Il teatro e il suo archivio:
così Eduardo è sempre vitale

Raffaele Rago
La commedia non esiste
Cast: Vincenzo Salemme,
Antonella Cioli, 

Antonio Guerriero,
Franco Pinelli, 

Vincenzo Borrino,
Sergio D’Auria, 

Fernanda Pinto,
Oscarino Di Maio, Agostino Pannone,
Pina Giarmanà, Geremia Longobardo,
Nuvoletta Lucarelli, Gennaro Guazzo,
Marianna Liguori
Produzione e distribuzione italiana:

Chi è di scena, 2025

Raffaele Rago
La commedia non esiste
Cast: Vincenzo Salemme,
Antonella Cioli, 

Antonio Guerriero,
Franco Pinelli, 

Vincenzo Borrino,
Sergio D’Auria, 

Fernanda Pinto,
Oscarino Di Maio, Agostino Pannone,
Pina Giarmanà, Geremia Longobardo,
Nuvoletta Lucarelli, Gennaro Guazzo,
Marianna Liguori
Produzione e distribuzione italiana:

Chi è di scena, 2025


Il teatro, l’arte fugace e istantanea per eccellenza, transitoria e accattivante, lascia dietro di sé pochi reperti fisici: il testo scritto, qualche fotografia, e la memoria, spesso fallace, degli spettatori. È proprio in questa lacuna documentale che si inserisce, con la portata di un gesto storiografico, il recente documentario di Raffaele Rago La commedia non esiste.  Il documentario, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre, segue dietro le quinte il lavoro teatrale che l’attore e regista Vincenzo Salemme ha condotto nell’allestimento dello storico spettacolo Natale in Casa Cupiello di Eduardo De Filippo. La sua ripresa va oltre il gesto di una macchina da presa che imprime in un tempo dilatato un dato spettacolo; e ancora l’opera non è un semplice dietro le quinte di una messinscena, ma l’affermazione del valore del “processo” rispetto al “prodotto”. È crucialmente la creazione di un archivio storico sul lavoro di riproposizione dei classici teatrali novecenteschi nell’epoca moderna. In questo caso il regista compie un minuzioso lavoro registico, in cui la macchina da presa, lungi dall’essere invadente, assume lo sguardo di un regista silente e rispettoso, quasi un amanuense che fissa sulla pellicola le esitazioni, la ricerca del ritmo e l’atto sacro della rigenerazione drammaturgica. Raffaele Rago regredisce il suo sguardo professionistico a quello di un bambino che nella sua innocenza cerca di catturare tutto ciò che osserva, che gli appare tanto nuovo quanto intriso di vita e sincerità. Questa scelta formale, pacata e rispettosa ma profonda, conferisce al documentario una funzione che va oltre la cronaca cinematografica; lo istituisce come potenziale, valido strumento per lo studio futuro del fenomeno, un tassello fondamentale in un momento storico in cui la documentazione del “fare teatro” è più che mai necessaria.

È doveroso riflettere sulla dolorisità di questa scelta da parte di Rago, non in qualità di persona ma in quanto artista/regista. È lodevole “cedere” il proprio vanto autoriale per onorare uno sguardo altrui. Ma è proprio in tal senso che il documentario si configura come autoriale. Non incarnando un linguaggio o un’ideologia propria del regista, ma nella volontaria scelta del regista di farsi strumento, mezzo, per uno sguardo estraneo. Questo occhio-testimone diviene cruciale: esso non solo testimonia il rispetto verso la sacralità di Eduardo, ma demistifica l’opera, mostrandola non come un monumento intoccabile, ma come un oggetto vivo, che necessita di costante manutenzione e interpretazione. Il documentario di Rago, dunque, consegna ai posteri non solo il risultato, ma la metodologia stessa della sua rinascita scenica. La rivoluzione di Rago sta nell’eludere ogni impianto narrativo convenzionale, evitando qualsiasi commento e voce esterna, compresa la sua.

