orienta60

 

di Gennaro Fucile

 

Il giorno che non c’è e poi riappare, regolare come una cometa, soggetto alle medesime leggi astronomiche: il 29 febbraio, a modo suo, è un giorno immaginario. Esiste all’interno di un patto tra noi e di una convezione formulata sulla base di un paradigma scientifico. Un giorno in più, fatto di avanzi di tempo, dovuto al movimento della Terra intorno al Sole, che dura 365 giorni e un quarto (grossomodo). Sei ore che moltiplicate per quattro creano un giorno in più, un tempo fabbricato, che trasferito sul calendario diventa un frutto dell’immaginazione umana, e come tale una sequenza temporale al cui interno sarebbe lecito immaginare la co-presenza di tempi e di universi possibili, un momento laterale della nostra esistenza. Anche inquietante, e infatti la tradizione addita l’anno bisestile come funesto, ma potremmo anche pensarlo come l’occasione per scostarsi dalla linea principale del tempo e di tutto quello che si fa di norma. Un’occasione? No, un’illusione. Al mondo della comunicazione perenne, della connessione infinita, dell’immersione totale nella Rete, dell’attività incessante del prosumer non c’è scampo. Nessuna via di fuga. Non che succeda niente di grave, non siamo in quei drammatici inferni distopici a metà strada tra Matrix e Brazil, La vita scorre con le sue malefatte, i drammi del mondo, gli accidenti e le gioie del quotidiano. Tutto ciò si verifica anche il 29 febbraio, ecco perché è un’occasione persa. Niente di diverso dal passato, se non fosse che oggi non è neanche immaginabile di potersi vedere in una zona franca dagli affanni e dagli impicci del mondo. Basta poco per rendersene conto, anche solo un messaggio di posta elettronica di carattere promozionale non diverso da tanti altri che ogni giorno bussano alla porta della nostra vita digitale. Ad esempio, a quanti hanno la ventura di rientrare nella mailing list di Apple Store, lo scorso febbraio è stato recapitato il seguente messaggio:

“L'anno bisestile ti regala 24 ore in più: sfruttale al meglio con le cinque app che ti offriamo gratis solo per il 29 febbraio. Se sei un tipo creativo, puoi approfittarne per montare quel video che avevi in testa da tempo o liberare la fantasia con un'app perfetta per i tuoi disegni; se preferisci mettere alla prova la concentrazione, puoi costruire ponti o risolvere ingegnosi rompicapo. Cerchi il relax? C'è anche l'app che creerà l'atmosfera propizia alla tua meditazione”.

Marketing, comunicazione, pubblicità, niente di nuovo. Si spara sul target senza tregua e questo è solo un colpo in più, apparentemente. Spira un’aria quasi innocente, che può far sorridere, i toni sono naïf quanto basta per essere coerentemente friendly come esige la politica di marca, il branding della casa madre, il segno vincente dell’impero di Cupertino. L’idea d’uomo che il messaggio ci restituisce rimanda a quella marxiana “società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”. Altri tempi, altri passatempi. Era il 1846 e così scriveva la coppia Karl Marx & Friedrich Engels nell’Ideologia tedesca, ma l’intuizione ha trovato conferma in seguito seppur per vie traverse, come affiora anche da questo messaggio firmato Apple. Testo animato da un’insostenibile leggerezza che ci invita a condurlo dritto nel cestino, se non fosse che dietro quell’aria tutt’al più furbetta, si cela il lato oscuro della forza, quella che ci induce a rimanere eternamente connessi. “La lubrificazione deve essere continua e ininterrotta”, diceva Totò ne I soliti ignoti e lo stesso dicasi della produzione e del consumo di informazioni, pena la messa a morte del sistema stesso. Abbiamo messo a punto strumenti dotati di un’enorme potenzialità liberatoria, capaci di far dialogare gli esseri umani, di scambiarsi finanche emozioni, e spesso, invece di donarci un intervallo, un tempo immaginario tutto nostro, non facciamo altro che penalizzare questi nuovi strumenti del comunicare, impiegandoli in attività che come fine ultimo hanno la riproduzione della nostra forza lavoro, per ridirla marxianamente, atta alla produzione e al consumo della merce informazione. Il capitalismo biologico trae vitalità da questa primigenia attività cellulare.

Da produttori di merci a consumatori di prodotti, poi da prosumer di narrazioni sulla merce a produttori e consumatori del meccanismo riproduttivo stesso dell’informazione. Tutti partecipanti al movimento indifferente di una gigantesca macchina sociale celibe. 

Non è una dinamica da sottovalutare. In fondo, è già riuscita laddove la tivù aveva fallito. Per decenni al mezzo televisivo si è imputato di aver ucciso il cinema, di aver mutato le forme di fruizione del racconto sullo schermo, di aver ucciso il sogno. Niente di tutto questo è accaduto sul serio, perché a rovinare davvero la dimensione onirica del cinema, il nostro incontro con delle autentiche visioni nell’oscurità di una sala, è bastato un device che si tiene in un taschino, facile da estrarre e consultare in qualsiasi momento durante la proiezione di un film; è stato sufficiente perché qualsiasi unità d’informazione che circola sui social network nei quali ci siamo inseriti ha la precedenza su quanto avviene nella storia che intanto scorre sullo schermo. Che spettacolo emozionante! Quasi fossimo nel bel mezzo di un concerto a base di pop romantico con il pubblico che aziona gli accendini in preda a una profonda commozione e li agita cercando di andare a tempo. Un candlelight happening versione elettronica, ecco come appaiono oggi le sale cinematografiche nel continuo accendersi dei microschermi di cellulari e tablet, bagliori che danno luogo a un insieme discreto, nell’accezione matematica non certo in quella dell’educazione, dove forse risiede anche parte del problema, perché i sistemi totalitari non hanno mai fatto a meno di una qualche forma di consenso, anche intellettuale talvolta, ma di sicuro affidandosi sempre all’ignoranza diffusa. 

In una lezione sulla voce “Libro” tenuta a Buenos Aires, all’Università di Belgrano nel 1978, Jorge Luis Borges ricordò un passo di sant’Anselmo: “Mettere un libro in mano a un ignorante è pericoloso quanto mettere una spada in mano a un bambino”. 

Ora sostituite libro con cellulare… ma fatelo presto, prima che vi arrivi un nuovo post.