di un cinema per certi versi fatto in casa, familiare, letteralmente, poiché nei suoi film ricorrente è la sua presenza anche come attore (non sempre è il protagonista), oltre che come autore dei soggetti e delle sceneggiature, talora anche delle musiche, di sua moglie, Annet Malherbe, attrice presente in pratica in tutti i suoi film, suo fratello Vincent, autore a sua volta di parte delle musiche, mentre l’altro fratello Marc è il produttore dei film. Humour nero, grottesco, modelli narrativi comuni, situazioni imprevedibili che rovesciano le aspettative, rendendo spesso vano il tentativo di afferrare l’eventuale messaggio di cui il film potrebbe essere latore, una galleria di personaggi sgradevoli e di relazioni umane fuori registro, insomma la normalità borghese sono alcune delle caratteristiche di un autore purtroppo poco noto in Italia. Si tratta di un cinema fuori dagli schemi, e lo si capisce dal suo primo lungometraggio, Abel (1984), storia di un giovane che soffre di agarofobia per cui vive recluso in casa dei genitori osservando il mondo dalla finestra. Poi entrerà in scena una ragazza che lavora in un peepshow…
Schneider vs. Bax (2015), ovvero il thriller secondo Alex van Warmerdam.
Altrettanto originale è Il vestito (De Jurk, 1996), una storia tutta basata sul percorso di un abito femminile attraverso una serie di personaggi e di situazioni assurde. In seguito alza il tiro con De laatste dagen van Emma Blank (The Last Days of Emma Blank, 2009), ambientato in una villa isolata dove un gruppo di domestici è dominato dalla padrona di casa, malata terminale. Lei è una tiranna, loro obbediscono ma un giorno si rivoltano. Crudele e bizzarro quanto basta. Inconsueto altrettanto è Borgman (2013), quasi una versione core del Teorema pasoliniano, storia di un enigmatico vagabondo che si insinua nella vita di una famiglia benestante. Il suo ultimo film è del 2021 e si intitola No.10, un affondo nel thriller e nel fantastico tout court. È la storia din un tale Günter, trovato in una foresta tedesca all’età di quattro anni e cresciuto in una famiglia affidataria. Quattro decenni dopo, conduce una vita normale: si guadagna da vivere come attore teatrale, trascorre del tempo con sua figlia Lizzy e ha una relazione con una donna sposata. Non inizia a interrogarsi sulle sue origini finché uno sconosciuto su un ponte non gli sussurra una sola parola all’orecchio, da lì viene progressivamente trascinato in una vicenda misteriosa legata a una comunità segreta.
Mostra Concorso e Visti da vicino
Dalla storia del cinema all’oggi con le due sezioni competitive, appuntamenti classici del BFM: Mostra Concorso e Visti da vicino. La prima vede confrontarsi sette lungometraggi di fiction inediti in Italia, tra cui per la prima volta un lavoro cipriota, Maricel di Elias Demetriou, segno di vitalità anche in una realtà di piccole dimensioni. Variegato il registro dei lavori in concorso, da storie nate all’ombra di conflitti come L’Étrangère di Gaya Jiji, storia di una donna fuggita dalla Siria e che prova a Bordeaux a iniziare una nuova vita oltre che a ritrovare suo figlio rimasto in patria, al tono più leggero di Skriti Ljudje dello sloveno Miha Hočevar, che mette in scena la nascita fortuita tra un turista che dopo una sbronza ricorda poco di sé e un abitante di Lubiana che lo incontra per caso e decida di aiutarlo pur non passandosela bene a sua volta.
I due protagonisti di Skriti Ljudje del regista Miha Hočevar tra i film in competizione nella Mostra Concorso.
Quattordici invece i documentari presenti nella sezione Visti da vicino, provenienti dai quattro angoli del mondo, presentando storie, ora personali ora tese a restituire scenari contemporanei e talora anche proponendo soluzioni stilistiche più sperimentali. Racconti che ci portano in giro per l’Europa, ma anche in Ecuador, in Giappone, nel Libano, in Texas. In questa sezione compare l’unica opera italiana in concorso, Padrone e sotto di Roberto-C esponente della new wave artistica napoletana. Tra le vicende più dure e drammatiche, c’è sicuramente Road 190 di Emilie Cornu e Charlotte Nastasi, che documenta del detenuto nel braccio della morte, Marbry, nel carcere di Livingston, in Texas che riflette su quello che sarà il suo ultimo viaggio che un giorno lo condurrà al luogo della sua esecuzione a sessanta chilometri di distanza. Tra le storie più sopra le righe, invece, Supernatural di Ventura Durall, storia di uno sciamano, guaritore e dei suoi poteri a cui non tutti danno credito.
Un frame del documentario Supernatural di Ventura Durall in concorso nella sezione Visti da vicino.
Quanto alla classica sezione di animazione, quest’anno il focus è su una tecnica tanto affascinante quanto complessa nella realizzazione, capace di collocarsi al confine tra cinema, incisione, fotografia e scultura, e il cui nome coincide con lo strumento con cui viene realizzata: la pinscreen. Inventata nei primi decenni del Novecento, questa tecnica si basa sull’utilizzo di un dispositivo meccanico, lo schermo di spilli, costituito da un telaio che, attraversato da una superficie piana e bianca, accoglie una matrice regolare di spilli metallici neri. L’illuminazione radente su questo schermo di spilli crea delle forme particolari che nell’animazione vengono trattate con la tecnica della stop motion. In programma tredici lavori che coprono l’intera storia di questa singolare branca del cinema d’animazione, dal primo cortometraggio realizzato con questa tecnica, Une nuit sur le mont chauve realizzato nel 1933 dagli inventori della pinscreen, Alexander Alexeïeff e, Claire Parker, e ispirato all’omonimo poema sinfonico di Modest Petrovič Musorgskij (Una notte sul Monte Calvo), a Florence Miailhe (25, Passage des oiseaux, 2023) a Pierre-Luc Granjon (Les Bottes de la nuit, 2025) e Michèle Lemieux presente con Le tableau (2024).
Le tableau di Michèle Lemieux, un’animazione realizzata con la tecnica pinscreen di un quadro Diego Velázquez, il Ritratto di Maria Anna d’Austria.
A tutto ciò vanno aggiunte altre iniziative del festival, tra cui un omaggio a Tony Curtis (quattro film tra cui A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, Usa, 1959; la Fantamaratona notturna con due cult del cinema sci-fi e horror: De dødes tjern/Lake of The Dead di Kåre Bergstrøm, Norvegia, 1958 e Venerdì 13 di Sean S. Cunningham, Usa, 1980); un tributo a Andrzej Wajda, nel centenario della sua nascita e a dieci anni della sua morte comprendente quattro film; la sezione Incontri: Cinema e Arte Contemporanea curata da The Blank, che ha per protagonista la filmmaker Elena Duque; otto film a cura della rete AFFN – Archive Film Festival Network: un’esplorazione nella nascita del cinema d’autore negli anni Cinquanta tra cui Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni (1950) e La Pointe Courte di Agnès Varda (1955); la sezione Kino Club, pensata per i giovani spettatori e che include la sonorizzazione – a cura del musicista Elio Biffi – di dieci cortometraggi del maestro dell’animazione slovacca Viktor Kubal e, infine, la la sonorizzazione dal vivo del film Gräfin Küchenfee/Countess Kitchenmaid di Rudolf Biebrach, (Germania, 1918) ad opera della violinista Virginia Sutera, per il consueto passaggio di testimone tra Bergamo Film Meeting e Bergamo Jazz Festival. Tutto il resto sul sito del festival.