Confrontarsi con il proprio Maestro: Salemme e Natale in casa Cupiello
Il documentario dunque ci consegna il tassello ultimo per la comprensione dello spettacolo di Salemme, ponendoci come osservatori privilegiati della genesi creativa. La versione di Vincenzo Salemme di Natale in casa Cupiello non può esimersi dal confronto con il mito. È consecutivo, è umano ricercare un paragone, un richiamo o un conflitto con chi ci si confronta. Salemme, che ha un legame profondo con la tradizione napoletana e una conoscenza diretta del teatro eduardiano (essendo stato proprio allievo di De Filippo) opera una traduzione interpretativa per il pubblico del Duemila. La sua regia e la sua performance nei panni di Luca Cupiello cercano di alleggerire il testo, di accentuarne il ritmo comico e di riempire i silenzi e le pause che, nella scrittura di Eduardo (specie quella più matura), erano carichi di un sottotesto drammatico e di malinconia tragica.

L’originale di Eduardo De Filippo (presentata per la prima volta nel 1931, poi rivista) è una tragicommedia che, pur immergendosi nella piccola borghesia napoletana, è universale. Luca Cupiello, con la sua ossessione per il Presepe, è la figura tragica del sognatore incompreso, l’uomo che si rifugia in un’armonia fittizia di fronte al disfacimento della propria famiglia. Ma ancor di più è testimone del decadimento dei valori e dei principi sacri della tradizione nell’opera metaforicamente simboleggiati dal dispiacere suscitatogli dal figlio che non apprezza e comprende il suo Presepe. La sua versione più riuscita, difatti, è quella che bilancia perfettamente la fase iniziale con il dramma finale della morte. La perfetta sintesi della vita umana, fatta di quotidianità semplice e della sua drammatica ineludibile fine, che tanto cerchiamo di esorcizzare. Sintomi che possiamo benissimo empatizzare e riconoscere nella sofferenza che vige nella nostra società postmoderna, sebbene evocata da espedienti differenti.

La sfida di Salemme, e il motivo per cui la sua interpretazione è un eccellente oggetto di studio, risiede nel tentativo di preservare l’anima del testo rendendolo al contempo immediato e accessibile all’occhio e all’orecchio abituati oggi alla velocità mediatica. È il tentativo di rispondere, sul campo, alla domanda che il documentario pone: può una commedia così densa e profondamente legata al Novecento esistere ancora nella sua forma originale? La risposta di Salemme sembra essere: sì, ma solo se filtrata attraverso una sensibilità che ne esalti gli aspetti di maggiore presa emotiva sul pubblico moderno. La possibilità di riconoscere in Salemme uno dei pochi ultimi maestri del teatro degni di essere annoverati nella tradizione risiede nell’abilità di rispettare il testo, nutrendolo della stessa dignità intrisa da De Filippo, nella volontà di rispettarlo e di farlo proprio senza un atteggiamento di superiorità rispetto alla sua sacralità. Racconta Salemme nel documentario:

“Non volevo rifare Natale in casa Cupiello, così come l’abbiamo imparata a conoscere. Ho cercato di rileggerla come un testo vivo, fragile, e ancora attuale. È anche un modo per rendere omaggio a Eduardo […] e anche al ragazzo che ero e che oggi ricordo con affetto”.

Salemme è geniale nel parlare il testo attraverso il suo personale linguaggio preservando però la matrice che rende quest’opera tanto importante quanto immortale: l’essere Umana. Un testo fatto da un uomo, che parla di un uomo, indirizzato all’uomo. Il lavoro di Eduardo è grande poiché in realtà non ha mai avuto pretese altre: né plasmare le ideologie, né porsi in autoaffermazione, ma comunicare semplicemente la condizione tragicomica dell’uomo. E così è riuscito a fare Salemme reinterpretando, e a sua volta Raffaele Rago nel raccontarlo.

