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LETTURE / Benvenuti su Marte di Ken Hollings
Indietro nel futuro,
quando se ne vedevano di tutti i colori

di Roberto Paura
Uno dei più celebri incipit della fantascienza viene dal Neuromante di William Gibson: “Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto”. Era un manifesto, nella sua icasticità, nel suo pessimismo anni Ottanta: niente cielo azzurro (all’epoca non lo era nemmeno quello sopra Berlino nel film di Wim Wenders, di tre anni successivo), niente cielo stellato, nemmeno una bella televisione a colori. Eppure, il cielo era ben più grigio, forse anche nero, nel 1954, quando nei negozi americani vennero messi in commercio i primi tv color, e i canali televisivi a stelle e strisce iniziarono le loro trasmissioni a colori. Il futuro sembrava ben più vicino di quanto non fosse nel 1984 (la data di Neuromante, ma anche il titolo del romanzo di George Orwell), o persino oggi, dove Internet, i telefoni cellulari, i Gps, gli e-book e la tecnologia touch-screen farebbero la gioia di un qualsiasi futurologo degli anni Cinquanta. Eppure è così:  lo scrittore inglese Ken MacLeod ne parlò nel 1998 in un suo articolo dal significativo titolo La fantascienza dopo che il futuro se n’è andato. Ma dov’è andato, il futuro? Probabilmente su Marte, il simbolo di quel destino che sembrava chiamarci dalle stelle il giorno in cui, nel 1957, iniziò l’era spaziale, e tutto sembrava possibile e raggiungibile. Il futuro è ancora lì ad aspettarci, con i suoi sogni di colonie marziane, di nuove vite e possibilità per tutti: la nuova frontiera americana, l’ultima.

Perché il cielo era nero e il mondo a colori, negli anni Cinquanta? Ce ne parla un eccentrico scrittore inglese in un saggio molto sui generis (il lettore non si aspetti note di riferimento alle citazioni nel testo) tradotto in Italia qualche mese fa. Il titolo la dice lunga: Benvenuti su Marte. L’autore, Ken Hollings, compie un incredibile excursus nel decennio per eccellenza del “mito americano”, quello del boom economico che in Italia potevamo solo sognarci. Un decennio iniziato in realtà un po’ prima, nel 1947, l’anno del primo volo supersonico e del primo disco volante. Espressione coniata da un posato uomo d’affari con il pallino del volo che, dalla cabina del suo velivolo privato, scorse una mattina nove oggetti non identificati schierati nei pressi del Monte Rainier, nello stato di Washington. Nemmeno il tempo di stupirsene che un mese dopo uno di questi dischi precipitava in una fattoria alla periferia della cittadina di Roswell, nel Nex Mexico, permettendo addirittura il recupero di corpi alieni. Verità? Fantascienza? Domande lecite per quegli anni dove il confine tra realtà e fantasia venne per la prima volta abbattuto. Se ne era accorto anche il nostrano Tommaso Pincio, romanziere di successo, in un volume incredibilmente simile nelle premesse e nelle conclusioni a quello di Hollings, a esso precedente: Gli alieni: dove si racconta come e perché sono giunti tra noi (2006). Prima di analizzare i punti di contatto tra le teorie dei due autori, sarebbe opportuno riconoscere la matrice comune che, guarda caso, emerge proprio negli anni Cinquanta: l’opera di Philip K. Dick. Non c’è dubbio che nel mondo dell’LSD, degli alieni spioni, dell’incubo nucleare, della psicosi di massa, Dick ci sguazzò a lungo. E quell’atmosfera irreale del decennio d’oro degli Stati Uniti si ritrova pressoché in tutti i suoi racconti, e nei primi romanzi, tra tutti Tempo fuor di sesto (1959), che non a caso fin dal titolo accennava alla peculiare caratteristica degli anni in cui fu scritto.

