Stan TraceyJeff ClyneNucleusGilgameshClyne

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di Claudio Bonomi
L'elastic bass
di Jeff Clyne

Londra, 1965. Il pianista Stan Tracey entra nei Lansdowne Studios per registrare la jazz suite Under The Milk Wood ispirata dall’omonima opera del poeta Dylan Thomas, quella ricordata soprattutto per la traccia Starless And Bible Black con quell’indimenticabile solo “parlante” al tenore di Bob Wellins, gli accordi angolari di Tracey , i tamburi attutiti di Laurie Morgan e il contrabbasso spiritato di… Jeff Clyne. È proprio di Jeff, che vogliamo parlare. Un artista che a guardar bene si è sempre trovato, forse suo malgrado, al centro di quasi tutte le grandi svolte del jazz britannico. Scomparso lo scorso 16 novembre all’età di 72 anni, inizia la carriera di musicista giovanissimo, cominciando, come molti altri della sua generazione, a farsi le ossa nelle bande militari durante il periodo della leva. Una volta arrivato al congedo e dopo un’esperienza di turnista sulle navi passeggeri che solcano l’Atlantico entra nel 1958 nei Jazz Couriers guidati da due personalità straordinarie come Ronnie Scott e Tubby Hayes, astri del bepob made in UK. È in quegli anni che Clyne da buon autodidatta impara l’abc del mestiere, grazie anche ai buoni uffici di Stan Tracey che lo invita a suonare nella house band che stabilmente suona al neonato Ronnie Scott’s Club di Gerrard Street a Soho (Londra) inaugurato nell’ottobre del 1959. Qui entra in contatto con i più grandi jazzisti americani in tournee in Inghilterra che obbligatoriamente facevano tappa nel club londinese. Dal 1961 fa parte dei New Departures Quartet di Tracey, gruppo tra i primi in Europa a fondere jazz e poesia (Michael Horowitz e Pete Brown sono i “rimatori” che prendono parte ai recital del quartetto), e si avventura in una serie di imprese che valorizzano il suo innato eclettismo. Negli anni Sessanta, infatti, oltre al già citato Under The Milk Wood, firma con Gordon Beck, John McLaughlin e Tony Oxley il seminale Experiments With Pops (sorpresa! jazzisti che reinterpretano con grazia e leggerezza brani già divenuti standard all’epoca della musica pop) e partecipa ai primi lavori dello Spontaneous Music Ensemble di John Stevens e degli Amalgam di Trevor Watts, suonando in Prayer For Peace. Clyne si muove difatto senza soluzione di continuità dal mainstream dei primi maestri al free degli emergenti protagonisti dell’avanguardia britannica: ne è testimonianza anche il raro Springboard con Watts, Stevens e Ian Carr, anello di congiunzione tra le scuole del Ronnie Scott’s e dell’Old Theatre dove militavano le nuove leve dell’ala più radicale del movimento jazz d’oltremanica. Alla fine del decennio, eccolo protagonista di un altro punto di svolta. Nel 1968, entra infatti nella compagine dei Nucleus di Ian Carr e contribuisce ai primi tre album storici della formazione, Elastic Rock, We’ll Talk About It Later e Solar Plexus, che in poco più di un anno rivoluzionano il jazz, dando nuova linfa al genere. È in questo periodo che Clyne comincia stabilmente ad abbracciare il basso elettrico, alternandolo sempre più spesso al contrabbasso. La decisione di passare allo strumento elettrico, racconta lo stesso Clyne in un’intervista del 1999 raccolta da Aymeric Leroy, fu presa dalla sera alla mattina dopo aver visto al Ronnie Scott’s Steve Swallow che allora suonava nel gruppo di Gary Burton imbracciare, dopo anni di contrabbasso, il basso elettrico. Insieme a Chris Spedding concepisce uno dei brani più sperimentali di Elastic Rock, quel Striation per chitarra elettrica e contrabbasso con archetto che proietta i Nucleus in universi musicali fino allora sconosciuti a un gruppo jazz. Un brano visionario che anticipa le atmosfere sperimentali del Chitinous Ensemble del violoncellista Paul Buckmaster. Sempre in quegli anni, Clyne si fa vedere nel giro dei musicisti che gravitano intorno all’istrionico pianista Keith Tippett, partecipando alle registrazioni di You’re Here… I’m There (debutto discografico di Tippett), di Septober Energy (con i Centipede, l’orchestra di più di 50 elementi formata e diretta dal compositore di Bristol che durò purtroppo solo lo spazio di un anno) e di 1969 a firma di Julie Tippetts. Con gli anni Settanta, l’interesse di Clyne si sposta verso formazioni sempre meno ortodosse che ibridano il jazz con pulsioni rock. È ad esempio a fianco del flautista Bob Downes nel fondamentale Diversions (un altro importante tassello nel “discografia clyneniana” con il bassista ancora una volta, dopo le esperienze con Stevens, Watts, Tippett e Carr, in compagnia di un’altro degli “irregolari” più creativi del momento); insieme al chitarrista Gary Boyle dà vita agli Isotope e nel 1975 fa il suo ingresso nei Gilgamesh di Alan Gowen e partecipa alle registrazioni dell’omonimo primo album della formazione “canterburiana”. Curioso registrare come sia negli Isotope, sia nei Gilgamesh Clyne abbia passato il testimone a Hugh Hopper, altro grande bassista contemporaneo scomparso nel giugno 2009. L’anno seguente è la volta dei Turning Point (in italiano “punto di svolta”, mai nome poteva essere più consono per l’illuminato Clyne). Si tratta questa volta del “suo” gruppo creato insieme alla cantante Pepi Lemer e all’ex Isotope Brian Miller alle tastiere. Due gli album realizzati, Creatures Of The Night e Silent Promise, recentemente ristampati dalla Vocalion di Mike Dutton. La band si scioglie nel 1980 dopo un tour sponsorizzato dall’Arts Council che vedeva i Turning Point in formazione allargata con Neil Ardley ai sintetizzatori e Allan Holdsworth alla chitarra elettrica: purtroppo non esistono registrazioni di quel periodo. Un peccato perché avrebbero reso maggior giustizia a un gruppo liquidato troppo in fretta dai soloni della critica jazz come blandi imitatori di Weather Report e compagni. Dagli anni Ottanta, oltre all’attività strettamente musicale (affiancando cantanti del calibro di Blossom Dearie, Marion Montgomery, Annie Ross e Norma Winstone e numerosi jazzisti come Zoot Sims, Phil Woods, Jim Hall e Tal Farlow) si fa una grande reputazione come docente, insegnando alla Guildhall School of Music e ai corsi di musica jazz della Royal Academic of Music. Clyne è da ricordare anche per le sue cose “minori”. Come la collaborazione con il pianista-compositore Steve Plews: in particolare l’album Secret Spaces, uscito nel 1985 per la ASC Records, che vede Clyne duettare con l’amico batterista Trevor Tomkins, compagno di numerose “gigs” londinesi. O l’album Twice Upon a Time (Cadillac, 1988) con un altro fedelissimo, il chitarrista elettrico Phil Lee, già compagno d’avventure nei primi Gilgamesh. Qui Clyne omaggia il suo maestro, il bassista americano Scott La Faro (quello del mitico trio di Bill Evans di Waltz For Debby o di Live At The Village Vanguard, scomparso prematuramente nel 1961) con il brano P.S. For Scott. Un tributo che è un po’ la sintesi dell’arte di Clyne, un bassista “melodico”ma capace di padroneggiare un infinito vocabolario improvvisativo che ha saputo calarsi con naturalezza in ogni contesto. Sia che si trattasse di bebop, rock o free. Come dire, l’essenza di un vero British jazzman.


