“Gli uomini di Neanderthal erano inclini alla depressione, diceva.
Diceva che erano inclini anche alle dipendenze, e in particolare al fumo.
Anche se era probabile, diceva, che quei nobili e misteriosi Thal (come a volte chiamava i Neanderthal) estraessero la nicotina dalla pianta del tabacco con un metodo più rudimentale, come la masticazione delle foglie, prima di quel punto di flesso decisivo per la storia del mondo: quando il primo uomo accostò la prima foglia di tabacco al primo fuoco”
(Kushner, 2026).
Un riporto, dunque, un “diceva”. È di (ampia) genealogia che qui si parla. Mark Fisher, nella disamina sul “realismo capitalista”, discute per molte pagine di quella che chiama “epidemia di depressione” (cfr. Fisher, 2018). Altrove, in Franco “Bifo” Berardi, la malattia mentale è vista come esito ovvio, conseguenza necessaria di un mondo culturalmente deterritorializzato (cfr. Berardi, 2021). A dire: non ci sono identità fisse e quell’assenza di fondamento (Grund) di cui parlava, per esempio, Martin Heidegger, non riguarda più (solo) il Dasein come soggetto ma l’intera rete dei corpi soggetti a una specifica biopolitica. L’assenza di base, l’assenza di un’identità non viene sfruttata, dice “Bifo”, per affrontare un processo di trasformazione soggettiva che sia – Berardi è lettore di Gilles Deleuze e Felix Guattari – rizomatica, congiuntiva, ma fa emergere la nostalgia fascistoide di un’identità ancestrale che non esiste. Così si diffondono le grandi Destre, i partiti estremisti: basandosi sulla rivendicazione di un’unità inesistente. Che si chiami “razza ariana” o “popolo padano”, poco importa: all’assenza del Grund la Destra risponde con un appello all’identità, ignorando le trasformazioni antropologiche degli ultimi decenni.

Sarà tema, il capitalismo, di gran parte de Il lago della creazione di Rachel Kushner, che in questo incipit, oltre a evocare un’assenza (che è quella del personaggio Bruno Lacombe, il “santone”, il teorico del gruppo rivoluzionario soggetto del libro), ricostruisce, per analogia, il mito prometeico. Solo, il fuoco rubato agli dei non serve la tecnica ai fini di sviluppo; è anzi indicativo che “il furto del fuoco” sia finalizzato al consumo di tabacco. Di nuovo il capitale, e quindi il consumo.
Figura centrale del romanzo è “Sadie” (tra virgolette perché non è il suo vero nome), un’ex agente dell’FBI che adesso lavora in proprio. Viene assoldata per infiltrarsi nel gruppo dei Moulinard, anarco-primitivisti che intendono sabotare le operazioni eco-terroriste del governo francese, che a soli scopi commerciali (ovviamente) costruisce bacini idrici che impattano disastrosamente sull’ecosistema della regione, oltre a distruggere la vita delle piccole popolazioni locali. Il gruppo si rifà agli insegnamenti del già citato Bruno Lacombe, a suo tempo amico di Guy Debord (d’altronde è un ex sessantottino). Seguiamo l’operazione della narratrice tra un matrimonio finto (quello con Lucien, atto primo dell’infiltrazione), la convivenza con la comune dei Moulinard, le teorie sociologiche di Bruno e, infine, il sabotaggio. Il ministro Platon viene aggredito; non ucciso, però ha un incidente: una catasta di tronchi, dopo che un membro dei Moulinard gli taglia la strada con l’automobile, gli crolla addosso uccidendolo. Basta e avanza per capi di imputazioni. “Sadie” tornerà alla vita di solitudine (il primo capitolo – buon indizio per l’esegesi – è proprio intitolato I piaceri della solitudine), ripensando a Bruno, che ormai ne ha influenzato la visione del mondo, aspettando un nuovo incarico.