Ragle Gumm, il protagonista, vive proprio in una di queste cittadine preconfezionate che Ken Hollings descrive nelle prime pagine di Benvenuti su Marte: “Le case, le strade e i cortili distribuiti in schiere ordinate; di notte, una struttura di lampioni e vialetti in una griglia perfettamente disposta” (Hollings, p. 13). È Levittown, la prima cittadina progettata da William J. Levitt, agente pubblicitario e immobiliare artefice di quel mito della “middle-town” che Hollings definisce Suburbia. Gli abitanti di questa città-modello immaginata (mica tanto) da Dick costituiscono la comunità-modello degli anni Cinquanta, come scrive Pincio: “Gli uomini dovevano essere tutti d’un pezzo e indossare austeri completi di flanella grigia. Alle donne era invece richiesto di avere sempre il sorriso stampato sulle labbra e di vestire abiti inequivocabilmente femminili”. (Pincio, p. 111). È quella che Pincio definisce la ‘generazione silenziosa degli anni Cinquanta’. La massima aspirazione? Un lavoro dignitoso, una famiglia, un tetto sulla testa, un’automobile e gli ultimi modelli di elettrodomestici che in quegli anni inondano l’America: microonde, lavatrici, aspirapolvere Hoover, lavastoviglie, e naturalmente l’immancabile tv, possibilmente color, e possibilmente capace di captare il segnale conelrad, che il presidente Truman aveva istituto nel 1951 per diffondere tramite speciali frequenze radio l’allarme generale in caso di attacco atomico. Ancora prima di Hollings e Pincio, Carlo Pagetti, docente di letteratura inglese ed esperto dickiano, scriveva così nella sua introduzione a una recente edizione italiana del romanzo:

“Quale futuro può partorire, infatti, il decennio della guerra fredda e della minaccia nucleare, dei sensi di colpa originati dall’uso della bomba atomica sulle città giapponesi nell’agosto del 1945 e degli incubi dell’invasione aliena? Un futuro fatto di altri conflitti condotti su scala planetaria, di operazioni segrete, di lavaggi del cervello, di violenze non solo belliche, ma anche psicologiche. Benvenuti nell’universo paranoico di Tempo fuor di sesto, ovvero nella tranquilla cittadina di Old Town” (Pagetti, 2006, p. 10).

Eccola qui, la matrice originaria. Ecco qui condensati, nel romanzo forse capolavoro dell’autore più anticonvenzionale della letteratura di fantascienza, tutti gli ingredienti della psicologia di massa dell’America anni Cinquanta narrata da Pincio e Hollings. Così penetrante, Dick, che nel suo romanzo mette in scena la più inquietante della associazioni mentali che occupa la mente del cittadino medio americano: l’equazione bomba atomica = disco volante. Tra tutti i temi trattati da Hollings nel suo multiforme volume, questo forse non è il più approfondito ma è quello che condivide con le tesi di Pincio e con il romanzo di Dick, evidenziando così un aspetto  ancora poco studiato dell’immaginario di massa degli anni Cinquanta. Il gioco a premi che Ragle vince invariabilmente da due anni s’intitola “Dove si troverà l’omino verde?”. È un rompicapo che consiste nello scoprire dove i marziani andranno a sbarcare la prossima volta, così da permettere alla Terra di schiacciare l’invasione prima che abbia inizio. Ragle è il migliore, e con i premi settimanali del giornale che organizza il concorso si guadagna da vivere. Ma gli omini verdi sono molto più reali di quanto gli sembri: sono in realtà le bombe atomiche che il Nemico si appresta a sganciare sugli Stati Uniti. Benvenuti su Marte getta una luce nuova sul soggetto di Dick: rivela infatti che, nell’estate 1958 (un anno prima dell’uscita di Tempo fuor di sesto), la Commissione per l’energia atomica e la Rand Corporation – il vertice del complesso militare-industriale americano – propose di “utilizzare chiaroveggenti nel tentativo di prevedere i luoghi che i russi bombarderebbero in caso di guerra” (Hollings. P. 211). Impossibile che Dick non abbia saputo qualcosa di questa storia, subito di pubblico dominio, e che, con la sua mania per i pre-cog, non l’abbia sfruttata per il suo romanzo. E chi ci dice, del resto, che la Rand non abbia invece preso l’idea proprio da Dick? Del resto i pre-cog e le loro capacità chiaroveggenti erano stati protagonisti di numerosi suoi racconti, tra cui Non saremo noi (The Golden Man, 1954) e Rapporto di minoranza (Minority Report, 1956) – per citare solo i più famosi, apparsi anche al cinema – su due riviste di fantascienza di gran successo: If e Fantastic Universe. I militari avevano già dimostrato di prendere molto sul serio queste riviste: nel 1944 John W. Campbell jr, il celeberrimo direttore di Astounding Science Fiction, rivista che vantava centocinquantamila lettori fissi (tra cui, sembra, Albert Einstein), fu messo sotto torchio per mesi interi dall’FBI dopo aver pubblicato un racconto sulla bomba atomica con descrizioni “un po’ troppo vicine alla realtà attentamente controllata del progetto Manhattan per essere ignorate”. (Hollings, p. 70).