 

:: ascolti ::

— Amalgam, Prayer for Peace, Transatlantic 1969, Fmr.

— Gordon Beck, Experiments with Pops, Major Minor, 1969, Art For Life Records.

— Ian Carr, Jeff Clyne, John Stevens, Trevor Watts, Springboard, Polydor, 1969.

— Centipede, Septober Energy, RCA Neon 1971, Disconforme.

— Jeff Clyne /Phil Lee, Twice Upon a Time, Cadillac Music, 1988.

— Bob Downes, Diversions, Openian 1969, Vocalion.

— Gilgamesh, Gilgamesh, Virgin Caroline, 1975, Virgin.

— Isotope, Isotope, Gull 1974, Air Mail Archive.

— Nucleus, Elastic Rock/We'll Talk About It Later, Vertigo 1970, Bgo.

— Nucleus, Solar Plexus, Vertigo 1970, Bgo.

— Steve Plews Trio, Secret Spaces, 1995, ASC Records.

— Keith Tippett, You’re Here… I’m There, Polydor, 1970, Disconforme.

— Julie Tippetts, 1969, Polydor 1969, Eclectic.

— The Stan Tracey Quartet, Jazz Suite (Inspired By Dylan Thomas's Under Milk Wood), Emi Columbia, 1965, Trio.

— Turning Point, Creatures Of The Night e Silent Promise, Gull, 1977, 1978, Vocalion.