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VISIONI / WARM BODIES


di Jonathan A. Levine / Mandeville Films, 2013


 

Cuore caldo in corpo caldo

di Marco Meloni

Barbara e suo fratello Johnny sono soli in un cimitero. Fanno visita al loro defunto padre, ma nessuno dei due sembra particolarmente interessato alla cosa. Anzi, Johnny scherza sulla morte come un bambino dietro i suoi grandi occhiali neri, e Barbara ne è evidentemente infastidita. Come molte eroine dell’horror, percepisce chiaramente che qualcosa non va ma rimane immobile in attesa degli eventi. Un attimo dopo, ecco arrivare un uomo che cammina in maniera scomposta verso di loro. Non si capisce perché ma li attacca, cerca di far loro del male. Johnny muore subito, Barbara si rifugia in una vecchia casa mentre dalle colline circostanti arrivano lenti e inesorabili altri aggressori.

È l’inizio di un incubo, di un assedio, della nascita, nel 1968, degli zombie di Romero. Esseri esteticamente ripugnanti, goffi nei movimenti ma spesso dotati di grande forza. E che fanno del loro numero l’arma vincente. Orde infinite di mani, denti alla ricerca di carne umana o cervelli di cui cibarsi; eserciti e schiere che sanno sfondare porte e finestre, che non temono la morte perché già vissuta come condizione quotidiana, quasi naturale.

Un concetto in fondo molto semplice: tanti assalitori, poco umani, anzi umani che progressivamente si disumanizzano, che cercano di colpire ciò che è ancora sano, ancora puro, per contaminarlo. Anche per questo, molti predicatori delle regioni centro-meridionali degli Stati Uniti, quelli delle città in cui vi è un unico spaccio, due gelaterie e una signora che sorseggia limonata sulla sua veranda, amano associare questi putridi non morti ai comunisti, a quei viscidi traditori della patria che il senatore Joseph Raymond McCarthy ha giustamente combattuto negli anni Cinquanta.

Uno zombie è una creatura che fa ribrezzo, che terrorizza senza alcuna attenuante o possibilità di mitigare l’orrore che porta con sé. Non promette una vita eterna come il vampiro, non cerca spose e non teme la solitudine del tempo. Le vittime dei suoi assalti per lui sono solo cibo, carne fresca. Al massimo, può rendere la sua vittima uno zombie come lui, condannandolo a esprimersi a grugniti e deambulare in modo sgraziato per le colline alla ricerca di una donna rinchiusa in una vecchia casa.

Un vampiro possiede il fascino senza tempo della seduzione e della lussuria, un licantropo esprime la passione primordiale, l’istinto animale che domina la ragione; persino una mummia sa essere più intrigante di un non-morto che si fonde e confonde con i suoi simili mentre assale una vittima.

Il cinema ha sempre mantenuto questa “immagine classica”, proponendo diverse varianti ma senza modificare mai lo schema e il cuore del personaggio. Uno zombie può essere frutto di una contaminazione nucleare, di un virus, di magia nera. Può mangiare solo il cervello, tutto il corpo, o il cuore. Può camminare goffamente o essere velocissimo e forte, poiché l’alterazione l’ha reso molto più potente di prima. Ma si muove sempre in gruppo, è sempre fastidiosamente brutto e inquietante, non offre nulla alla sua vittima se non l’orrore di una morte straziante.

In questi ultimi quindici anni, con una frequenza molto meno elevata di altre figure dell’immaginario collettivo, quali ad esempio i vampiri o i licantropi, anche sui non-morti si è tuttavia cercato di riflettere, di cambiare prospettiva nella narrazione. Ecco così che gli zombie possono divenire dei mostruosi ma simpatici schiavi domestici (Fido di Andrew Currie, 2006), o degli adolescenti alle prese con l’improbabile desiderio sessuale (Maial Zombie di Mathias Dinter, 2004). C’è anche chi, come Zack Snyder in L'alba dei morti viventi (2004) pur riproponendo lo schema classico del film di Romero e dei suoi molti remake, a un certo punto decide di cambiare le carte in tavola: persone rimaste chiuse in un supermarket, con ogni genere di alimento a disposizione e armi per un esercito, diventano immotivatamente violente e si divertono a creare nuovi e sempre più sadici modi per sterminare l’orda di nemici che hanno davanti, che però agiscono non per volontà ma per il desiderio incontrollabile di nutrirsi. Si finisce quasi per parteggiare per gli aggressori, anche se finalmente si risolve il problema delle povere fanciulle indifese che non sanno proteggersi da esseri lentissimi e privi di raziocinio, pur avendo a disposizione tecnologie, armi e cibo.