Il mondo della fisica nucleare americana si era già interessata degli UFO al loro primo apparire. Era stato Enrico Fermi, conversando sull’argomento nell’estate 1950 nella mensa di Los Alamos con Edward Teller, Herbert York ed Emil Konopinski, ad uscirsene con il famoso quesito: “Dove sono tutti quanti?”. Si riferiva, naturalmente, agli omini verdi. Della cosa, in realtà, Los Alamos si era già occupata l’anno precedente in un convegno di due giorni. In quella sede Edward Teller, futuro padre della bomba H, che era stato testimone oculare di un avvistamento, aveva sostenuto che si trattasse di fenomeni naturali (Hollings, p. 52). Probabilmente doveva avere anche qualche rimorso di coscienza. Non era forse vero che i dischi volanti avevano fatto la loro apparizione solo due anni dopo l’esplosione della prima bomba atomica? L’Aeronautica Militare statunitense decise di vederci chiaro sulla questione e nel gennaio 1948 aprì un’inchiesta, denominata “Project Sign”, che comprendeva tra l’altro la seguente ipotesi: “… che con l’ausilio di potenti telescopi gli astronomi marziani avessero potuto vedere quel che era accaduto ad Alamogordo e Hiroshima, in quanto al momento delle esplosioni la posizione di queste due località era tale da poter essere osservata dal pianeta rosso” (Pincio, p. 66; cfr. anche Hollings, p. 53). Perciò, i marziani avrebbero deciso di imbarcarsi alla volta della Terra.

Gli americani, per dirla tutta, agli omini verdi sembravano non crederci affatto, perlomeno all’inizio. Un famoso sondaggio Gallup del 1947 rivelava che la maggior parte dei cittadini fosse convinta che i “dischi volanti” nascondessero nuove diavolerie militari, probabilmente nucleari, e solo il 9% prendeva in considerazione l’ipotesi extraterrestre (Hollings, p. 54; cfr. anche Pincio, p. 62).

