Valerio Evangelisti, the dark side of Eymerich di Carmine Treanni

 


Che cos’è per lei la fantascienza?

Io sono convinto che in tutta la letteratura di genere, la fantascienza sia stata la regina assoluta, e sicuramente la più prossima, pur nella sua diversità apparente, alla letteratura generale, ma non generica, cioè mainstream, ma alla letteratura alta. Se prendo uno scrittore di gialli, ma anche di un noir tradizionale, mi è difficile pensare ad un qualsiasi rapporto con la letteratura generale, mentre con la fantascienza il rapporto diventa facile. Per esempio, c’è stato il recupero di uno scrittore come Philip Dick, considerato uno scrittore di fantascienza solo una ventina di anni fa, e oggi apprezzato come uno scrittore tout court. La fantascienza è una letteratura capace di indagare anche sulla società e sull’uomo. È uscita dall’ambito strettamente letterario, fino ad impregnare letteralmente tutto il nostro immaginario, indebolendo fortemente l’oggetto letterario. Questo vuol dire una supremazia assoluta nel campo della narrativa di genere, ed una assoluta appartenenza alla cultura del nostro tempo.

Da molti anni, lei conduce una battaglia per dare dignità, nel nostro Paese, alla Letteratura di genere, spesso mal volentieri vista dai critici cosiddetti ufficiali. Qual è il suo rapporto con la critica?

Di solito leggo le critiche e ne tengo anche conto nel mio lavoro. Le stroncature totali, però, sono state davvero pochissime, forse una o due. In generale, la critica ufficiale non parla male di me, anche se in realtà c’è una buona metà che mi ignora, che si comporta come se io non esistessi. Capita, magari, che un critico non mi indica tra gli autori interessanti del momento. In passato, comunque, quando ho cominciato a scrivere, i miei romanzi non venivano recensiti, se non sulle fantine, le riviste degli appassionati. Curiosamente, quando venne pubblicato Nicolas Eymerich, l’inquisitore,uscirono due recensioni: la prima sul Manifesto e la seconda su Avvenire. Due quotidiani certamente su posizioni diverse. Non mi interessa, comunque, essere celebrato dalla critica, anche perché i miei temi non sono gradevoli per tutti. Per quanto riguarda la critica letteraria di genere, anche lì ci sono state posizioni diverse, anche se hanno comunque dovuto tener conto della mia esistenza. In alcuni casi, è emerso uno sgradevole atteggiamento di invidia, in anni in cui non ero poi così invidiabile. Certo, avevo avuto più successo di altri, pubblicando sulla rivista Urania della Mondadori tre romanzi di seguito, però non avevo una nulla di più, e per vivere continuavo a lavorare. Nel campo della fantascienza, comunque, la maggior parte di quelli che hanno scritto di me sono stati leali, e mi riferisco soprattutto al gruppo con il quale ero entrato in contatto, come ad esempio Vittorio Curtoni, il direttore della rivista Robot.

La parola chiave della sua narrativa sembra essere “contaminazione”: soprattutto dei generi e dei linguaggi. I suoi primi romanzi sono apparsi in collane di genere e spesso vengono classificati come tali, ma in realtà sono molto poco classificabili. È così?

Mi spaventerebbe pensare che i miei romanzi siano facilmente etichettabili. Fin dall’inizio, Vittorio Curtoni, disse, a proposito dei miei romanzi di Eymerich, che non era fantascienza, ma che era anche fantascienza. Ritengo che in una fase in cui la letteratura non di genere esprima abbastanza poco, la letteratura di genere - che è massimalista, perché contiene grandi idee, concetti e visioni – sa affrontare problemi che la letteratura non di genere normalmente trascura. Io ho tentato di scrivere romanzi costruiti sulla base di tutti i generi letterari. In alcuni romanzi, ad esempio, ci sono anche aspetti horror. In pratica, ho tentato di trasfondere nella mia scrittura tutto ciò che avevo letto e con cui mi ero formato, quindi anche della letteratura di genere.



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