LETTURE  / I DISPIACERI DEL VERO POLIZIOTTO


di Roberto Bolaño / Adelphi, Milano, 2011 / pp. 304, € 19,00


Un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma

di Livio Santoro

 

Fin troppo facile parlare di labirinto, fin troppo immediato raccontare di un romanzo costruito come il bizzarro susseguirsi di porte che si spalancano rimanendo aperte alle nostre spalle o che restano socchiuse lasciandoci intravedere in lontananza una lama di luce sottile. Un susseguirsi di corridoi in penombra, testardi e impertinenti, di stanze vuote in cui poco alla volta raccogliere una serie di frammenti per poi costruirci una storia. Una serie di frammenti da cementare con un collante forte, o da legare a un filo coerente; un filo che, per abusare ancora della metafora del labirinto con cui stiamo cominciando, indichi una via d’uscita (o un’interpretazione delle cose, che poi per il lettore e per il commentatore di un romanzo sono la stessa cosa). Troppo facile richiamare alle biforcazioni borgesiane, o ai nascondimenti di Julio Cortázar. Anche se senza dubbio il modello c’è, ed è forte; tuttavia non è di questo che vogliamo parlare. Quanto succede ne I dispiaceri del vero poliziotto non è, infatti, solo il richiamo dovuto a una tradizione già gonfia (tuttavia mai satura) e proverbiale dalle parti del Río de la Plata e nelle zone lì attorno: quella tradizione del poliziesco che parte da Paul Groussac per arrivare fino a Juan Sasturain e Carlos Gamerro, per dirne solo due (sul tema si veda Tassi e De Laurentiis, a cura di, 2009; Santoro 2010). È vero, Roberto Bolaño rilancia sulla medesima tradizione, oltrepassando anche gli eccessi intellettivi ed intratestuali di Don Isidro Parodi (Borges e Bioy Casares, 1996), così che il detective, il poliziotto, non sia più nella narrazione, seppure in quel caso rinchiuso nell’angustia di una cella, ma all’esterno di essa. Come un personaggio che sta fuori, che non si trova sfogliando le pagine: è il lettore, e lui soltanto.

In effetti è pur vero che tra Bolaño e il suo lettore c’è sempre stato un rapporto di reciproca onestà oltre che di dipendenza, molto più intenso di quanto avviene con altri autori. Ma alla luce de I dispiaceri del vero poliziotto, romanzo postumo recentemente tradotto per i “Fabula” di Adelphi, questa dichiarazione si inonda di sfumature nuove, di prospettive fertili e allo stesso tempo disarmanti. Sì perché in questo caso lo scrittore ha messo sulla carta frammenti di storie, e il lettore è stato consapevolmente chiamato a farne un puzzle, a dar loro coerenza, una qualsiasi. Tanto che l’autore non si nasconde dietro a non detti, a silenzi o a passaggi taciuti. Non costruisce un dramma sottile rintracciabile sotto l’apparenza del caos (come avviene invece in altri autori omologhi del nostro). Questo rapporto, infatti, e con esso il concetto che vi sottende, sembra quindi non basarsi sulla trama, sembra non voler cercare la coerenza interna di un racconto ordinario o l’incoerenza di facciata che struttura il poliziesco.

Proprio perché ne I dispiaceri la trama (canonica) non c’è, tutto qui. Per di più verrebbe da dire che ce ne sono innumerevoli: una serie frenetica di pezzi di trame diverse, di accessi che danno su altri ambienti di un nuovo edificio. Come se fosse possibile entrare a novembre dalla porta sul retro di una stazione di servizio in una statale messicana per poi uscire in primavera nei giardini di Villandry, o viceversa. È facile perdersi in Bolaño, anzi è normale. E questo anche perché è stato esattamente l’indistinto lettore ad aver definitivamente costruito il romanzo di cui stiamo parlando. E non solo a posteriori, con la sua necessaria ermeneutica successiva (questo capita ad ogni libro, e lo sappiamo).