Il lago della creazione, per quanto anomalo perché giocato in gran parte sulla solidità formale della voce, resta un romanzo di genere. I lavori di autori come James Ballard o Philip K. Dick in letteratura o David Cronenberg e Ridley Scott al cinema porta alla luce una proprietà del racconto di genere. La fantascienza, in questo caso, una fantascienza che spesso è distopia, è ben più capace di un romanzo “letterario”, qualunque cosa voglia dire, di inquadrare la situazione politica. Apponendo il filtro del tempo (quindi spostando in un remoto futuro gli avvenimenti) e degli elementi fantastici (siano essi replicanti o possibilità di fusione con le macchine) fanno emergere, nello scarto tra la realtà dell’autore – il mondo reale, quello che lo circonda mentre scrive – e l’irrealtà del racconto, uno spazio di manovra che viene occupato dalla critica sociale. Essa, infatti, ha meno forza se la distanza manca; i topoi della fantascienza permettono uno sguardo lucido proprio per via della distanza altrove impossibile da ottenere. Il thriller, il noir – tradizione in cui Il lago della creazione si inscrive – ha lo stesso principio basilare: la distanza. Ma si occupa, normalmente, più di etica che di politica in senso stretto. Non sempre, però, spesso fa entrambe le cose, come entrambe le cose fa il romanzo di Rachel Kushner. La netta divisione dei ruoli – l’agente, il detective e l’assassino – costruisce un sistema a due poli dove Bene e Male sono nettamente distinti a inizio libro, ma che poi si fondono irreparabilmente, rivelando un sistema di specchi quale forma relazionale tra detective e assassino. Ed è in questo mondo che Raymond Chandler, per dirne uno, fa del giallo una possibilità di trattare l’etica, come oggi Joe Lansdale, ma anche James Ellroy, Edward Bunker, Elmore Leonard e, a tratti, Bret Easton Ellis. Quella anche banale divisione tra i giusti e gli sbagliati consente un affondo che non sempre nega ma, quantomeno, sempre discute la separazione stessa. Kushner, che fonda il romanzo su temi politici attuali, realizza un thriller dove – come sempre – le fazioni si sciolgono progressivamente. L’intelligenza del libro consiste nell’armonizzare il layer politico e il layer etico, l’autorialità (se con essa ci riferiamo all’insistenza sulle riflessioni filosofiche) con le necessità di storytelling richieste da un qualunque noir.

La contemporaneità è elemento cardine del testo: non solo perché lo sguardo è femminile – autrice e narratrice – ma per le tematiche trattate che intercettano l’ansia e le aberrazioni inerenti l’ecologia e l’imposizione capitalista sull’ambiente, il lucrare sulla distruzione di un ecosistema, lo smantellamento delle piccole culture contadine, l’asservimento ai reticoli di commercio e al principio del guadagno oltre ogni sorta di moralità. E “Sadie”, quantunque operando contro gli anarco-primitivisti di Bruno, che si oppongono all’avidità dei potenti, viene ammaliata dalle disamine socio-filosofiche di Bruno stesso. Kushner alterna sezioni archivistiche nelle quali riporta i testi, le parole di Bruno a scene di azione fondate su una sintassi paratattica di giustapposizione. Non minimalista, invece ricca, ma vicina a un ritmo sincopato che è quello tipicamente americano, che ben si adatta alla frenesia necessaria di un thriller. La subordinazione è semplice e Kushner predilige coordinate e giustapposizione. Uno strumento, questo, che fa evolvere la prosa quasi in automatico. Come insegna Ernest Hemingway (e quindi si tocca, di lato, Raymond Carver), evitare di costruire sistemi causali tipici dei sistemi subordinanti, si produce una musicalità mai stagnante e sempre volta alla frase successiva.

Scheletro sintattico, questo, che rispetta la “teoria dell’Iceberg” dello stesso Hemingway: il mondo come appare, e solo quello, e solo dopo, e solo del lettore la decodifica degli elementi e dei dati informativi che pertengono agli ottavi dell’iceberg nascosti sotto il mare (cfr. Hemingway, 2024). Riuscirebbe difficile pensare un thriller che fosse scritto per subordinazione; qui la corrispondenza forma-contenuto è quasi ineludibile. Blocchi di testo connessi da concessive, temporali e causali andrebbero a inficiare sul ritmo. Non credo sia casuale che autori come i già citati Chandler, Ellroy, Lansdale, Leonard, Ellis, ma anche Bunker, utilizzino la paratassi per i loro testi di genere. La tesi, già intuibile, è quindi la seguente: “Sadie” si identifica nelle tesi di Bruno, e Il lago della creazione si conforma al topos principale del noir collocandosi però nella nostra specifica formazione storica. Evitando astrazioni ma anzi radicandosi nel tessuto sociale contemporaneo, il testo fugge l’universalità a ogni costo preferendo un atteggiamento locale che rende il testo sì dipendente da noi come società (diciamo occidentale) ma, almeno, veramente politico. Politico perché riconoscibile. Non grazie a link gratuiti come le marche e le canzoni e gli spot e i fenomeni di massa; riconoscibile, invece, perché il potere è rappresentato nella sua diffusione epidermica senza centro, perché le relazioni rispecchiano quelle contemporanee e anche perché il detective-orso-macho-cuore tenero viene sostituito da uno sguardo femminile, ridefinendo i ruoli predeterminati del thriller. Dopo aver studiato la teoria di Bruno, che cercherà di schematizzare poi, “Sadie” si stende a letto e pronuncia il nome di Bruno, e sussurra che “anche lei si sente così”. “Così”, cioè:
“Se cambio prospettiva, diceva, e penso all’Homo sapiens che disegna mappe celesti sul soffitto delle caverne nel tentativo di immaginare il suo futuro, e ai Neanderthal che fanno la stessa cosa raffigurando la Via Lattea, non riesco più a insistere sulle loro differenze.