Sopravvivenza ed efficacia della pièce nel panorama teatrale Post-Moderno
Il successo e la continua riproposizione di Natale in casa Cupiello e il suo inquadramento attraverso l’analisi documentaristica di Rago ci spingono a interrogarci sull’intrinseca importanza di un prodotto teatrale novecentesco nella società odierna, profondamente mutata sia nei suoi tessuti sociali che nel linguaggio scenico. L’efficacia persistente del teatro eduardiano non risiede solo nel vernacolo o nell’ambientazione specifica, ma nell’universalità del conflitto umano. La mancanza di comunicazione, l’incapacità di Luca Cupiello di vedere il dramma che lo circonda, la crisi della figura paterna e il crollo dei valori familiari sono temi che, seppur presentati in chiave novecentesca, risuonano con forza nella società liquida di oggi. In un panorama teatrale sempre più orientato alla sperimentazione, alla performance e alla contaminazione dei generi, il classico di Eduardo funge da ancoraggio culturale. Esso fornisce un punto di riferimento identitario, una misura di narrazione drammaturgica e di struttura emotiva che se ben reinterpretata, si impone come baluardo di solidità. Le reinterpretazioni non sono sfide all’originale o atti di superbia, ma un dovere culturale che mantiene viva la tradizione, non come polvere ma come radice.
La triade Eduardo (il testo) – Salemme (la rilettura) – Rago (la documentazione) è la prova più tangibile che l’opera non solo esiste, ma che la sua esistenza è garantita dal rito collettivo e dalla sua capacità di generare nuove analisi. L’opera è viva finchè messa in discussione, provata e, soprattutto, fissata nella memoria, sia essa memoria storica dei palcoscenici o quella digitale di un archivio cinematografico.

Prospettive future
L’esistenza di un documentario come La commedia non esiste è, in ultima analisi, la dimostrazione più matura e contemporanea della lunga vita dei classici. Non sono le repliche o le recensioni a garantirne la sopravvivenza, ma la cura artigianale di chi, come Salemme, ha il coraggio di misurarsi con il mito e, soprattutto, l’occhio attento di chi, come Rago, decide di documentare la fatica del fare. D’altronde, rifacendoci alla metafora di Giulia Malini, il teatro di Eduardo De Filippo è un fiume carsico (cfr Malini, 2021). Non sempre in superficie, ma sempre capace di riemergere con forza vitale, a patto che ci siano interpreti disposti a farlo, registi disposti a registrarlo e spettatori disposti ad accoglierlo. La vera previsione non riguarda tanto il futuro del dramma, quella sfugge anche a chi il dramma lo fa oltre che a studiarlo; ma riguarda la sua necessaria metamorfosi. Il classico del Novecento, per rimanere la “Commedia del nostro tempo”, non dovrà solo salire sul palcoscenico presente, ma dovrà anche parlare il nostro linguaggio attuale e incanalare tutte le forze artistiche a disposizione necessarie alla sua sopravvivenza.

Ferdinando Taviani parlava del Teatro del Novecento non come un gruppo di meravigliose invenzioni, ma come la storia della “persistenza del teatro” Taviani, 2000); la sopravvivenza del teatro nonostante tutte le crisi e tutti i cambiamenti formali e sociali affrontati. L’essere vivo nonostante. L’esistere poiché ancora intriso di significato, sempre nuovo. Il documentario di Rago non solo omaggia il lavoro di Eduardo attraverso Salemme, ma fa appello all’istituzione ancestrale del teatro, esaltando la sua importanza per l’attore che lo fa e per lo spettatore che ne fruisce, e lo fa in maniera del tutto geniale; mostrando come nasca molto prima che il sipario si alzi. E come la sua risonanza si riverbera nel tempo, superando quello di un applauso finale. E oggi questi esempi di reinterpretazione coraggiosa e documentazione critica fanno sì che, miracolosamente, il presepe poetico di Luca Cupiello continui a illuminare e drammatizzare i nostri Natali, ricordandoci forse che la bellezza risiede proprio nel nostro essere umanamente fragili.

Letture
  • Eduardo de Filippo, Natale in casa Cupiello, Einaudi, Torino, 1997.
  • Giulia Innocenti Malini, Breve storia del teatro sociale in Italia, Cuepress, Imola, 2021.
  • Ferdinando Taviani, Teatro Novecento: ovvietà, in Teatro e Storia, Annali 7-XV, Il Mulino, Bologna. 2000.