Alla fine, anche le bombe nucleari e i dischi volanti riuscirono a ritagliarsi il loro spazio nella convenzionalità piccolo-borghese della famiglia americana. Della spaventosa annichilazione dell’atollo Bikini, nelle isole Marshall, non rimase ricordo se non quello dell’omonimo costume da spiaggia lanciato lo stesso anno da un provocatorio stilista francese, e che dopo un po’ di resistenze dettate dal buon gusto conformista entrò nelle case di tutte le giovani occidentali. E solo un mese prima dell’avvistamento di Kenneth Arnold, la rivista Mechanix Illustrated metteva in copertina proprio un “disco volante” (testuali parole) pubblicizzato come futura utilitaria di ogni famiglia per i proprio spostamenti: “Trasforma il giardino di casa in un aeroporto”, si legge in calce a un’immagine dove è possibile ammirare due normalissimi signori in giacca e cravatta che, a bordo del loro disco rosso luccicante, sorvolano una deliziosa villetta con tanto di moglie che agita la mano come stesse salutando il marito di ritorno dal lavoro” (Pincio, p. 76). In un’epoca in cui la tecnologia sembrava poter realizzare tutto, anche l’impossibile, astronavi aliene e bombe atomiche potevano in fin dei conti essere ridotte al rango di meri elettrodomestici. L’annunciatore televisivo che descrive agli americani il miracolo sovietico dello Sputnik azzarda un rassicurante parallelismo: “Fino a due giorni fa quel suono non era mai stato sentito sulla Terra… improvvisamente è diventato parte integrante della vita del Ventesimo secolo come il ronzio dell’aspirapolvere” (cit. in Hollings, p. 176). Allora, perché non usare le armi nucleari come grandi scavatrici? Nell’agosto 1952 la rivista Popular Mechanincs la considerava un’ipotesi più che realistica: “Sta arrivando il momento in cui dovremo ricostruire il sistema solare… Dovremo aver la necessità di riadattare i pianeti e in alcuni casi ricostruirli… sfruttando la potenza dell’atomo” (cit. in Hollings, p. 94). Sull’argomento, in realtà, gli autori dell’articolo erano in buona compagnia. Edward Teller fu il più tenace assertore dell’utilizzabilità delle bombe atomiche per scopi di ingegneria planetaria. Nel 1958 Teller era giunto in Alaska per lanciare l’operazione Plowshare (Aratro): come prima dimostrazione, si sarebbe portata a termine “… la creazione di un porto in acque profonde a Cape Thompson – uno dei punti più a nord e meno accessibili dell’Alaska – facendo saltare istantaneamente in aria oltre 53 milioni di metri cubi di terra e roccia con più bombe all’idrogeno” (Goodchild, 2009, p. 363). Successivamente, Teller si spinse a progettare l’apertura di un nuovo canale adiacente a quello di Panama sfruttando bombe H per un totale di 16,7 megatoni. Non amava lasciare una possibilità teorica sulla carta; era dell’idea che presto o tardi si sarebbe riusciti a “sparare contro la Luna… per osservare quale tipo di perturbazione potrebbe provocare” (cit. in Ivi, p. 364). La sua ‘ingegneria geografica’ veniva così sintetizzata ai giornalisti che gli chiedevano di cosa si trattasse: “Se la vostra montagna non è al posto giusto, spediteci una cartolina”. (cit. in Ivi, p. 367; cfr. anche Hollings, p. 156).

In un mondo così pieno di “apprendisti stregoni” pronti a giocare con l’atomo come con le biglie, il cittadino medio americano decise di rinchiudersi nel conformismo per cercare di lasciare fuori dalla porta di casa le spaventose conseguenze di un futuro precocemente realizzatosi. Non c’è dubbio quindi che Carl Gustav Jung fosse nel giusto quando elaborò la sua famosa teoria sull’origine psicotica degli UFO. Nel suo saggio Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, scritto nel 1958, Jung sostenne appunto che, per esorcizzare le paure di una morte proveniente dal cielo sotto forma di bombe nucleari, proprio nel cielo la società americana cercasse il deus ex machina che la mettesse in salvo dall’apocalisse atomica (cfr. Pincio, pp. 25-32; Hollings, p. 212).
Quando poi i dischi volanti fecero retromarcia, il loro posto fu preso dagli allucinogeni, dall’LSD, da mille droghe sintetiche (ironicamente, testate dalla CIA per anni su ignare cavie civili per esplorare nuovi metodi di controllo delle masse, mentre divennero, invece, la via di fuga preferita dalla società di massa). La televisione a colori, che aveva aperto la strada di un radioso e precoce futuro, ne spense anche le immature speranze. Quando, nel 1976, le televisioni di tutto il mondo trasmisero le prime immagini a colori della superficie di Marte raccolte dalla sonda Viking, lo scrittore di fantascienza L. Sprague de Camp guardò sottecchi il collega Isaac Asimov con il quale condivideva la poltrona da cui assistevano allo spettacolo, e sbottò: “Deserto e crateri! Perché non ci abbiamo mai pensato?”. Quel giorno, il futuro finì.



Letture
× Dick P.K., Time Out of Joint, 1959; tr. it. Tempo fuor di sesto, Fanucci Editore, Roma, 2006.
× Goodchild P., Edward Teller. The Real Dr Strangelove, 2004; tr. it. Il vero dottor Stranamore.
Edward Teller e la guerra nucleare
, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
× Jung C. G., Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, Boringhieri, Torino, 2004.
× McLeod K., Science Fiction after the Future Went Away, 1998;
tr. it. La fantascienza dopo che il futuro se n’è andato, in “Carmilla” n. 6, giugno 2004.
× >Pincio T., Gli alieni. Dove si racconta come e perché sono giunti tra noi, Fazi Editore, Roma, 2006.