Sicché il riferimento interpretativo diventa non solo una questione posteriore da sbrigare attraverso la soggettività del lettore, ma diventa una questione anteriore proveniente sì da una disposizione del lettore stesso, ma soltanto quando questi ancora non s’è fatto tale. In tal senso il labirinto con cui abbiamo aperto ha una caratteristica ben più ampia di quanto già si potrebbe presupporre. Esso è infatti una scatola che sta dentro a un’altra scatola e ancora dentro a un’altra scatola, come “un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma” per riprendere alcune famosissime parole di Winston Churchill che (è vero!) qui non c’entrano proprio niente. In tal modo il rebus diventa il libro di cui stiamo parlando, il mistero si trasforma nell’opera completa dello scrittore, mentre l’enigma diviene quella cosa più grande che sta attorno a tutto, che per comodo abbiamo imparato a chiamare realtà, e che in un modo o nell’altro determina il rebus, l’enigma e pure tutto il resto.

Ecco finalmente: Roberto Bolaño, con l’aiuto della morte (e di coloro che hanno raccolto una serie di fogli sparsi sul suo comodino e di file salvati con nome nel suo personal computer per farne un unico libro), ci ha reso possibile dire quanto stiamo dicendo. Sì, perché l’edizione del nostro libro non l’ha decisa l’autore soltanto; con lui l’hanno decisa la morte prima (che gli ha impedito di concludere il romanzo) e successivamente un’indistinta pletora di suoi parenti-editors (pletora che ha concluso di dare un titolo unico a una serie di frammenti legati da una solida coerenza, una delle tante). È pure vero, probabilmente, che Bolaño non se ne avrebbe a male di tutto questo, che sarebbe d’accordo con quanti hanno messo una numerazione consecutiva alle sue ultime pagine. Da più parti, infatti, si elargiscono garanzie di veridicità e di appropriatezza di un lavoro di editing particolarmente elaborato ma di per sé legittimo. È fuor di dubbio, si dice, che se Bolaño avesse pubblicato di sua mano il libro, questo sarebbe stato, se non identico a com’è, perlomeno molto simile.

E poi c’è un altro fatto che i lettori, gli editori e gli emuli di Bolaño già costatano di per sé: lo scrittore, immaginando e componendo quello che poi sarebbe diventato I dispiaceri del vero poliziotto, riprende molti temi già trattati in precedenza, recupera personaggi già conosciuti altrove, scenografie già calcate, figure familiari. In sostanza, lo scrittore ha raccolto numerosi frammenti del passato, e ne ha fatto una narrazione nuova (e solo successivamente è subentrata la mano dei lettori-editors-autori). Per avere idea di quanto si sta dicendo, si prendano gli accenni di Chiamate telefoniche (Bolaño, 2000), i crepacci de I detective selvaggi (Bolaño, 2009) e l’inesauribile 2666 (Bolaño, 2010); ognuno di questi libri, o meglio alcuni frammenti di ognuno di questi libri sono entrati con garbo, e senza dubbio chiedendo anche permesso, all’interno dei Dispiaceri.

Proprio in questo senso un libro, e adesso concludiamo con tutti questi giri, che già di suo è un rebus, si trova iscritto non soltanto nominalmente all’interno del mistero, ossia dell’opera caotica dello scrittore cileno (a ragione giudicata labirintica da molti). E allo stesso modo quest’ultima sta in quell’enigma maestoso che è la nostra realtà (un labirinto dentro un labirinto che sta dentro a un altro labirinto), un enigma in cui un esercito di interpreti frenetici cerca di trovare un posto da dare ai romanzi, alle narrazioni, attraverso la fissazione dei generi e degli stili. Ad ognuno il suo modo di perdersi, si direbbe.

 


 

LETTURE

Bolaño Roberto, Chiamate telefoniche, Sellerio, Palermo, 2000.

Bolaño Roberto, I detective selvaggi, Sellerio, Palermo, 2009.

Bolaño Roberto, 2666, Adelphi, Milano, 2010.

Borges Jorge Luis e Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per Don Isidro Parodi, Editori Riuniti, Roma, 1996.

Tassi Loris e De Laurentiis Antonella, Inchiostro sangue. Antologia di racconti e saggi del Río de la Plata, Arcoiris, Salerno, 2009.

Santoro Livio, Inchiostro sangue. Quante trame ha un racconto poliziesco?, https://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero26/bussole/q26_b07.htm.