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    Necroelogio della stupidità di Desdemone Vitale

    Tra la baldoria e il silenzio, la stupidità e l’idiozia, s’annoda, dunque, la fune  penzolante da cui s’impiccia spesso l’intelligenza – e le sue protesi – incatenata alla realtà, ma come un debitore a un cambiale.
    È qui, inspiegabile, tra le cose più inspiegabili, che s’insinua una speranza, alla Gabriel Marcel, uno sperare senza motivo: non quello della madre che non si rassegna alla perdita di un figlio e dice: “io non sopporto l’idea che tu non ci sia, dunque rimane possibile che tu ritorni”, ma un “tu ritornerai” di pura gratuità che consuma il suo momento, non attende, che cattura  anche il più riottoso oscitante.
    Sarà l’ostinazione a vivere – non si sa se frutto della stupidità o dell’intelligenza – che ci recupera perdendoci. Che fa gorgogliare dall’affogo nell’immaginario collettivo il genio dell’immaginazione creativa, dell’intelligenza, sempre morente perché sempre resuscitante, che nell’ellisse  intersecante stupidi, idioti e imbecilli crea una traiettoria nuova, una inattesa possibilità. Nella resistenza a ogni esteriorità (l’idiota) o nella porosità fino alla con-fusione (lo stupido), traballa nell’immaginario un Io, tenuto insieme con lo sputo, titolare di un’ intelligenza – sia pure protesizzata – ancora àncora di salvezza. Un io che è un impero sconfinato e fragile: 

    … un impero i cui confini sono irraggiungibili, è un impero che non è possibile dominare centralmente, anzi che non è possibile nemmeno definire. Se non esistono punti periferici, non esiste neppure un  punto centrale, né  comunicazione tra essi […] .Quando parliamo dell’Io parliamo del potere che un io prende sugli altri io possibili….che vive ogni istante una morte distanziale, che opera una distanza, raddoppiando lo sguardo su se stessi  e sul mondo , liberando le singolarità trattenute, dando vita trasformata agli istanti…una distanza che non è distacco, ma sguardo narrante; come un accompagnarsi. Essendo già morti. … L’io è il delirio del suo nascondimento. (Cantalupo, Carotenuto, Masullo, Piro, 1997, pp. 12-13). 

    L’intelligenza lo scova. Allora il problema non è tanto l’identità indurita (idiota) o liquida (stupida), ma il lavoro quotidiano dell’intelligenza stessa che si esercita non sulla … paura che il mio fragile equilibrio vada in frantumi, che il mio io si disfi, ma invece il terrore che il mio io sia definitivamente compiuto, sia per sempre senza diversità (ibidem, p. 37). Esiste un sentimento dell’intelligenza, mentre non ne esiste uno della stupidità o dell’idiozia. L’unica che si dolga del nostro stato è l’intelligenza che, nel tentativo di liberarsi dalla colla della stupidità, di non darle “spazio ulteriore per l’esercizio dei suoi talenti”, direbbe Cipolla, impara col tempo a fare gli errori giusti.

    Insomma, stiamo morendo, ma… niente di serio.

       [1] [2] (3)

    l
    — Cantalupo P., Carotenuto A., Masullo A., Piro S., L’Io mancante, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1997. — Cipolla C., Allegro. Ma non troppo,  il Mulino, Bologna ,1998.

    — Dostoevskij F., Idiot, 1869, trad. it. L’idiota, Garzanti, Milano,1990.

    — Nietzsche F., Morgenröte, 1881, trad. it. Aurora - Frammenti postumi 1879-1881, Adelphi, Milano, 1964. — Strada V., Le veglie della ragione, Einaudi, Torino, 1986.
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