Tutto è mistero attorno a La magia a Parigi, “viaggio nel mondo del mistero” appunto, e riguardo al suo autore, René Thimmy, pseudonimo dietro il quale si cela, forse, probabilmente, Jean Dorsenne, giornalista e romanziere, che trascorse i suoi ultimi giorni nel campo di concentramento di Buchenwald giustiziato da una polmonite il 6 marzo 1945. Tutto è avvolto nel mistero o quasi, perché se l’identità del suo autore è in parte rivelata, “per quanto non vi sia la «prova provata»”, precisa Andrea Scarabelli, il curatore della prima edizione italiana al termine della sua ricognizione sulle ipotesi formulate dagli studiosi fino a oggi, il vero mistero concerne il concepimento di queste indagini condotte da Thimmy tra le zone d’ombra della Ville Lumière, curiosando, a volte proprio ficcando il naso nel suo lato oscuro, girovagando fra confraternite esoteriche e sette occultistiche – posto che tali ricerche avvennero di fatto o furono parzialmente tradotte/reinventate in episodi di cronaca sulla base delle conoscenze di quel mondo da parte dell’autore. I personaggi incontrati da Thimmy, invece, sono incontrovertibilmente, reali e le numerose note che corredano il volume svelano questi ulteriori misteri della sua inchiesta, poiché nel testo i loro nomi sono, per discrezione, o indicati da una lettera puntata, o modificati. Fatto sta, che dopo circa novant’anni arriva l’edizione italiana (perché non prima, anche questo è un bel mistero) di quello che fu un best-seller ancor prima di essere un libro in quanto gli episodi vennero inizialmente pubblicati a puntate sul settimanale Gringoire ottenendo un tale successo da indurre a realizzare un volume che li raccogliesse. L’operazione comportò tagli e aggiunte da parte dell’autore e l’intero materiale ora viene restaurato/integrato con la consueta cura editoriale da I tre sedili deserti aggiungendo un ulteriore tratto alla mappa dell’immaginario novecentesco più squisitamente fantastico che la collana de Il Palindromo sta componendo da nove anni a questa parte.

Parziale della mappa sulla quale sono indicati i luoghi dove si svolgono i fatti raccontati da René Thimmy.
Scarabelli segnala in nota le modifiche che l’autore apportò ai testi raccogliendoli per l’edizione in volume, reintegrando i tagli agli articoli originali, nonché aggiungendo tre episodi mancanti nell’edizione francese ma pubblicati sempre su Gringoire nel 1940. Si tratta di episodi che nelle intenzioni dell’autore dovevano costituire i primi capitoli di un successivo libro sul medesimo tema, un sequel diremmo oggi. Tutto riproposto con il supporto delle illustrazioni originali a loro volta depositarie di un ulteriore mistero, perché tutt’oggi l’autore rimane sconosciuto. Il successo fu tale da indurre Thimmy a fare il bis, realizzando nel 1935 un analogo reportage: La magie aux colonies. Un caso editoriale, quindi, che rappresenta il mistero in assoluto più indecifrabile, dal momento che l’intero sapere esoterico è per sua natura elitario ma in questo caso andò a conquistare un pubblico vasto e non certo composto da soli adepti delle varie discipline, degli svariati culti e delle numerose sette e congreghe incontrate da Thimmy.
Infine, per quanto concerne la presente edizione, al volume è allegata una mappa della Parigi dell’epoca con l’indicazione dei luoghi citati, teatri delle storie raccontate da Thimmy, novello indagatore dell’occulto, del mistero e del magico, campi vitali, resistenti e diffusi nella città dei Lumi. Un sottosopra al quale Thimmy accede grazie all’intercessione di tale Eleuthère K incontrato per caso in una libreria, che lo introdurrà nei circuiti più esclusivi del mondo esoterico parigino. Una sorta di Virgilio per sua stessa ammissione:
“A lungo avevo cercato un Virgilio capace di condurmi nei gironi maledetti dell’inferno parigino, il cui accesso ai profani è difficile, se non proprio impossibile”.