Warm Bodies di Jonathan A. Levine è un film molto diverso dai precedenti. Non solo perché il protagonista della storia è uno zombie, R, che ci racconta in prima persona e con grande ironia la sua quotidianità; ciò che cambia è che, per la prima volta, essere uno zombie non è una condizione permanente di mutazione negativa, un decadimento irrimediabile dell’essere umano. È piuttosto uno status transitorio, che può, come un ipotetico bivio, portare alla completa negazione della propria umanità o a una riscoperta della stessa. Si può scegliere l’istinto, la violenza, la fame; o l’amore, il sentimento, la voglia di emozionarsi. E in quest’ultimo caso, forse in maniera naïf, contagiare con la propria visione chi ancora non ha scelto su quale strada incamminarsi.

La trama è semplice: un giorno, mangiato il cervello del ragazzo di Juliet, R se ne innamora perdutamente e decide di vivere con lei una storia d’amore impossibile, fatta di carezze, incomprensioni, paura reciproca. Lui è uno zombie buono, capace di emozioni e di risvegliare sentimenti in molti dei suoi compagni, ma vi sono anche altri non-morti decisamente ostili e pronti a uccidere, poiché ormai completamente perduti nella loro mostruosità. Ecco quindi che sarà costretto a dimostrare la sua unicità, a mettere più volte alla prova il suo sentimento per poter far trionfare l’amore. Il finale è ovviamente dolce e pieno di speranza, come da copione per un film romantico adolescenziale.

Il protagonista, Nicholas Hoult, è un bel ragazzo che vive, anche se da morto, l’amore di un teenager. E, come l’Edward Cullen di Twilight, è diverso in senso positivo. Intrigante, sensibile, ribelle. Poco incline alle regole del mondo in cui vive, osteggiato dal padre della sua bella, spesso istintivo ma capace di sacrificio e di amore per le persone a cui tiene. Un mix esplosivo di occhi azzurri e carattere ribelle, capace di conquistare le adolescenti e far sorridere le ragazze più mature. Alla controparte maschile basta l’azione, comunque presente nella pellicola, e lo scontro fra non-morti buoni e cattivi.

Un personaggio talmente di successo, il bel R, che nuovi prodotti mediali cercano di seguirne l’esempio, e di catturarne il pubblico. Ecco quindi la nascita della serie tv In the flesh, che racconta il difficile reinserimento sociale di Kleren, un ragazzo zombie che vuole tornare umano. E che, un poco Pinocchio, un poco ragazzo difficile da serial inglese, vive in modo contrastato il cambiamento, sempre combattuto fra bene e male, fra mainstream e valori underground. Si è ucciso nel 2009, e come lui, molti morti di quell’anno sono risorti. La sua “Sindrome di Morte Parziale” può essere curata come una qualsiasi patologia psicologica, e nascosta agli occhi del mondo con molta crema coprente e un buon fondotinta. Kleren è in fondo un ragazzo normale che esce da una clinica di riabilitazione, e che come tale ha difficoltà a farsi accettare dalla sua famiglia e dalla sua comunità, perché ormai ritenuto impuro, diverso, infettato. Una comunità piccola, che vive nel terrore che i morti tornino ancora una volta a massacrare i vivi, e che si difende violentemente con una propria milizia privata tramite raid e spedizioni punitive.

Un tono più cupo che però mantiene alcuni elementi importanti di Warm Bodies: un protagonista per il quale si parteggia, un’umanità presente più nel mostro, nel diverso, che nell’uomo comune, la voglia di mostrare una via insolita al bene che non segue gli schemi tradizionali ma si contamina anche di esperienze negative. Perché il vero “calore” non risiede nella rettitudine assoluta ma nella capacità di scelta, dopo un proprio iter catartico personale.

Fondamentalmente, R e Kleren sono ciò che tutti gli adolescenti, e non, pensano di essere. Persone che sbagliano, che non scelgono sempre la soluzione migliore ma esplorano il mondo, non si lasciano assoggettare da dogmi e da messaggi prestabiliti dalle generazioni precedenti. Vivono sulla loro pelle i propri errori, gli stessi errori che li mettono in difficoltà, impedendo loro un facile processo di integrazione con gli altri e con il mondo che hanno di fronte. Sanno tuttavia anche usare il cuore, manifestare affetto e amore, dimostrarsi migliori dell’immagine che la società ha di loro. Il cervello e la razionalità non sempre sono così importanti per questi nuovi zombie adolescenti. O meglio, possono essere un ottimo pasto da consumare prima della loro prossima avventura.

 


 

VISIONI

  Currie A., Fido, Lions Gate Films, 2006.
Dinter M., Die Nacht der lebenden Loser (Maial Zombie, anche i morti lo fanno, 2005), Highlight Film, 2004.
Levine J.A., Warm Bodies, Summit Entertainment, 2013.
Romero G.A., Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi), Market Square Productions, 1968.
Snyder Z., Dawn of the Dead (L'alba dei morti viventi, 2005), Laurel Group Inc., 2004.