[…]
Nelle mie riconsiderazioni ho perso l’orientamento, diceva, e ora dovrò ritrovarlo”.
Da una parte, la solitudine auto-indotta di un filosofo necessariamente solo in un mondo che non lo accoglie e che lui stesso, per via della logica soggiacente, rigetta; dall’altra, un’agente che vive sotto copertura, la cui vita è un insieme di rapporti fasulli, dove lei stessa, a livello identitario, non coincide con sé – a partire dal nome inventato.
“L’uso del fuoco per arrecare danni anziché benefici sembrava aver attecchito, in modo sospetto e incriminante, proprio quando il Neanderthal aveva cominciato a scomparire e si stava affermando l’Homo sapiens, il bullo interglaciale che ha plasmato il mondo in cui siamo intrappolati”.
Bruno, dunque, affronta la teleologia dell’evoluzione riportandola a una prospettiva morale: non è detto che la “funzionalità” delle nostre caratteristiche biologiche sia in sé buona; l’adattamento, dice Bruno, è neutro, non ha a che vedere con la moralità, ed è anzi forse un modo per imporsi sull’ordine naturale prendendo il sopravvento, decidendosi padroni del mondo per il solo fatto di avere una conformazione fisica più adatta. Ma l’adattività, e oggi lo vediamo, non è morale; è datità. La maggior parte delle persone che accettano il sistema capitalista senza farsi troppe domande è avida – e quindi funziona – e trova sempre il modo di ricavare denaro – e quindi funziona – e lascia morire perché la sua felicità personale, che consiste semplicemente nel profitto, giustifica ogni mezzo. Infatti:
“il fuoco non è sempre positivo. E soprattutto, il fuoco non è una qualità. Non è una caratteristica che una creatura. vivente può possedere”.
[…]
Gli umani e i Neanderthal potrebbero essere coesistiti per ben diecimila anni. […] si mescolarono e generarono una discendenza comune […] Quelle unioni erano amore? O piuttosto stupri di guerra?”.
E prosegue:
“La rimozione più profonda di tutte è la storia di coloro che sono venuti per primi, prima di noi, molto prima della scrittura.
[…]
Alzate gli occhi, ordinava in quella’e-mail a Pascal Balmy e al gruppo.
Il tetto del mondo è aperto.
Contiamo le stelle e viviamo nel loro sguardo splendente.
Vale a dire nel passato profondo di queste stelle, vale a dire nel nostro futuro, luminoso come Polaris, la stella polare”.
Il motivo di Polaris ritornerà alla fine del libro.
“L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore ruotano attorno al polo nord celeste. La stella più a nord sembra immobile mentre il resto del cielo notturno si muove, diceva Bruno. Quella è Polaris, diceva, la stella che ci indica il cammino”
[…]
Il fatto di averla individuata, e non era per nulla scontato, mi ha reso fiera.
Bruno, l’ho trovata.
Sono rientrata in casa”.
Così “Sadie”. La condivisione a distanza della solitudine, per un motivo o per l’altro, restituisce la grazia di un abbandono dolce e disperato, come vediamo in chiusura. I Moulinard arrestati, i processi. “Sadie” torna alla sua stanza vuota. E “mentre guarda il cielo, seguendo le istruzioni di Bruno, sente dissolversi la distanza tra lei e lui”. “Eccoli lì,” prosegue. “I due carri, e la stella che li collegava, la loro stella guida, e quella di Bruno, e la mia”. Perlopiù, dice, è sola.
Poi arriva un nuovo incarico.
- Ernest Hemingway, Morte nel pomeriggio, Mondadori, Milano, 2024.
- Mark Fisher, Realismo capitalista, Produzioni Nero, Roma, 2018.
- Franco “Bifo” Berardi, E – La congiunzione, Produzioni Nero, Roma, 2021.