D’altronde, la madre dell’Illuminismo era in realtà da tempo la capitale delle arti iniziatiche e magiche. Quest’altra Parigi affondava le sue radici in un Medioevo affollato di Bafometti e alchimisti, ma è fuor di dubbio che in quei decenni novecenteschi tra le due guerre fiorì rigoglioso l’intero fronte alternativo alla dea Ragione. Fatto sta che tra i numerosi personaggi reali ma inverosimili, tra identità fittizie celate da sigle e ridenominazioni, Eleuthère K è il vero personaggio di fantasia, espediente narrativo per consentire a Thimmy di condurre la sua indagine su cittadini altrimenti di sopra di ogni sospetto (le cui gesta si svolgono in “case ordinarie, situate in quartieri tranquilli, dice lo stesso Eleuthère K). A meno di non considerarlo il personaggio meglio camuffato dall’autore per mantenerne l’incognito, anche tenuto conto che lo stesso Eleuthère K dichiara nelle prime pagine di aver installato allarmi e protezioni d’ogni sorta per porsi al riparo da “effluvi nefasti” e da “stregoni neri”.
Il repertorio sciorinato da Thimmy non trascura niente e nessuno. Incontriamo la strana congrega detta dei vitalisti, ovvero la setta dei vecchi immortali, titolo anche del relativo episodio, un settetto di aspiranti matusalemme che celebrano strani riti in antico fenicio nelle notti di plenilunio all’aperto tra pioppi, querce e castagni. Facciamo conoscenza ne Il mago dei fiori con un nato morto e riportato in vita da una vecchia strega, il dottor H.S., un mago delle Antille che introduce Thimmy alla realtà degli zombi e ai poteri e le influenze che i fiori esercitano su di noi. A margine si ricordi che soltanto due anni prima era apparso sugli schermi il primo film su di loro, White Zombie, diretto da Victor Halperin e con Bela Lugosi nei panni del villain (da noi è noto come L’isola degli zombies). Un’altra insolita vicenda è raccontata, o meglio è portata alla luce ne Il maestro degli Efialti. Qui sono di scena donne perlopiù giovani punte con un ago in metropolitana per sottrarre loro piccole quantità di sangue al fine di creare Efialti, ovvero Incubi:
“creazioni larvali prodotte dal sangue umano, da cui vengono estratte con un metodo particolare. Nel mondo invisibile godono di un’esistenza incerta, assumendo una forma plasmabile dalla volontà umana”.
Ai confini della nostra realtà si pone ancor di più il caso dei cani parlanti e altri animali le cui sorprendenti facoltà intellettive vengono premesse ai fatti che vedono protagonista il cagnolino Zù il suo erede Capi e la sua padrona Carita Bordieux, direttrice della fantomatica rivista Psychica. D’altronde tirava un’aria strana non soltanto a Parigi quell’anno, quando dall’altra parte dell’oceano l’allora Walt Disney Productions alzò il tiro e propose un altro dei suoi eroi: Donald Duck. Si procede così tra messe nere e sedute spiritiche, tra oracoli e ierofanti, profanatori, satanisti e medium, oppio e sangue, e soprattutto sperma e umori femminili dal momento che molte delle energie sono finalizzate a dar libero sfogo al piacere sessuale o quantomeno a creare le condizioni per soddisfarlo grazie a una serie di cerimoniali atti a liberare la potenza energetica e la relativa sintonia con le forze dell’universo; qualcosa di analogo a quanto di lì a qualche anno avrebbe ipotizzato Wilhelm Reich con la sua teoria orgonica, una versione tutto sommato altrettanto esoterica anche se ammantata di scientificità. Meglio dunque le pratiche delle sette esplorate da Thimmy dove di sicuro ci si divertiva. Nel corso di un’orgia interrazziale, culmine di una cerimonia vudù, il nostro testimone oculare riferisce quanto segue a proposito delle giovani donne di razza bianca partecipanti alla cerimonia (l’episodio si intitola difatti Una cerimonia vudù):
“i loro rantoli e sospiri provavano con eloquenza come le aspettative non fossero state deluse”.
