• sommario no.23
  • navigator bussole
  • space
  • orientamenti
  • space
  • bussole
  • space
  • mappe
  • space
  • letture
  • cpace
  • ascolti
  • space
  • visioni
  •  
    b03b03
    Gli scacchi, ovvero quando il gioco si fa duro di Livio Santoro

    Gioco terribile, gioco che mette l’uomo in condizioni di sentirsi soggetto, e di farlo nella relazione con l’altro, con se stesso. Sarà anche per questo, forse, che altri regimi totalitari, quello sovietico nella fattispecie, hanno tentato un’altra via per annullare l’immenso potere degli scacchi, la via dell’assimilazione. Come a dire che ciò che non può essere proibito, ebbene, che sia reso obbligatorio, strumento del regime e livellamento verso l’alto delle intelligenze individuali. E sì che la scuola sovietica di scacchi era una vera e propria società ad intelligenza diffusa, fatta di un concilio di Gran Maestri più simili a monaci benedettini che a liberi pensatori, tutti intenti nella ricerca delle partite, nello studio della tradizione, del passato di un gioco in cui ogni partita è un libro: magari l’incipit è lo stesso, ma dal secondo capitolo in poi si possono scegliere delle strade in grado di stravolgere un intero schema narrativo.
    Quando un regime politico ha invece l’ardire di definirsi democratico, quando affida agli individui la tremenda promessa di potersi autodeterminare, allora gli scacchi si fanno forti di un potere ancora più grande di quello del controllo. È così che nascono le storie di Bobby Fisher e delle sue bizzarre teorie cospirazioniste, è così che nascono le storie di Paul Morphy. Come se non potendo tenere racchiusi tutti i possibili finali di una storia, questi stessi finali agiscano come un moltiplicatore di prospettive, capace di destabilizzare anche l’intelletto più solido ed equilibrato. La storia degli scacchi si accompagna con costanza a quella della pazzia, la storia della pazzia ha come interlocutore privilegiato l’insondabile, l’infinito. Borges disse, per bocca di un eresiarca di Uqbar, “gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini” (1944, p. 7). Per Borges gli specchi, i libri, e, infine, gli scacchi sono tutti strumenti come lo è l’Aleph, racchiudono l’infinito e ne fanno mostra all’uomo.
    È stato calcolato (Peterson 1996) che una partita di scacchi contempli 10¹²° posizioni differenti (per rendere questa potenza un numero scritto per intero si provi a scrivere un uno e subito dopo centoventi volte lo zero), un numero incommensurabile se si pensa che tutto è racchiuso in un mondo fatto di sessantaquattro caselle e trentadue figure intagliate nel legno. È risaputa la storiella del filosofo persiano che dopo aver battuto il proprio sovrano, durante una partita di scacchi, si sentì dire dal re “chiedimi quello che vuoi”. Per tutta risposta l’avveduto filosofo chiese un chicco di riso per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così a seguire raddoppiando il numero dei chicchi di riso per ogni casella fino ad arrivare alla sessantaquattresima. Il sovrano rise considerando la richiesta irrisoria, fin quando non s’accorse che essa corrispondeva ad un numero di chicchi di riso superiore a diciotto miliardi di miliardi (18.466.744.073.709.551.615 per essere precisi), un numero ragionevolmente immenso, una fortuna inesistente dal valore inestimabile. “Il re […] aveva […] ricevuto una lezione sui numeri elevati a potenza” (Shenk 2006, p. 25). Sessantaquattro sono le caselle degli scacchi, tante quanti sono gli esagrammi dell’I Ching, Il Libro dei Mutamenti, quel libro dove per il confucianesimo sono nascoste le risposte e le possibilità del mondo intero. E quando i numeri corrispondono, è sempre tutto più affascinante, soprattutto se assieme ai numeri sono i colori, il bianco ed il nero (lo Yin e lo Yang) nel nostro caso, a corrispondere.
    Gli scacchi allora non sarebbero nulla di più che una gigantesca metafora costruita attraverso il potere incommensurabile dell’infinito, un infinito che si adagia sulle dinamiche mondane, che le fa materia e possibilità concrete. Sempre Borges ha sostenuto: “c’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è la pratica; parlo dell’infinito” (Borges, 1932, p. 132).

    b03
       [1] (2) [3] [4]
space <   sfoglia    |    sommario    |    orientamenti    |    bussole    |    mappe    |    letture    |    ascolti    |    visioni    |    sfoglia   >