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    Franz Kafka, o quando la fantasia non consola di Daniela Fabro
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    Gli studi, sgraditissimi a Kafka, lo portarono ad assumere un impiego presso la compagnia di assicurazioni triestina delle Generali (nel 1908 Trieste era ancora parte dell’Impero austro-ungarico) e poi, nel 1917, in un istituto di assicurazioni per infortuni sul lavoro, costituito anche per dissuadere gli operai dal votare per la socialdemocrazia. Fu proprio per questa sua attività - che in seguito dovette lasciare per i sanatori dove curare una tubercolosi che lo stroncò nel 1924 a Kirling, presso Vienna - che lo scrittore, caso quasi unico all’epoca, conobbe la realtà delle prime fabbriche, visitate per catalogare i rischi di invalidità che correva la manodopera nello svolgere le proprie mansioni.
    Gran parte della sua produzione letteraria, costituita soprattutto da racconti, tra cui La metamorfosi, fu scritta proprio tra il 1910 e il 1922, e pubblicata postuma dall’amico Max Brod che fortunatamente ignorò le disposizioni dell’autore di distruggere i manoscritti. La metamorfosi, scritta nel 1915, uscì nel 1916, insieme a La condanna e prima di Nella colonia penale (1919), Il medico di campagna (1919, ed. it. 1981), e dell’autobiografica Lettera al padre (1919, ed. it. 1959). I tre romanzi, Il processo (1914-1915), Il castello (1921-1922) e America, (iniziato nel 1910 e più volte ripreso), non furono invece mai definitivamente licenziati dall’autore e uscirono tutti e tre postumi. 
    Kafka, che aveva anche visitato Parigi e viaggiato in Germania e nell’Italia settentrionale, pur essendo, anche da questo punto di vista, un intellettuale completo, non provò mai a rendere la sua prosa in lingua tedesca molto più ricca lessicalmente del tedesco parlato in Boemia. 
    Ma fu proprio il suo linguaggio conciso e freddo, e per certi versi anche spietatamente umoristico, e a volte anche cinico, a rendere così bene l’idea dello spaesamento psichico della vittima innocente: una condizione esistenziale prima ancora che storica in cui molti però hanno visto una profezia dell’Olocausto. 

    kafka4Morire senza sapere perché, ma anche senza che i carnefici lo sappiano, è infatti quanto accadde a sei milioni di ebrei appena vent’anni dopo, durante la Seconda guerra mondiale. Capitolare e non difendersi, ma divenendo anzi complici dei persecutori, e annullando la propria identità, è il destino dei tanti Joseph K. che, anche senza essere le vittime di un odio razziale eretto a sistema di governo come quello della Germania hitleriana, subiscono intolleranze e ingiustizie oggi come ieri. Interpretazione in cui molti hanno visto la rappresentazione della parabola dell’alienazione dell’individuo nell’epoca dell’ascesa del capitalismo. Ma tra le righe di Kafka si legge anche un’originale messa in scena dell’ eterna tensione verso la libertà: sono altro da me e quindi posso inventarmi una vita diversa; Gregor immaginava infatti di poter lasciare l’odiato impiego una volta pagati i debiti del padre. L’agrimensore protagonista del Castello cercava la promozione sociale attraverso l’incarico presso il conte. Peccato che la vita immaginata si riveli un incubo peggiore della realtà, e da cui si esce unicamente morendo, o con un esaurimento nervoso.

     
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