Le storie riportate da Thimmy non hanno tutte il medesimo peso e due in particolare godono di maggior respiro: quella dell’incontro con Maria de Naglowska, indicata da Thimmy con il falso nome di Vera de Petrouchka e quella relativa alla Confraternita dei Polari. La prima praticava la magia sessuale anche di crowlenyana memoria (e Aleister Crowley in La magia a Parigi è menzionato) ripresa mezzo secolo dopo dagli artisti dell’era industriale come strumento di radicale espressione/riappropriazione del corpo con provocazione annessa, a partire da Cosey Fanni Tutti nel suo percorso da COUM Transmissions ai Throbbing Gristle. A sua volta l’attività della Confraternita ruotava intorno all’Oracolo della Forza Astrale e aveva come missione quella di salvare la Francia e tutta l’umanità dalla catastrofe che stava per abbattersi sul mondo (in questo vedendoci assai chiaro, va detto). Il retroterra culturale, storico e immaginario che dà corpo a tutte le storie di Thimmy qui prorompe con maggior forza, chiamando in causa tanto il Magia Sexualis di Paschal Beverly Randolph all’Asia Mysteriosa di Zam Bothiva, anche se in generale tutti i suoi resoconti abbondano di rimandi e riferimenti alla storia e al sapere esoterico, materia che lo stesso Thimmy mostra a più riprese di conoscere appieno. Ecco, per esempio, le considerazioni intorno alla biblioteca di uno dei personaggi da lui incontrato in cui fa mostra di essere decisamente addentro alla materia:
“Il signor de M. disponeva infatti di un’eccellente biblioteca occultistica. Si vociferava di una serie di manoscritti molto singolari recuperati chissà dove. È verosimile che vi trovò quei segreti o quantomeno la loro formulazione ultima. Leggete attentamente l’opera di padre Sinistrari, De Daemonialitate et Incubis et Succubis, oppure La chiave della magia nera di Stanislas de Guaita. Magari non troverete il segreto della creazione degli Efialti, ma di certo la via che a esso conduce”.
Ciò che rende coinvolgente e stimolante la lettura dei vari incontri, oltre alla progressiva ricostruzione di un ambiente culturale e sociale che in virtù dell’insolito e dell’ignoto è di per sé attraente, va ricercato nell’ambiguità della narrazione volutamente, si direbbe, sospesa tra cronaca vera e finzione, tra reportage e racconto di fantasia, mescolando abilmente situazioni e personaggi reali con un testimone di cui non conosciamo neanche con certezza l’identità e di sicuro la ignoravano i lettori del Gringoire. L’ambiguità delle sue componenti e lo scetticismo di Thimmy (che però insinua subito il dubbio, stuzzicando il lettore, sottolineando che “molte delle vicende che mi accingo a raccontare suoneranno incredibili. Ma …sono vere”) spuntano a più riprese a proposito dell’attendibilità dei fatti che riporta, ma sono i punti di forza di La magia a Parigi per lettori oggi allenati alle logiche narrative del mockumentary, per esempio, o di altre formule in bilico tra generi e registri anche assai distanti, per esempio la theory fiction. D’altra parte la realtà è una questione d’immaginazione, sostenne Ursula Le Guin per bocca del suo personaggio Genly Ai in La mano sinistra del buio (buio e non tenebre secondo la più recente – discutibile – traduzione di The Left Hand of Darkness, 1969). Il resto lo fa il tono semplice, lo stile calibrato, il taglio giornalistico, insomma l’abilità di Thimmy nell’arte del racconto. È la chiave che rende universale la lettura questa incursione “nel mondo del mistero” in sintonia con quanto scrive lo stesso autore nell’episodio I Polari:
“Così mi fu raccontato una bella storia per bambini adulti innamorati del sovrannaturale e del meraviglioso”.

